poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Jules Laforgue, Ultimi versi

perìgeion

laforgue

Introduzione, traduzione, note critiche, bibliografia a cura di Francesca Del Moro

Una poesia anarchica

La nascita della poesia di Jules Laforgue si può collocare intorno al 1880, nell’ambito della crisi aperta in Francia dalla guerra perduta contro la Prussia e la repressione della Comune, in un’epoca segnata da un generale scoramento e dalla perdita del- la fede religiosa. Sono gli anni in cui in filosofia si affermano il determinismo storico di Hyppolite Taine e l’evoluzionismo darwiniano e spenceriano, e la narrativa vede il trionfo del naturalismo, con le opere di Zola, dei Goncourt e di Maupassant. Per contro, la poesia muove in direzione di una nuova mistica estetica, guardando al modello di Baudelaire, in particolare per quanto riguarda la contrapposizione tra la vita materiale e gli ideali della Bellezza e dell’Arte. Nel campo delle arti figurative, l’impressionismo celebra la soggettività dell’artista, la sua capacità di cogliere la bellezza della vita…

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I titoli in versione digitale della casa editrice presenti sulla piattaforma Torrossa (Casalini)

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Casalini Libri

Incorporei appunti a cura di Gordiano Lupi

Marco Saya (Buenos Aires, 1953) – scrittore ed editore di poesia capace e lungimirante, oltre che dotato di grande passione per le lettere – compie una selezione antologica della sua opera con incorporei appunti (poesie scelte 2000 – 2021), pescando il meglio da Bambole di cera, Raccontarsi, Noi atomi alla ricerca di un nucleo, Situazione Temporanea, Murales e Filosofia spicciola. Poesia breve, quasi in forma di appunti, note a margine en passant mentre la vita scorre, parole potenti, dotate di una profondità esemplare e di un’immediata comprensibilità di lettura. Il poeta arriva a Milano nel 1963, la vede bella, s’innamora persino della nebbia, ma gli amori passano, le città cambiano – come tutto cambia -, adesso sono altri gli amanti della sua Milano, diventata un luogo troppo diverso dal passato. Bisogna vivere piuttosto che durare, anche se spesso in solitudine, tra gli imbonitori che narrano di un mondo sconosciuto, intellettuali che fanno fare brutti sogni e lasciano bruciori di stomaco, albanesi che vogliono parlare quando incontrano la diversità in un loro simile. Il poeta parla di un tempo che ammonticchia i tempi, convinto che si debba ri-morire per poterci ri-scrivere, tra canzonette ritmate e giochi di parole, alla ricerca di oggetti smarriti, sfuggendo dai cliché, dai pensieri di Mao e da cadaveri che non sono mai passati da parco Lambro, da nemici che continuano a vivere, nonostante tutto. La poesia di Saya è fatta di rapidi pensieri e descrizioni di paesaggi, intense sensazioni che ci ricordano come sia facile diventare vecchi prima dell’andare a capo, che siamo universi di molecole e rimpianti, mentre rimescoliamo le carte, sognando un mazzo nuovo. Su tutta la poesia aleggia Milano, città da bere che racchiude il tempo perduto, il frastuono, l’oblio di luci lasciate sempre accese, le urla dal sottosuolo, tra bagliori naturali, quei bei vecchi tram di una volta, linee che intersecano altre linee in concentriche ragnatele. Saya conclude che scriviamo come forsennati, ma basterebbe un solo verso immortale, una sola poesia invece di tanta carta inutile, mentre rimpiangiamo una vecchia traccia di vinile al posto di un insipido tempo liquido dove persino la musica scorre impalpabile. Il verso di Saya diventa politico, combatte i neologismi sciocchi e le cassandre puttane, figlie di un capitalismo abortito e di una democrazia stuprata. A una certa età sembra tardi per tutto, ma quando avresti potuto fare quel che ora ti manca non era ancora tempo, perciò ti perdi nell’agonia del non fatto. Il poeta è consapevole che pretendere la popolarità dalla poesia è come chiedere al silenzio di schiamazzare; sappiamo bene quanto sia vero, infatti, aggiunge il vostro piccolo recensore, se mai vi capitasse d’imbattervi in un poeta popolare chiedetevi se sia davvero poesia quella che scrive.

Piccola selezione

1

Milano, quando ci sbarcai era bella,
nonostante la saudade mi innamorai
di quella nebbiolina che, allora,
s’incuneava tra le case di città studi.
Sono passati più di quarant’anni,
gli amori passano,
anche le città cambiano,
e quella nebbiolina
ha scelto un altro amante.

2

Tutti scriviamo come dei forsennati,
poi ci rendiamo conto
che basterebbe una sola poesia,
quattro versi che possano girare il mondo
con le proprie parole.
Di questo si tratta,
scrivere questi quattro versi.

3

Milano è frastuono,
oblio di luci lasciate
sempre accese,
il mio stordito incedere
tra passi noncuranti,
le vibrazioni del passante ferroviario,
solitarie urla dal sottosuolo
gridano la voglia
di uscire con gli occhi
e spengere quelle luci
che oscurano
il naturale bagliore.

4

Passa un tram
(quei bei vecchi tram
di una volta),
ancora per poco,
ora simili a eurostar
con quei brutti musi,
pensano di essere belli
così affusolati (i poveretti),
silenziosi, anonimi,
(quei bei vecchi tram
di una volta).

5

Ascoltiamo il ricordo di vecchie tracce,
il vinile sostituito da un veloce youtube,
videovedo in un quadratino,
brodo star per insipide
– insipienze –

Tratto da Marco Saya incorporei appunti – (poesie scelte 2000 – 2021), Marco Saya Edizioni, 2021 – Euro 12 – Pag. 120

Bologna in lettere

Spazio Officina Coviello

Si potrebbe sgaiattolare

da questo mercatino dell’usato

e abbordare quell’incognita

che già si fiuta nel profumo

di nuove stagioni:


chissà che non ne nasca una duratura storia d’amore


Sulla piattaforma Torrossa i contenuti digitali

Il contenuto digitale degli ultimi 3 numeri della rivista il Maradagàl sono ora disponibili presso la piattaforma Torrossa.

https://www.torrossa.com/it/resources/an/5078038

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https://www.torrossa.com/it/resources/an/4966489

Disponibili i PDF di Teogonia e Nevermore

Disponibile in versione PDF sulla piattaforma Torrossa (Casalini) per l’acquisto Nevermore: Poesie di un altrove di Edgar Allan Poe a cura di Raffaela Fazio e Teogonia di Esiodo : testo integrale a fronte a cura di Daniele Ventre.

Una panoramica su “Sottotraccia”, la collana poetica che Antonio Bux dirige dal 2015 per la Marco Saya Edizioni. Una poesia da ognuno dei sedici libri fin qui pubblicati. La scaletta è in rigoroso ordine cronologico d’uscita.

1) Bruno Lugano – Nel rovescio del perdono

Che sera morbida e chiara

non fa venire voglia di vivere

ma di non morire mai sì

e io devo stare qui

a sentire tutto ciò che sento

e a vivere tutto ciò che vivo

per essere poi escluso per sempre

da tutto ciò che ho sentito

e che ho vissuto

da tutto l’universo che preme su di me.

2) Andrea Gruccia – Capelvenere

Vorrei avere la pazienza dei tigli

che spargono il loro odore

una volta all’anno,

ma non sono un vegetale,

non voglio attirare insetti

mentre tu dormi e io sono così sveglio

il mio sole è una lampadina,

non ho la calma degli alberi

che si fanno fare a pezzi

per dei libri di poesia.

Non ho la calma delle poesie calme,

delle persone calme

che scarabocchiano fogli

per le diagnosi,

o fanno le code ai supermercati.

Vorrei scrivere poesie cannibaline

che mangino certe poesie d’amore,

quelle che poi leggono le persone

che ti fanno a pezzi.

3) Simona De Salvo – La camiceria brillante dei miei anni

Ero seduta nella tua cucina, quella sera

tu eri seduto dentro di me, sul trono materiale

io ero seduta dentro di te, sul trono metafisico.

Ascoltavamo i vicini cantare

sdraiati in veranda, sul loro dondolo materiale

mentre la luna camminava

intorno alla stanza

con la sua forza metafisica.

C’era un western in televisione e

sul pavimento le bollette e sul fornello

il cielo e nel cielo

un’assoluta mancanza di risposte.

Ed era così naturale.

Intorno a noi, i libri della Švarc di Adrienne Rich

e i resti della cena.

Tutto il cosmo materiale era lì davanti.

Ed io pensavo all’amore.

4) Giorgia Meriggi – Riparare il viola

Tu contali i cipressi accomodati

da potature a cono, assecondare

il limite di questo cimitero.

Veniamo qui a criticare l’edera

a divorare i nomi, a procurare

gemiti alla ghiaia, qui troppo bianca.

Io me ne devo andare. Non sopporto

il pianto dell’intonaco, l’odore

di canfora di tutte queste ali.

5) Antonio Bux – Sativi

Dopo aver chiuso ai monti

la strada maestra,

il cervo vide i suoi occhi

mutati, i suoi occhi colorare

i canneti. E la strada

ora allieva, di colpo prese

a mutare altre vie, dove apparvero

cervi immutabili, tra i canneti

con gli occhi ancora umani

aprirsi al sì dei monti.

Ma io che scrivo poesie

non so mutare, e sono uomo

con occhi di cervo

mentre leggo l’impossibile strada

e dietro di me il canneto

già allievo. Quanto coraggio

per mutare in un sì, e per

renderlo chiuso, dice il maestro

ora cervo lontano quanto questa poesia

che da sola scompare.

6) Lalli – Nevicherà sula mare

I giorni si passano

da una voce all’altra.

Una lettera mai spedita.

Una lettera mai aperta.

Un abito leggero che non si usa più.

Un sorriso all’ombra di un rimpianto.

Apri le braccia,

amore da incontrare.

Apri un tempo appena,

amore della schiena.

Strappa le reti e aspetta,

nevicherà sul mare.

7) Davide Romagnoli – El silensi d’i föj druâ

Parlà del nient, intênd el nient

e vardà tüti i fàcc del noster vèss:

curiandul del vent apèna passâ

slisâ via in svelt n’i curtil di noster cà…

Un para de föj slüngâ de’n rifless,

reful de vent de ‘na quaj marea,

brüsâ come castagn in d’un sidèl

fümen Nuember e giurnaj de ier l’alter,

intant che capissum ‘me druà el fià

e i culur che ghè resten per pitürà

i pagin del noster dumandà amò

e fin a la fin se ghèm de dì

per viv insema a tütt quel che passa

e che’l passarà, forsi, anca de chi.

Parlare del niente, comprendere il niente / e osservare tutte le facce del nostro essere: / coriandoli del vento appena passato /scivolati via veloci nei cortili delle nostre case. / Un paio di fogli allungati da un riflesso, /soffio di vento di una qualche marea /bruciati come castagne in un secchio / fumano Novembre e giornali di ieri l’altro, / intanto che capiamo come usare il nostro fiato /e i colori che ci restano per pitturare /le pagine del nostro domandarci ancora /e fino alla fine cosa abbiamo da dire / per vivere insieme a tutto quello che passa /e che passerà, forse, anche di qui.

8) Valentina Murrocu – La vita così com’è

Tre quasi i mesi

e non ti fanno scudo le mani non

ti tacciono la mia assenza forse

ignori cosa animi me o quale

dubbio mi schiuda il giorno; ma

finché sorge il sole dietro

i mattoni – un’antinomia

nuova mi dissangua e non

conosce tregua – guardami attraverso

il vetro non essere più: se tu vi fossi

e ancora te mio sentissi

nelle cose che non

ho visto e mi aprono una mancanza – giardino

cancello ghiaia, quasi

casa – conteresti i tuoi torti e non

mi colpiresti a morte – è questa

scritta già nell’atto del nominare – non

mi diresti e non nasconderesti

a te l’angoscia. Eppure indica me e pone

in me fiducia lo spettro dell’uomo

che ti neghi e non so condannare purché

sia lo stesso esistere e commettere

ingiustizia; ma tu non

vivi.

9) Letizia Di Cagno – Urla la fine che pianta germogli

Quanto mi tocca da vicino

la scoperta del mondo!

Io sono un improvviso sciame

che strimpella, ai piedi della tua dinastia

felice. Sopravvivo a sorsi

alla carezza. È la tua;

perché decido l’amore

come la realtà che sente la marmotta

nel centro della sua silenziosa

buca. Affondo le dita in una cera

che non ustiona – a quest’ora

cantano i fiori, il tempo

si preannuncia come garante

della Bellezza.

Sento la fine

sgranocchiare il mio pranzo.

10) Gino Giacomo Viti – Charlie

Non verrai quest’oggi a seminare

la stanza che ci univa. Un pugno

di polvere, d’uva, saprebbe fare

del cerchio un’urna, ma non ritorna

l’ombra di Settembre a ricordarti

che è tempo – È Tempo! – di raccolta.

Stavolta, Charlie, sento il tuo congedo

ed è stretto, un lamento mai giunto

in questo paese – non mi hai detto

quel che sapevo ascoltare – Parli

ai fuochi dei tuoi giovani boschi

o ammutolisci in riva ad un fiume?

Sei il Lago alla gola, il Lago

alla tempia, il Lago alla testa.

Sai, eterno vorrei il tuo ritorno.

11) Gabriele Galloni – L’estate del mondo

Seguii l’amica dietro la sua casa;

dove a sprofondo la valle arrivava

giù fino ai margini dell’autostrada;

ci inoltrammo nell’erba che più rada

ai piedi tutto il sogno disvelava:

l’amica mi indicò, chiuso da piccole

pietre arancioni, un altrettanto piccolo

mare. Mi disse: guarda la marea,

l’onda che sale.

E rimanemmo lì. “In contemplazione,”

scherzò l’amica. L’acqua alle caviglie.

Più lontano Corviale; il Serpentone.

12) Giuseppe Todisco – Si prega girati di schiena

 Saperti viva tra i rami

adesso che viene

il gelo – Artemide,

l’età dei faggi si incide

negli occhi.

I tuoi risalgono la corrente

fino a sorprendere gli orsi.

Ma tu non hai idea

di ciò che avviene

al di là dei tuoi boschi.

Adesso che viene il gelo,

i nativi spargono sale

davanti alle porte.

Saperti eterna tra i rami

adesso che ti conosco

– Artemide, l’età degli uomini

coincide con gli occhi.

13) Sergio Bertolino – La sete

Credi a me, qualunque strada s’imbocchi

basta un abbaglio: quel rito – sempre lo stesso –

che tolga la cera fredda da sotto gli occhi.

Un po’ come resistere, prepararsi

un letto piano tra le ortiche

perché frani l’inverno e trasfiguri,

e soffino i vetri dai colli accesi

per la tristezza musicale dei barconi.

Resto l’uomo che guarda fisso il vuoto

dai ponteggi, che pensa

nulla di questa febbre andrà risolto.

Resto chi non sputa fuoco a margine

di un foglio, scrive di giorno

e perciò non sa realtà al di fuori

del deserto. Ma stamane rido mortalmente

con le scimmie. Mi ripeto, mi abbaglio.

E tu non conosci il mio nome;

dormi ancora tredicenne – celata

ai guasti della luce – sulle panche

dove siedo a sistemarmi i capelli

e a domandarmi se sarà fieno il tempo, se

soffro per sollevarmi o farmi neve.

14) Teodora Mastrototaro – Legati i maiali

Sfreghi la papilla dolorante.

Cambi posizione al capezzolo teso

cresciuto sulla pelle dal molle del callo.

Qui la caccia al latte è per il tuo nutrimento.

Non rispondo se non con un belato piagnisteo:

questa mia stupida voce, voce comune di pecora.

Nella morsa di una mano mi scuoti per bene in attesa

di essere pressata aspirata sono munta ammanettata

come macchina ma sono madre ammanettata

aspirata sono munta ammanettata tra l’angolo

del fianco e l’uomo predatore. Non è mai

uguale una mamma animale, mi lascio

annegare nel secchio di latta dove

il latte prelevato si ristagna.

15) Marco Melillo – Nuova canzone felice

Api in volo come magiche operaie

a piccoli salti suoni d’ambra di una pala

docilmente dimenata nel giardino

lidi vuoti posidonie rinsecchite

che attraversano a brandelli il litorale

scogli chiari melarance vieni qui

e qui pure scopri che non si può mai vedere

tutto fermo se non nella tua sembianza

e senza specchio: solo le parole

che nemmeno tu risparmi e pensi in volo

perché in volo ti vorresti insieme ai frutti

dentro i segni di quest’opera

ma neanche questo è tuo.

Viaggia sopra e accanto

l’orologio tempestoso della terra

con i suoi giorni a scadenza

da che le facciamo guerra.

Circondate amici se potete

il fortunale, non c’è più nessuno

che protegga il mare.

16) Paolo Pitorri – Abbiamo discusso dell’aldilà

Oggi Orione parla agli analfabeti –

il cielo è un pane antico dalla crosta bianca. 

Una donna in lontananza sventola tre spighe di grano.

Truccata di campagna abbaia alla periferia

e miete, miete per il primo giorno del mondo.