Fuori dal coro

voci

sono stanco
di dire,
di non essere ascoltato.
tra isteriche voci
il dissenso
quieta
la mia

violenza

c’è troppa violenza per le strade.
c’è troppa guerra di parole e di fatti.
c’è troppa cattiveria – in giro
figlia di un padre egoista
e di una madre puttana
che ha venduto il proprio latte
a vitelli clonati

talvolta

mi sorprendo talvolta
a essere come gli altri
che talvolta detesto
con tutte le mie forze
e forse uno specchio
talvolta potrebbe riflettere
quella mia immagine
ripugnante

brezza

se sentissi
il tuo profumo
come leggera
brezza marina
un alito di candore
terrebbe il fiato
sospeso
nell’eterno gioco
di pelli
che si cercano
si annusano
tra virgole
di angoli
prima che il cerchio
si chiuda
e poter
di nuovo respirare

ritratto di un volto

dico che nulla
cambia
sempre quel grigiore
del pallore
dei nostri volti
il fondotinta s’intona
con la pelle
sino al calar
della tapparella
allora uno specchio
ci guarda
severo prova
vergogna
per quel viso
nascosto
come il nostro corpo

ragione

la distanza tra me e me,
univoca coincidenza
di dicotomica ragione-follia,
unico rimedio per sorseggiare
l’amara medicina per la mente.
vacilla e non so quanto
potrò tenere a freno
una delle due ragioni

incompiutezza

l’orizzonte talvolta
osservi
e la direzione
opposta alla tua
nega l’amore
addormentato
in stanze buie
perchè la luce
ha scelto
l’incompiutezza
della parte

metropoli

la metropoli tace.
silenziosa riposa dai rumori
molesti dei suoi abitanti.
ora può godersi il passeggio
di quattro vecchi
che di panchina in panchina
parlano del proprio abbandono.
un cane ringhia
e una prostituta aspetta
chi è rimasto.

città

penso sempre alla mia città
attraversata da folli automobiline
condotte da corpi ciechi
e mutilati da cubetti di porfido
schizzati via

cimiteri lapidati
in foreste senza alberi
quartieri che più non respirano
desolazione di incendi boschivi
penso sempre alla mia città
e il degrado attanaglia lo stomaco
prima di vomitare nuove parole

fuori dal coro

mi sento
(sempre)
fuori dal coro
di chi ha fatto
della consuetudine
il minore dei mali
quando le vere pecore
pascolano libere
e il fattore assorto
si riposa
e le guarda
fumandosi una sigaretta
tra la pace della natura

tempi

sento che sono tempi difficili,
duri da accettare
per un tiepido piatto
di minestra alla sera
quando le brutture della vita
rimbalzano dallo schermo
su i nostri occhi
(non più stupiti)
e la digestione tarda a venire
come l’amore che fugge
e non vuole più incontrarci.

apparire

certo è che nessuno vuole
sparirsi dietro l’angolo.
troppa importanza gli concede
il poco tempo rimasto a
specchiarsi con un vetro
riflesso da pensieri
onnipotenti di spolia
vacuità

http://rebstein.wordpress.com/2008/10/18/una-voce-fuori-dal-coro-i-marco-saya/