poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: aprile, 2012

1° Maggio 2012: discorso dei tecnici alla nazione

Articolo 1

l’Italia era una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità apparteneva al popolo, che la esercitava nelle forme e nei limiti della Costituzione.

SOFFIA NEL VENTO – BOB DYLAN


*

Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto
prima che riesca a vedere il cielo?
Sì, e quante orecchie deve avere un uomo
prima che possa ascoltare la gente piangere?
Sì, e quante morti ci vorranno perchè egli sappia
che troppe persone sono morte?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Quanti anni può esistere una montagna
prima di essere lavata dal mare?
Sì, e quanti anni la gente deve vivere
prima che possa essere finalmente libera?
Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa
fingendo di non vedere?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Incontro letterario Giovedì 3 Maggio

L’imbonitore

questa è poesia, questa è poesia!
farfugliava lo scellerato piazzista
da un traballante panchetto

chi sei tu per sentenziare
o solo per poter lontanamente
profanare il suo nome?

chi sei tu per imporle
di indossare i tuoi jeans lisi
o consigliarle un doppio hamburger ripieno
di maionese e ketchup?

la Musa sa come vestirsi, come nutrirsi,
non abbisogna di cori modesti
per tirare alla pensione,

forse a mezzogiorno un hamburger
sarà la sua, non la tua scelta,

forse con il caldo della sera
un paio di jeans sarà la sua,
non la tua scelta,

forse quei versi improvvisi nella notte
saranno una sua, non la tua scelta

questa e poesia, questa è poesia!
farfugliava lo scellerato piazzista
da un traballante panchetto

chi sei tu per sentenziare
o solo per poter lontanamente
profanare il suo nome?

La disperazione è seduta su una panchina

In un giardinetto su una panchina
C’è un uomo che vi chiama quando passate
Ha un binocolo un grigio vestito liso
Fuma un sigaretto ed è seduto
E vi chiama quando voi passate
O semplicemente egli vi fa un cenno
Non bisogna guardarlo
Non bisogna ascoltarlo
Conviene andare avanti
Fingere di non vederlo
Fingere di non sentirlo
Bisogna camminare affrettare il passo
Se voi lo guardate
Se voi l’ascoltate
Egli vi fa un cenno e niente e nessuno
Può impedirvi di andare a sedervi accanto a lui
Allora egli vi guarda e sorride
E soffrirete atrocemente
E l’uomo non la smette di sorridere
E voi sorriderete come lui
Esattamente
Più sorriderete e più soffrirete
Atrocemente
Più voi sorriderete e più soffrirete
Irrimediabilmente
E voi restate là
Seduto congelato
Sulla panchina sorridente
E fanciulli giocano vicino a voi
Passano i passanti
Tranquillamente
S’involano gli uccelli
Un albero lasciando
Per un altro
E voi restate là
Sulla panchina
E voi sapete voi sapete
Che mai più voi giocherete
Come quei fanciulli
Sapete che mai più voi passerete
Tranquillamente
Come quei passanti
Che mai più voi volerete
Un albero lasciando per un altro
Come gli uccelli.

Jacques Prévert

The wait

The wait

Hear the humours of the population
Silent today
Listen to the words of the people
Tomorrow it will be too late
The squares are empty now A pigeon stabs at a crust of bread
A passerby encounters a lost tourist
An empty platform waits for the wind
to scatter the dust… .

translated by Brenda Porster

Espera

Escuchen los humores del pueblo
Hoy calla
Escuchen las palabras de la gente
Mañana será demasiado tarde
Las plazas ahora están desiertas
Un palomo picotea un pedazo de pan
Un transeúnte se cruza con un turista perdido
Un palco vacío espera que el viento
disperse los polvos …

Traducido por: Ana María Gabriela Bustamante Escobedo

Attente

Entendez les humeurs du peuple
Aujourd’hui il se tait
Ecoutez les paroles des gens
Demain il sera trop tard
Les places sont maintenant désertes
Un pigeon trouve un quignon de pain
Un passant croise un touriste perdu
Une estrade vide attend que le vent
Disperse les poussières…

Traduit par Marina Spazzi

Attesa

Sentite gli umori del popolo
Oggi tace
Ascoltate le parole della gente
Domani sarà troppo tardi
Le piazze ora sono deserte
Un piccione becca un tozzo di pane
Un passante incrocia un turista disperso
Un palco vuoto aspetta che il vento
disperda le polveri…

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/lang_en-id_1-issue_03_13-index_pos_2.en.html

Due accordi, la Sintesi nella storia del Jazz

Un unico protagonista: Miles Davis

Non suono il rock: rock è una parola inventata dai bianchi. Non amo neanche la parola jazz che i bianchi ci hanno appiccicato addosso. Noi suoniamo semplicemente nero e suoniamo secondo l’aria dei tempi» ( Miles Davis )

So What, “così è” e così è sempre stato per Miles, una naturale e geniale improvvisazione che andava oltre il tempo che viveva.
So What, i più begli accordi della storia del Jazz, tonalità minori che sublimavano il modale, un’autentica rivoluzione e evoluzione nella metrica musicale jazzistica di tutti i tempi, un tappeto armonico che dal bebop, attraverso l’hard si avventurava nel cool, nel free sino a recuperare le proprie radici nere.

La sintesi di tutto il Novecento in un accordo di d/minor e ebM/ minor; incredibili le linee improvvisative che di volta in volta Davis sviluppava, note lunghe, brevi fraseggi cromatici, diminuite che accentuavano un lirismo talvolta cupo e disperato, scale esatonali che dirigevano la mente dell’artista in luoghi remoti, lontani, inavvicinabili per chiunque tentasse di carpirne il profondo mistero.

Scrive, a tal proposito, il poeta Domenico Cipriano sull’antologia SwinginVersi curata da Guido Michelone:

Ora le pause lunghe/tra assoli di tromba/da cui flirtavi con/la tua voce vezzosa/giglio cupo nel volto/proteggi con larghi/lenzuoli le fughe/negli attimi soli.

Il critico Vittorio Franchini così lo ricorda sempre nell’antologia:

Dio e il Diavolo, decisi a visitarmi insieme. Saliva dal mare un aspro odore di alghe, nuvole rosse scalpitavano in cielo come per annunciare l’Apocalisse. Solo i tuoi occhi, furenti, tagliavano le ombre: un grido, una invettiva, eco di morte vicina, come una bava di fuoco partorita dalla tromba.

La critica cosiddetta purista dagli anni 70′ in avanti non capiva e non ha mai compreso questo “Suo non stare fermo…”, il non dare tempo a tutti di assimilare una ricerca e un proprio stile avanguardistico che metteva in discussione lo stesso “uomo” Miles, lo shock poi del periodo elettrico, le prime contaminazioni con la musica più commerciale, il funky, il rock, l’acid sino ad arrivare all’ultima produzione discografica “rap” dal titolo Doo-Bop.

“Devo cambiare, è come una maledizione”, soleva ripetere Davis ai propri compagni di viaggio e amici ogni volta che la sua musica stava per cambiare inaspettatamente direzione e, in queste parole oramai divenute un continuo “refrain”, si racchiudeva tutto il travaglio interiore, l’aristocratica solitudine e l’ansia creativa propria dell’artista “genio e sregolatezza” quale egli fu. Non dimentichiamoci che Davis, infatti, rifiutò sempre, durante la sua lunga carriera, di ritornare musicalmente sui propri passi.

Il musicista Umberto Petrin, da SwinginVersi, così gli rende omaggio:

Avvistato un fondo sotto la mano/fiato tastabile e dissesti nella mente,/è nodo/o ultima fiala il grido non emesso,/scala gli zigomi una rivincita/subita fino alla incursioni/stupore e stupro/tra le schiene della ragione dove/ abbattute memorie scopro buchi,/spalle…

Peccato che nel 91′ Miles se ne sia andato, lasciando un vuoto ai suoi eredi difficilmente colmabile, figli clonati dalla sua tromba incapaci di maturare ulteriormente e di proseguire il progetto del maestro; mi riferisco a Shorter, a Scofield e Stern, a Hanckock e a tanti altri che si erano “trasfigurati” sotto la sua eccelsa dote di arrangiatore, un particolare che non dobbiamo mai tralasciare.

Davis viveva la musica e soffriva con tutti i suoi musicisti, lo sforzo per intrecciare le proprie note con quelle dei suoi partner occasionali in studio e nei concerti live gli permetteva di uscire dalle gabbie della metrica ufficiale e di favorire una totale espressività del gruppo.

Se pensiamo alle dinamiche crescenti in un pezzo come “Pierrot”, con Mike Stern stratosferico alle chitarre, la poesia dell’assolo di Miles su un riff di quattro note e semplicemente su un solo accordo di Bb/min, la grandezza del genio oltrepassa i propri limiti umani raggiungendo quella immortalità artistica che lo consacra e lo annovera nell’olimpo degli Dei assieme al grande Bird-Parker e perchè no anche al mitico Jimi, tuttora così attuale.

Di Miles Davis si sono dati tanti e tali di quei giudizi (sia come uomo che come artista) che stenderne uno definitivo sembra impossibile, però forse (citando Franco Fayenz) “il punto che mette tutti d’accordo è il suono meraviglioso e irripetibile di quella tromba arcana, raggelante e insieme esaltante, che sembra provenire dagli spazi siderali o da abissi di solitudine umana. Forse è la stessa cosa.”

Leggo Miles Davis , That’s right Di Raul Montanari e riporto i primi bellissimi versi tratti dall’antologia:

Parco Sempione in bici una domenica/sognando ancora la felicità./Nel verde i palloncini, le volanti,/torpedini lentissime fra gli alberi,/quelli che fischiano a me per la droga,/alle ragazze perché sono belle/ma può essere il contrario,certe volte,/dipende da chi fischia, o anche dal fischio,/dipende dalla voce, dalle stelle/invisibili, dai cani che corrono,/ringhiano, tutta una cosa fra loro./L’uomo con il sassofono tenore/sulla panchina, il vento che gli ruba/le note,lui lo sa di essere qui,/che lo guardiamo tutti, le ragazze/e anche i cani, mentre suona piano. 

Brevi note biografiche 

Miles Davis nasce ad Alton (Illinois) il 25 maggio 1926 da una famiglia appartenente alla ricca borghesia nera. Inizia a suonare la tromba a 13 anni, e a 15 anni viene ingaggiato da Eddie Randall, attraverso cui incontra il grande Clark Terry. Nel frattempo studia musica prima alla High School, poi alla Juilliard School di New York.
Quì il suo primo incontro con Coleman Hawkins, Eddie Davis e Charlie Parker. Nel ’46 suona con l’orchestra di Billy Eckstine, nel ’47-’48 si esibisce con una propria orchestra al “Royal Roost” e incide i dischi Capitol che segneranno la nascita ufficiale del “cool-jazz”.
Davis si impone come musicista dalla spiccata dote di leader: diventa celebre per il suo atteggiamento freddo, autoritario, irascibile, aristocratico e per la sua capacità di saper essere personaggio in qualsiasi situazione, per la sua energia nell’imporre agli altri musicisti la sua concezione musicale.
D’ora in poi dirigerà una serie di splendidi ed eccellenti gruppi, in cui suoneranno tutti i migliori musicisti della scena jazzistica mondiale. La formazione più celebre, forse la migliore che abbia mai avuto, è stato il quintetto attivo dal ’55 al ’57, formato da Red Garland, Oscar Pettiford (poi sostituito da Paul Chambers), Philly Joe Jones e, dulcis in fundo, John Coltrane. Ma intanto non abbandona l’esperienza di grossa orchestra e nel ’59 e ’60, con l’album “Sketches of Spain”, porta avanti il discorso iniziato dieci anni prima e precisatosi con la collaborazione fissa di Evans nella realizzazione degli splendidi album “Miles Ahead” e “Porgy and Bess”.
Tornato al più congeniale organico del quintetto, dal ’60 in poi lo rinnova continuamente sia nei sassofonisti (Hank Mobley, Wayne Shorter, George Coleman) sia nella ritmica (i pianisti Wynton Kelly ed Herbie Hancock, il bassista Ron Carter, i batteristi Jimmy Cobb e Tony Williams, énfant prodige scoperto e valorizzato da lui).
Pur restando sostanzialmente fedele al suo discorso di base, fino alla metà degli anni 70′ Davis si è sempre impegnato nello sforzo di rinnovarsi e di portare avanti il fraseggio jazzistico se pur ottimamente contaminato con le nuove tendenze di quel periodo. Muore nel 1991.

25 Aprile

come pappagalli ripetiamo
che c’è stato un giorno,
un mese, un anno e domani
ritorneremo alla “burlesque
di questo tempo ignari
di un futuro e imprecisato
giorno, mese, anno
che i nostri nipoti
annoteranno sul calendario
perchè si deve ri-morire
per poterci ri-scrivere.

La Costituzione

Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, giovani che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. « Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lí, o giovani, col pensiero perché lí è nata la nostra costituzione »

Piero Calamandrei Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 Gennaio 1955

cinque minuti

ogni cinque minuti s’inventano
qualche neologismo e la spending review
è il caviale dei ricchi e la briciola
di pane raffermo per il povero.

ogni cinque minuti ci ripetono
che dobbiamo passivamente
subire, come bravi soldatini
immolati alla loro dabbenaggine,
i capricci e gli ordini
del generale Spread.

ogni cinque minuti c’è chi si uccide
invece di uccidere la causa.

ogni cinque minuti ci illudono
che un pallido sole tornerà a risplendere.

ogni cinque minuti gli sciacalli ripetono la filastrocca
della ri-crescita,  forse quella dei capelli?

cinque minuti  per dirvi di non ascoltare
codeste cassandre puttane
travestite da lauree con master a seguito,
figlie di un capitalismo abortito
e di una democrazia stuprata.

cinque minuti di raccomandazione
affinché non sprechiate un solo secondo
per rifugiarvi dietro a impossibili infiniti
o a pindarici voli di opachi gabbiani.

cinque minuti per riprendervi quella dignità
persa nella sabbia fine di qualche deserto.

scusate se, oggi, vi ho rubato cinque minuti
del vostro prezioso tempo.