Antonio Bux, Trilogia dello zero, recensione a cura di Luigi Metropoli

di poesiaoggi

trilogia coverTrilogia dello zero di Antonio Bux

Antonio Bux ha composto una tripla silloge, una raccolta di raccolte di poesie, dove numeri, simmetrie si rispondono di continuo, fino a perdersi in campi che accogliendo il senso finiscono per disperderlo. Nelle 300 e più pagine della Trilogia dello zero (questo il titolo della tripla silloge, edita da Marco Saya edizioni) l’affastellarsi di parole sulle cose, di voci sugli oggetti, di nomi sui numeri, genera un cortocircuito verbale, una sorta di spirale da cui si è risucchiati.

La parola di Antonio Bux è vorace, tende a catalogare, a impigliarsi nel pensiero, ad aderire alle cose in un movimento continuo che non trova requie. I riferimenti alle scienze e alla numerologia sono, oltre che sovraesposizione di senso, un tentativo di orientamento, la ricerca di una direzione. Il risultato però dice altro: l’ossessione dei nomi, i cataloghi, la frizione tra grammatica, linguistica e matematica conduce il lettore in mille direzioni. Non so se Antonio Bux abbia volutamente farsi beffe di lui, divertendosi a sviarlo, confonderlo nella mole di materiale da cui si ritrova travolto, o è la sua ricerca che produce deragliamenti progressivi, ponendo l’autore in un viaggio che non trova approdo. Questo vortice si ritrova sul piano stilistico e retorico, laddove l’autore privilegia un multilinguismo che abbraccia diversi registri, da quello scientifico, appunto, a quello linguistico; a volte adotta una lingua che aderisce alle cose, altre volte si avventura in concettualizzazioni, in perigliosi sentieri che seguono il ragionare, l’andamento logico dei pensiero e che sconfinano nell’astratto. Così i componimenti a volte sono fugaci e brevi illuminazioni, grumi di pochi versi, altre volte mimano il muoversi razionale della mente, che corrisponde sul piano linguistico e sintattico a un incedere ipotattico. Così si passa da versi brevi a versi lunghi, da un piano descrittivo a uno meditativo senza soluzione di continuità. L’idea che si ha di fronte a questi versi è quella di un percorso non ancora concluso, che si articolerà in altre derive e altri approdi. ( Luigi Metropoli )

5 POESIE DI ANTONIO BUX TRATTE DA “TRILOGIA DELLO ZERO” (MARCO SAYA EDIZIONI, 2012)

Dal terzo capitolo “Dall’inflessione all’inclusione” (Distanza dal soggetto) de “La simmetria dei nomi” [Trilogia dello Zero, Marco Saya edizioni, 2012].

***

a Vincenzo

L’apertura verbale
è come un’ala,

vira lentamente
la sua sponda,

si curva nel parlare
al limite del senso;

ma come un’ala
necessita la voce

lo spessore d’aria
dell’altra misura,

l’equilibrato planare
nell’espressione orale:

ché la parola non dura
più di un respiro vocale.

Da “Le ore nuove” (Memorie dal giorno dopo) [Trilogia dello Zero, Marco Saya edizioni, 2012].

TEMPUS TABULAE (CRONOVISIONE)

La polvere degli anni dura sui muri
mai crollati delle mani che abituano
i percorsi a segnare le ore lontane
pietre di carezze depositate in fondo;
e la parete decomposta fa del pianto
la precisione dello sguardo, la rivolta
del me bambino svuotare la stanza
lì dove decresce la misura del tempo.

LA CASA OBLIQUA

Era una porta in principio la testa, bussando il polso,
il pensiero della casa. Niente si è esposto, dopo
nel moto inverso, invisibile dell’abbraccio celeste,
la funzione del perimetro, l’insorgere alle finestre;

e così gli spifferi impronunciabili, e l’uscio obliquo
negli arredi al buio, il miracolo dei muri. (Ché inizia
dal basso, la geometria della visione, dalla calce
comprimersi in un filtro -vincolarsi- nell’effrazione).

E allora tutto implode, dalla botola dell’esistenza:
si arriva nel sangue delle tubature, si taglia il cuore
s’accampano le ossa. E quindi, più del dolore disegna

la casa, la rivolta; degli oggetti si conosce la polvere
il nome, la scatola d’ombra. E il condono dunque
è svuotare gli stipiti, appendere il futuro agli angoli.

Ma doveroso è il censimento: il ritratto fuori nell’insieme
sotterraneo cede, aderisce all’inferno, all’insubordinazione
anatomica del passo, che non sa retrocedere nell’origine
e scompare, misurato dal lungo metro dell’attesa
dove si precisa il tetto, la funzione urbana, la strada spaccata.

Dal secondo capitolo “Nel ritmo dell’ombra” di “Raices de zero” [Trilogia dello Zero, Marco Saya edizioni, 2012].

II.

La lingua è un attracco, un porto franco
dove deriva la parola; la sponda bianca
il verso a spirale, l’onda del senso come
un sonno avvolge il pensiero, lo distende.
Allora svegliarsi è nuotare: il corpo/bolla
si infrange nel dettame, schiuma silenzio,
perciò resistere nell’acqua è un rumore
nell’apnea del discorso, un annegare lento.

Dall’ottavo capitolo “Misure approssimative” di “Raices de zero” [Trilogia dello Zero, Marco Saya edizioni, 2012].

X.

Semplificando il sogno si ha la certezza dell’incubo reale:
nella biosfera della città si avvolge una pellicola informe
si svolge un commiato urbano, una distesa domestica.
Ogni appartamento è svelato, un palazzo è ogni casa.
Quindi l’economia della materia improvvisa l’esistenza;
la memoria dal nulla si ricrea, e tutto avviene per noia.
Allora l’occasione è il buio, l’interruttore lontano dell’uomo
che spegnendosi nella luce, muore e cresce a intermittenza.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “TRILOGIA DELLO ZERO” (MARCO SAYA EDIZIONI) DI ANTONIO BUX

Sabato 22 dicembre alle 18.30
Libreria delle Edizioni del Rosone, Via Nicola Zingarelli 10, Foggia

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