Quattro frammenti di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana

di poesiaoggi

se mi togliete il maalox,
la sua innocenza, la
carezza discreta di sodii
vari come oli curanti,
se mi togliete quel senso
illusorio d’assenza,
come se lo stomaco
fosse libero dai fuochi
dei nostri inferni a succhi,
mi avrete deposto
un mito, avrete cacciato
il mio allenatore buono
e incompetente
dalla squadra sconfitta.

fare la spesa mi riduce a una macchina
distributrice di prodotti, i soliti;
ogni volta che metto nel carrello
ammazzo il tempo con un colpo
secco e duro, non posso farci nulla,
è una questione di tempo, tra me
e il dentifricio, nulla che sia uomo
e natura, essere e tempo. temo
un avveniristico bombardamento
di fine del mondo nel giro di pochi
attimi, sparsi e introflessi, come culi
sgonfi di vecchio sedentario.
stamattina mi sento ottimista,
è lunedì, non ho niente da mettermi,
giro per la mia vita passata
col machete selettivo, i ricordi
premono per uscire nel gas
di scarico, e morire travolti
da ingorde auto per femmine
cazzute, dette SUV.

amo novembre, i fiori recisi e le sue paure,
le nebbie colte come nuovi fiori, i morti
che escono dalle fosse come nuove
e parlano del tempo o di allegrie lontane,
attendo il mio mese di nascita con l’amore
di un corvo per la sua preda, siamo uccelli
da preda dentro voliere immense, nere
come le nostre piume, e l’orrore ci fa nulla,
solletica la nostra vanità. il mondo è pieno
di bastardi, di gente invidiosa e meschina,
tira fuori il pane e facciamo un po’ di pasta
mentre questi cani assorbono la crema
dei malati al posto loro, coi soldi collettivi,
con la sabbia negli occhi d’un solo popolo.
amo novembre e i suoi primi frescori,
i cappotti che ti scendono addosso prima
che un altro anno sia compiuto, la scuola
iniziata ormai da troppo e il tuo quaderno
già folto di segni di ribellione, di fuga.

devono ammazzarmi per farmi vivere,
in un campo di viole, prima del tramonto,
con una scodella di latte sul muso, nemmeno
fossi un vitello esagerato, gli estrogeni
che girano attorno alle palle. devono darmi
erba cipollina come sul gambero rosso,
dove una principessa mezza scema
sceglie i tagli della carne. la peggiore
vien di notte, una cicciona inglese con otto
fottuti figli, il marito dev’essere fuggito
con la nurse burrosa; lei mette chili
di spezie su tutto, è un brodo umano
di english breakfast e di porcate d’india,
ho sempre pensato alle spezie come
a un coprivergogne. vorrei entrare
nella cucina di questa vecchia puttana
multirazziale e tagliarle la gola con la lama
per tagliare il tacchino, basterebbe
per spillarne il sangue con retrogusto
curry. invece qui, con la crisi economica
che ci falcidia precordi e futuri spalmati
sull’ultimo pane, avanzo con le fette
bene aperte verso una scatola di tonno
comprato al discount, l’unico posto
nel quale mi sento vero, e capito per quello
che sono, cioè un signor consumatore
di merda. mai stato un opportunista, dunque
non sarò mai uno scrittore, tolgo dalla testa
di essere uno che conta in ogni ramo,
come me in migliaia avanziamo con le fette
di pane verso una scatola di tonno,
ho spremuto l’acqua di pesce nel cesso
e adesso la poltiglia è pronta per finire
nel pane, tra foglie d’insalata calmanti
e sborrate gialle di maionese, forse
solo così è la sborra d’un rinoceronte
dopo una battaglia per farsi la meno
brutta della savana. intanto la stronza
multimix cucina in piena notte, nel suo
appartamento londinese del centro,
in quei siti dove i ricchi italiani vanno
a farsi leccare il culo da quelli di harrod’s,
muovendo verdure, manghi, piselli color
verde uforobot, spargendo salse con nomi
di battaglie nelle quali i lancaster subirono
perdite tremende, mentre i figli dormono
e il marito probabilmente si fa inculare
da un giovane indiano con le palle a forma
di campana; ecco che la signora spande
le creme mostruose su terrine di tek e cedro
nero, e sbatte tutto nel frigo spaziale.
noi comuni mortali, nuovi poveri dell’era
elettronica, che vediamo i ricchi scrofarsi
tra loro nei programmi, possiamo solo
guardare; pensate ai poveri dei secoli
passati, a come poverini dovevano solo
immaginare. ora è tutto più umano, la morte
è appaiata come una fetta di pane
sull’altra, e il sorriso della notte riusciamo
a vederlo, soddisfatto, con occhiali 3D.

(Questi brani sono stralci dell’ultimo libro appena pubblicato da Franz Krauspenhaar: Biscotti selvaggi, Marco Saya Edizioni, con prefazione di Federico Federici e postfazione di Susanna Schimperna)

http://www.nazioneindiana.com/2013/01/03/quattro-frammenti/