Sull’opera poetica di Franz Krauspenhaar…

di poesiaoggi

Ogni parola, così essenziale da essere sempre la sola, unica parola, quella mai sostituibile con un sinonimo dall’eguale senso o con un’altra che evochi lo stesso suono; ogni verso che raggiunge la semplicità della composizione ed è, nella sua chiarezza, terribile, materiale e lampante come ogni cosa nella vita, anche se l’affanno della nostra interpretazione rende l’esistenza a volte dolce, a volte significativa, a volte simile al concetto di destino. Nell’opera poetica di Franz Krauspenhaar, espressa nella raccolta Biscotti selvaggi, Marco Saya Edizioni, le composizioni sono così ciniche da risultare ironiche; sono così facili da essere spunto di domande dentro domande. I versi si allungano all’interno oppure a causa dei gerundi; le continue interruzioni spaziali diventano i confini di una terra che non può essere tonda – cioè logica e armoniosa – ma che si definisce piena di spigoli al di là dei quali incombe un nulla che è inutile spiegare: perché è nulla, appunto. Sembra essere la noia il senso di ogni cosa: ma se così fosse ci sarebbe un senso; che invece non c’è perché il materialismo è la condizione che abbiamo, senza spiegazione né finalità alcuna. Eppure compaiono a volte le parole madre, o i nomi di alcuni artisti; oppure l’uso –malgrado il poeta e forse malgrado ogni negazione – di un endecasillabo che somiglia al verso del racconto. Un senso sembra imporsi, non fosse altro che quello della scrittura: intesa questa come volontà, determinazione dell’essere e dell’io poetico. Di un poeta che avendo un nome particolare,  esso stesso come un destino difficile e impronunciabile: Krauspenhaar, poi scrive: “amo novembre, i fiori recisi e le sue paure / le nebbie colte come nuovi fiori, i morti / che escono dalle fosse come nuove / e parlano del tempo e di allegrie lontane.” Sono versi che ci riempiono di una dolcezza oscura, contraddetta, subito nascosta, ma innegabile, esistente e incisa, come le parole. Una speranza, addirittura, che ci fa sentire ridicoli, soprattutto ignoranti. Ma che può essere chiamata solo così: speranza, con l’unico nome che la poesia dà, fondandole, alle cose. ( Lucilla Noviello )

Franz Krauspenhaar, Biscotti selvaggi, Marco Saya Edizioni. Pagg. 85. Euro 12,00

http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/franz-krauspenhaar-biscotti-selvaggi.html

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