Gian Ruggero Manzoni inedito. Introduzione a “La mattanza dell’incanto”

di poesiaoggi

Gian Ruggero Manzoni inedito. Introduzione a “La mattanza dell’incanto”

Presentiamo qui in anteprima l’introduzione che l’artista e filosofo Gian Ruggero Manzoni ha voluto dedicare al libro “La mattanza dell’incanto” di Nicola Vacca (nelle librerie per Marco Saya editore). Due combattenti sul fronte della libertà di pensiero, di parola, ma soprattutto d’azione. È soltanto con l’azione, quella delle parole che coincidono con la vita, che possiamo contribuire a cambiare un sistema sociale ormai completamente in cortocircuito. Per iniziare a togliere le mani dalla presa ( di corrente) leggere questo scritto di Manzoni e il libro di Nicola Vacca oltre che un piacere è un dovere. Soprattutto per quella vile razza di scompARSI che sono gli intellettuali italiani.

Gian Paolo Serino

La lunga coda del ’900

Nicola Vacca e io siamo uomini del ‘900 perché infinite le tensioni ideali che ancora ci vivono, grande il desiderio di lotta (seppure la non più giovane età), troppa la consapevolezza di non avere mai abbassato la guardia, quindi le armi; come prima il libero pensiero, come seconda la scrittura, come terza la passione. Ben sappiamo che l’artista e l’intellettuale devono sapersi impegnare nei conflitti della società in cui vivono (il famoso: engagement) e fare scelte, qualunque esse siano, ma pur farle, quando scegliere diviene azione e fine. Sconcertante è anche il come si sia entrambi ben consci e d’accordo che il marasma, che oggi l’Italia e l’Occidente stanno vivendo, il rovinoso declino etico a cui stiamo assistendo, sia questione iniziata a dibattersi tra le due guerre mondiali; dibattito, a quanto pare, non ancora esaurito. Anzi! Nel corso di lezioni tenute a Friburgo negli anni 1929-30, intitolato “Grundbergriffe der Metaphysik” (Concetti fondamentali della metafisica), Heidegger affermò che lo stato d’animo allora prevalente in Europa era quello della “noia” profonda e dell’ “abbandono metafisico”. Ai suoi studenti fece presente che: “…gli stati d’animo sono il presupposto e il medium del pensare e dell’agire. Ciò vuol dire che risalgono in modo più originario alla nostra essenza: in essi incontriamo noi stessi in quanto esser-ci.”
Non esistendoci più “stati d’animo”, Heidegger individuò quello che a suo avviso era il dato essenziale della ‘profezia’ spengleriana nel “Tramonto dell’Occidente”. Egli scrisse: “Tramonto (Untergang) della vita a causa e per mezzo dello spirito. Ciò che lo spirito soprattutto in quanto ragione (rathio) ha prodotto nella tecnica, nella economia, nella trasformazione totale dell’esistenza simboleggiata dalla metropoli, si volge contro l’anima, contro la vita, la soffoca e la costringe al tramonto e al declino. Che oggi si torni a dar credito alla sentenza di Spengler sul tramonto dell’Occidente si deve, oltre che a numerose cause esteriori, al fatto che la sentenza di Spengler non è che la conseguenza negativa, anche se giusta, delle parole di Nietzsche: il deserto
cresce…” In quel caso, come nel nostro, la parola deserto conteneva in sé un’ampia gamma di riferimenti… dallo sfruttamento e devastazione della terra, al declino del sacro, alla fuga degli “dei”, all’oblio della verità, all’ingiustizia dilagante, alla volgarità proposta come modello, alla corruzione accettata come prassi, allo sbando esistenziale. Quindi non una civiltà, ma un’epoca della storia dell’essere era al tramonto. Da ciò il crollo di una data cultura (e perciò di certi modelli forti di riferimento) non era altro che la conseguenza di una sviante concezione metafisica dell’uomo come “animale razionale”.
Anche Bergson spinse su quel tasto. Lo Zeitgeist, “lo spirito del tempo”, indicava che si era giunti a un capolinea, oltre: la possibile catastrofe, oppure la presa in considerazione che un insieme di uomini consci e motivati si facesse carico di una possibile rinascita.
Dunque il tramonto dell’Occidente non è un qualcosa di inevitabile, di necessario, in quanto la storia non è costituita dall’esistenza umana o dalla vita animale, non si tratta cioè di un aspetto della ripetizione biologica nascita-vita-declino-morte delle forme culturali, ma, all’opposto (e qui il distaccarci dall’analisi di Spengler), di una dimensione di quel ciclo creativo di ripetizione (Wiederholung) che comporta un andamento di ritorno verso la fonte primaria (l’Origine – Ursprung) della storia, ma anche un muoversi in avanti verso un nuovo inizio storico. Nicola Vacca indica, in questo suo ultimo libro, oltre che le cause, anche i possibili effetti del crollo, affidandosi alla poesia, la quale ritorna a diventare “metodo sociale di lotta” al fine di sensibilizzare (accusare) poi di spronare una possibile reazione a uno stato, non accettato, putrescente e cancrenoso. Sempre per Spengler la società moderna era destinata a diventare una sorta di macchina calcolatrice i cui “membri-ingranaggi” avrebbero eseguito meccanicamente i compiti loro assegnati, anestetizzati da falsi modelli di progresso e di benessere. Allo stesso modo Heidegger metteva in guardia gli occidentali da un sistema della tecnica (Gestell) che andava sempre più acquisendo il completo dominio e controllo sugli individui stessi, nonostante la pretesa illuministico-positivista (ormai modelli dimostratosi fallimentari) dell’uso dei mezzi tecnici al fine di consentire all’uomo di divenire il “signore del mondo”. Sotto questo aspetto quella che agli occhi di Heidegger si andava delineando come una specie di “setta” (di casta, usando termini attuali) mondiale, rivolta unicamente alla Volontà di Potenza, in quanto dominata da modalità e procedure di carattere tecnico, rappresentava la minaccia più grande per il nostro futuro, proprio in virtù della sua ramificazione planetaria, quindi tanto più omologante, portatrice di sradicamento e di emorragica perdita di identità.
Ad attirare l’attenzione del filosofo tedesco su questo incontro tra il dispiegamento planetario della tecnica, da parte e per uso di certuni (i meno), in quanto Volontà di Potenza, e i restanti (i più), cioè il popolo (Volk), fu l’opera di Ernst Jünger “Der Arbeiter” (“L’Operaio”, del 1932). Ed è contro a tale “setta” che necessita battersi, al fine che il valore dello Spirito Originario (ursprünglichen Geist), del quale ci poniamo come custodi, laicamente sociali e religiosamente monastici, di nuovo si trasformi in palingenetico dispensatore di un domani. Nicola Vacca e io sappiamo bene questo, e per questo continuiamo a esprimerci, ritrovandoci nella necessità, mai nel e per caso.
Il momento lo richiede.

Gian Ruggero Manzoni

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Mattanza dell'incanto Cover

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