Presentazione della nuova raccolta poetica di Lio Attilio Gemignani

di poesiaoggi

lio gemignani eventoMemoria e poesia in Lio Gemignani

Aver memoria di qualcosa significa averne coscienza.
Paul Ricoeur, nella ricerca riguardante la memoria, la storia, l’oblio, considera la memoria strutturata in modo ternario: abbiamo una memoria collettiva che diventa storica quando riscriviamo il passato e gli affidiamo un senso per progettare il futuro. Esiste, poi, una memoria personale. Ma tra la collettiva e la personale c’è la memoria dei nostri prossimi, di coloro che ci sono o ci saranno vicini, e che sono in grado di raccontarci della nostra nascita, di assisterci nei momenti difficili e di narrare ad altri la nostra sorte. Questa trascurata memoria, più che dalla storiografia è soddisfatta dalla poesia, come anche dai versi del nostro autore. È un tipo di memoria che potrebbe – pensa Daniella Iannotta – “diventare simbolo di una scrittura della storia che, se non può far rivivere gli umiliati del passato, può conservarne il ricordo e riconoscerli nella loro sofferenza facendo di quella scrittura il pietoso gesto di una sepoltura che si rinnova, quasi a rinsaldare il legame delle generazioni”. La maestosa quercia, svettante a San Martino in Colle e rievocata da Gemignani, non ha coscienza – è in – cosciente -, perché non ha memoria né della grande storia, né delle piccole storie individuali;

non sa

del piccolo tempo
degli uomini: le loro guerre,
i patti dei briganti,
le parole degli amanti …

Queste poesie inseguono le tracce di vicissitudini lontane, in equilibrio tra memoria e oblio: labile è la traccia / e ambiguo il segno.
È rievocato il luogo, immerso nelle colline, con il quale, al tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, il poeta viveva in felice simbiosi. L’io narrante, partendo da lì, ha intrapreso il lungo viaggio dell’esperienza ed ora – dopo un volo d’anni – il suo sguardo distaccato, eppur partecipe, confronta le due età dello ieri e dell’oggi. L’immagine dell’aquilone, fissata nel titolo, non contrassegna – come in Sarah Kirsh – un desiderio di libertà oltre i confini, congiunto al dolore per lo sradicamento determinato da forze ineluttabili:

Salgono gli aquiloni. E’ gioco
per grandi pianure senz’alberi ed acqua. Nel cielo aperto
sale
la stella di carta, inarrestabile
strappata nella luce, più in alto, fuori da ogni vista
più lontana, lontana

a noi rimane il resto del filo, e l’averti conosciuta.

In Gemignani, l’aquilone non si perde occultandosi oltre l’orizzonte visivo, ma diventa emblema della memoria, dei ricordi legati a un luogo ben definito, dove

… un chiodo arrugginito
ancora tiene a quelle travi
la mia e altre piccole storie.

Quel mondo è sorvolato dall’aquilone e percorso dal suo fruscio, un suono indefinito che, analogamente al pascoliano sussurrare dei pioppi, stimola l’avvento del momento evocativo, il riemergere di frammenti erranti nella mente, il susseguirsi d’immagini di limpida bellezza. Inizialmente forse è viva la speranza che il rivisitare la libera natura dell’infanzia possa offrire, con i suoi antichi richiami, un ausilio, un sostegno. Ma il poeta si muove in un mondo di fantasmi, in una realtà ridotta d’intensità e d’azione, ricca solo di memorie. Le cose non tardano a tradire il loro segreto: è impossibile possederle, esserne partecipi in modo definitivo, la loro durata è precaria.
Improvvisamente gli oggetti si presentano fragili e ambigui. Le atmosfere si rarefanno e una sorta di velo diafano si stende su tutto e tutti, smorzando suoni e colori. Regnano le mezze tinte e il buio (gialli ottobrini; tra sambuchi a lutto; verdi nel buio; non ha parole il buio). I rumori, i suoni diventano evanescenti (un bisbigliar di faccende; una penombra di suoni / il respiro della notte). Ma è il silenzio a dominare per lunghi tratti i versi (silenzio che pesa; È questo silenzio / un cerchio d’acqua / che s’allontana) e se il visitatore sperava in una via d’uscita salvifica, si trova immerso, perduto in un confuso intrico. Accanto gli stanno i morti, con la loro ostinata presenza, mentre i vivi sembrano non esserci. Pur tuttavia il visitatore di tanto in tanto sperimenta un dialogo, rivolgendosi con confidenza a un tu senza nome, che, taciturno, non risponde, ed è, come i morti, muto. Tutto va a sciamare verso l’immagine conclusiva: l’io si perde nel labirinto che porte più non apre. Il nulla, il buio suggellano la parabola umana: L’alba sarà la tua ombra. Nera. Già notturna!. Come in Montale che, immerso “in un’aria di vetro”, presagisce “il nulla alle mie spalle”. Durante il viaggio della memoria il poeta ha salvato, con la sua poesia, frammenti di vita individuale e collettiva, ma, in ultima analisi, ogni destino gli si rivela – come nel gioco dei bambini – simile al lancio d’un sasso nell’acqua: s’impenna … cade … rimbalza; o simile all’aquilone pascoliano che – volendo tratteggiare la parabola di una vita – urta … sbalza … risale. Ricoeur concludeva la sua meditazione sul senso dell’esistenza prospettando, oltre il vortice e i drammi della storia, l’approdo nella riappacificazione del perdono. Non dissimile la posizione di Gemignani, che nulla sa chiedere, “se non pietà”, per quanti sparirono e poi riemersero nella “folata del vento” dei ricordi.

Gio Batta Bucciol

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