poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: luglio, 2013

Per mano nelle vie medievali e le torri …

Per mano nelle vie medievali e le torri
a dirci quanto siamo bassi – io in particolare –
a fare il filo ai muri per quella storia poi
della mia ansia sociale ci piace tanto riderne
in ristoranti chic dove si mangia poco
e tu lo sai che voglio il posto sotto il quadro –
barocco o astratto non importa molto – come
quando guardo bollire le tue vene in risalto
e mi chiedi «Cos’hai?», ma io sono già seduta:
le spalle alle pareti dei tuoi vasi sanguigni.

(Irene Paganucci, Di questo legno storto che sono io, Marco Saya Editore 2013)

cover di questo legno

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Di prossima pubblicazione nella collana poesiaoggi

Andrea Carraro – Questioni private
Luca Cerretti – Alcuni Tentativi di Ipnosi
Maurizio Landini – Dorsale
Luca Vaglio – Milano dalle finestre dei bar

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“Di questo legno storto che sono io”: l’esordio poetico di Irene Paganucci

La Balena Bianca

letture01

di Martina Daraio

Irene Paganucci è nata a Lucca, ha 25 anni, e Di questo legno storto che sono io (Marco Saya, 2013) è la sua opera d’esordio.

La raccolta, come si evince dal titolo, parla di forme imprecise, di imperfezioni intrinseche, di quello che ogni uomo è ma che allo stesso tempo nasconde: un legno storto da «tutta la furia del tempo». Si tratta allora di una condizione di costante sofferenza che ha bisogno di trovare le parole che la decostruiscano, la analizzino, la comprendano fino a renderla possibile e accettabile.

La silloge si apre infatti con due epigrafi che evocano questa necessità di raccontare la vita tanto nei suoi aspetti quotidiani e trascurati quanto in quelli più dolorosi e opprimenti. La parola deve farsi carico di tutta la realtà e, inoltre, deve farlo con delicatezza, con “leggerezza”.

A dispetto delle tendenze degli ultimi anni, in cui ad imporsi è una poesia rumorosa e…

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Chiacchiericcio

Chiacchiericcio

Recensione di Nicola Vacca

Chiacchiericcio

Il poeta, oggi più che mai, deve essere uomo del suo tempo. La sua voce deve pugnalare, ferire, scuotere e svegliare le coscienze annichilite dal pensiero unico. Marco Saya è poeta d’impegno civile e la sua poesia senza alcuna finzione sociale mette al bando i luoghi comuni del politicamente corretto. Con “Chiacchiericcio” , la sua nuova raccolta, egli entra a gamba tesa nel nostro tempo e si confronta in maniera originale e provocatoria con la decadenza, la decomposizione, il caos e soprattutto con l’indefinito della crisi morale e economica che stiamo attraversando. I suoi versi non fanno sconti a nessuno: ironici e caustici come dardi vengono scagliati di proposito per conficcarsi nella carne ferita dal degrado di questi tempi. Saya non si nasconde e scrive: “ mi chiedo spesso perché mi ri-trovo in questo secolo / e non nei precedenti o nel cenozoico. / ri-apprendere come sfregare la pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente “. Il poeta è un incendiario. Per lui scrivere versi significa rovesciare con grande inquietudine il tavolo della contemporaneità che vive e rimescolare, prima che sia troppo tardi, le carte truccate di questo presente manipolato da squallidi “orchestrali della mente”, sicari al soldo di forze oscure che seminano paura tra gli umani per avidità, ambizione e potere. Davanti alla “precarietà della parola”, la confusione cresce. Sempre più imbonitori e affabulatori con il loro chiacchiericcio si impossessano dell’alfabeto del mondo e lo rendono povero con il conformismo dei luoghi comuni , utile soltanto ai loro squallidi giochi di conquista e di arrivismo e al mantenimento di uno status quo in rotta con i cambiamenti radicali di cui necessita il presente violentato da infinite idee scolorite, dove prevalgono tutte le più pericolose sfumature del grigio. “Ogni cinque minuti s’inventano /qualche neologismo e la spending rewiew /e il caviale dei ricchi è la briciola /di pane raffermo per il povero. / ogni cinque minuti ci ripetono / che dobbiamo passivamente /subire, come bravi soldatini / immolati aòòa loro dabbenaggine / i capricci e gli ordine del generale Spread. / ogni cinque minuti c’è chi si uccide / invece di uccidere la causa”. La poesia di Marco Saya accoltella il nostro tempo. I sui versi sono chiodi che si piantano nel muro della terra per fare male e dire a voce alta che ne abbiamo abbastanza di tutto questo chiacchiericcio in cui perdiamo l’innocenza di tutto ciò che accade, e nel quale si smarrisce per sempre la strada che ci conduca fuori una volta per tutte dalla fango nel quale siamo maledettamente finiti.

http://www.satisfiction.me/chiacchiericcio/

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GIULIO MAFFII- LE MUCCHE NON LEGGONO MONTALE- SAYA EDIZIONI

Il critico letterario Giulio Maffii dedica quindici brevi articoli alla poesia, alla sua diffusione e interpretazione, difendendo con strenua passione e esigente vis polemica la peculiarità del suo dettato compositivo, il dovere di una ricerca stilistica mai approssimativa, la responsabilità di uno studio approfondito della tradizione, insieme al coraggio di una originale innovazione sperimentale. Così recupera in alcuni interventi nomi trascurati della nostra produzione poetica nazionale (da Margherita Guidacci a Camillo Sbarbaro), rivaluta il barocco come superamento di una stagnante convenzione di stampo petrarchista, propone nomi ispanici mai abbastanza raccomandati (Salinas e Cernuda), sostiene l’oscurità polisemica dei versi rispetto a qualsiasi troppo facile prevedibilità, propone un’acuta lettura di una poesia di Fortini come esempio riuscito di “atonalità mista” che introduca il lettore ad esiti inattesi e non scontati, sull’esempio della musica dodecafonica. Ma soprattutto si scaglia con rigorosa e risentita severità contro l’autoreferenzialità contemporanea della pletora di “poeti inutili”, “poeti parrocchiali”, “poeti dai sospirosi lamenti” che leggono solo se stessi, ingolfano “una miriade di pseudo concorsi letterari”, pubblicano raccoltine fai da te e pretendono recensioni dalla stampa locale, affollano readings e festival che sono solamente occasioni di esibizione narcisistica: incoraggiati da blog e siti del sottobosco poetico, in cui gli autori si scambiano favori e premi e citazioni vicendevoli. Cosa scrive il poeta inutile? “Semplicemente abbozzi, prose da diario segreto adolescenziale…enfasi patetiche. E poi Montaleggia, Ungaretteggia, quando si slancia Nerudeggia…non scopre parole, non osa, forse  non conosce…” Introduce le similitudini con un “come”, applica “orribili troncamenti, ognor, cuor, ben…”. Perché scrivere poesia, se quest’arte non è tra i bisogni istintivi primari? “Le mucche non leggono Montale, e sopravvivono lo stesso”. (  Alida Airaghi )

http://www.ibs.it/code/9788898243013/maffii-giulio/mucche-non-leggono.html

Cover Le mucche

acquario ( 2001 )

essere nell’essenza
delle cose
mai consumate
pesci rossi
boccheggianti
in una sfera
di cristallo
frammenti
di sogni
osservati
da un gatto
randagio
e malato

sfera

Flash sulla neo casa editrice

Se volessi fare un primo bilancio non potrei che essere soddisfatto.  Da inizio 2012 14 titoli in catalogo e altri 6 pronti per Natale.  Una casa editrice che non chiede contributi agli autori ma che segue una precisa linea editoriale improntata sulla caratterizzazione dei testi. Alcuni titoli già recensiti sui maggiori quotidiani nazionali, locali e siti letterari. Autori che sul mercato della poesia stanno registrando consistenti risultati di vendita grazie anche alla distribuzione online, presentazioni, partecipazioni a fiere della piccola e media editoria e richieste da parte di molte librerie. Da inizio 2014 partirà anche la collana di narrativa con interessanti novità.

http://brunogentile.wix.com/marcosayaedizioni#!catalogo/c21kz

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Chiacchiericcio

Chiacchiericcio di Marco Saya

Belli da leggere di Grazia Calanna

Marco Saya Edizioni

“cinque muniti per dirvi di non ascoltare / codeste cassandre puttane / travestite da lauree con master a seguito, / figlie di un capitalismo abortito / e di una democrazia stuprata. […] cinque minuti per riprendervi quella dignità / persa nella sabbia fine di qualche deserto”. Marco Saya, edita se stesso, e, tra virgolette, si scusa per il tempo rubato al nostro tempo chiamandoci alla malmenante lettura del suo spregiudicato Chiacchiericcio. Dopo averlo scusato, lo ringraziamo. Converrebbe Cioran, esistono solo le cose che abbiamo scoperto da soli, le altre sono tutte chiacchiere. Saya, cosciente della “precarietà della parola”, addita la menzogna, “verità tramandata da previi accordi”, figlia dell’umanità intrappolata nel cerchio perpetuo della reiterazione, “ricordo quei convogli / che, allora, avevano / un’unica destinazione”. Plasma versi agili, “il caleidoscopio della mente / ricicla immagini variopinte / come ruote di pavoni”, fotogrammi verbali di un paese popolato da lacchè, opinionisti senza opinioni, morti sul lavoro, precari in cerca di dignità, in cui “la povertà precipita / fracassandosi sull’asfalto / cosparso da compresse di xanax”. Versi acuti, “mi domando se, oggi, l’idea abbisogni / di un nuovo re-styling / ma gli orchestrali della mente / dirigono solo metà emisfero / perché a corto di dipendenti”, di sociale (mordace) interpellanza, “ri-apprendere come sfregare le pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente?”.

Saya Marco – Chiacchiericcio, recensione a cura di Nicola Vacca

Il poeta, oggi più che mai, deve essere uomo del suo tempo. La sua voce deve pugnalare, ferire, scuotere e svegliare le coscienze annichilite dal pensiero unico. Marco Saya è poeta d’impegno civile; la sua poesia, senza alcuna finzione sociale, mette al bando i luoghi comuni del politicamente corretto. Con “Chiacchiericcio”, la sua nuova raccolta, entra a gamba tesa nel nostro tempo e si confronta in maniera provocatoria con la decadenza, la decomposizione, il caos e soprattutto con l’indefinito della crisi morale e economica che stiamo attraversando. I suoi versi non fanno sconti a nessuno: ironici e caustici come dardi vengono scagliati di proposito per conficcarsi nella carne ferita dal degrado di questi tempi. Saya non si nasconde e scrive: “Mi chiedo spesso perché mi ri-trovo in questo secolo / e non nei precedenti o nel cenozoico. / ri-apprendere come sfregare la pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente”. Il poeta è un incendiario. Per lui scrivere versi significa rovesciare con grande inquietudine il tavolo della contemporaneità che vive e rimescolare, prima che sia troppo tardi, le carte truccate di questo presente manipolato da squallidi “orchestrali della mente”, sicari al soldo di forze oscure che seminano paura tra gli umani per avidità, ambizione e potere. Davanti alla “precarietà della parola”, la confusione cresce. Sempre più imbonitori e affabulatori che con il loro chiacchiericcio si impossessano dell’alfabeto del mondo. La loro azione lo rende povero nel esercizio quotidiano del conformismo dei luoghi comuni, utile soltanto ai loro squallidi giochi di conquista e di arrivismo e al mantenimento di uno status quo in rotta con i cambiamenti radicali di cui necessita il presente violentato da infinite idee scolorite, dove prevalgono tutte le più pericolose sfumature del grigio. “Ogni cinque minuti s’inventano /qualche neologismo e la spending rewiew /e il caviale dei ricchi è la briciola /di pane raffermo per il povero. / ogni cinque minuti ci ripetono / che dobbiamo passivamente / subire, come bravi soldatini / immolati alla loro dabbenaggine / i capricci e gli ordine del generale Spread. / ogni cinque minuti c’è chi si uccide / invece di uccidere la causa”. La poesia di Marco Saya accoltella il nostro tempo. I sui versi sono chiodi che si piantano nel muro della terra per fare male e dire a voce alta che ne abbiamo abbastanza di tutto questo chiacchiericcio in cui perdiamo l’innocenza di tutto ciò che accade, e nel quale si smarrisce per sempre la strada che ci conduca fuori una volta per tutte dalla fango nel quale siamo maledettamente finiti.

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Una scrittura poetica matura mantiene sempre un linguaggio comunicativo diacronico e interpersonale con il lettore che si ritrova di fronte ad una successione naturale degli eventi vitali sviluppati e replicati. Marco Saya nel suo volume poetico Chiacchiericcio fa ruotare l’asse concettuale del suo testo intorno all’osservazione riconoscibile dell’esistenza e della sua evoluzione. E’ la parola poetica che definisce il termine temporale in cui si approfondiscono i rapporti umani spesso prevedibili nel loro corso naturale. La liberalizzazione della semantica crea una nuova forza che conquista la fraseologia corrente del gergo (Ghiorgos Markopulos). La realtà delle cose viene celebrata con straordinaria ironia e musicalità: il verso libero erompe in una lente di ingrandimento caricando la poesia di nuova energia e vigore. Lo sguardo è sempre concentrato oltre la materia che è definita da un tempo compiuto e da un tempo da compiere come un vestito nuovo da indossare. Le atmosfere e le luci che ci oltrepassano sono innumerevoli e Saya le ribattezza dando alla parola una verginità e una posizione certa nelle similitudini. La comunicazione tra le cose permette di rivisitare gli strati più profondi del quotidiano che sono collegati tra loro da un filo che riveste i simboli e rivela i confini dello spazio in cui il poeta abita e sente. Giorno dopo giorno il compito di tradurre lo stato attuale del dubbio e la complessità delle scene è affidata all’atto di innalzare la mente al pensiero poetico. Questa inclinazione consente di sopravvivere ai sensi di colpa e al passare degli anni che pur denunciano la solitudine sociale e la esasperata ricerca del bene personale. Resistere alla cupezza e alla metamorfosi del mondo germina la foga travolgente della comunione, ancora possibile. ( Rita Pacilio )

http://ritapacilio.blogspot.it/2012/08/recensione-rita-pacilio-su.html

Appunti di Francesco Castellani

Fin dalla prima poesia, sunto, mi sono detto, si sente un tono vagamente montaliano. Poi mi sono chiesto, ma quale Montale? Quello del secondo tempo, quello del tono prosastico e raziocinante: da Satura in poi insomma. Anche il titolo notizie mi ha richiamato alla mente (troppo facilmente forse) Notizie dall’Amiata. Così come paguri mi ha ricordato Il paguro del Diario del ’72. Sono solo banali coincidenze oppure sono indizi? Lascio a te la risposta anche se so che spesso la ‘fonte’ si trova più nell’orecchio di chi legge che nella penna di chi scrive … Poi mi sono appuntato “Saya contesta il tempo presente e lo fa con l’intelligenza e l’eleganza dell’ironia e non tanto con l’ira del sarcasmo. Più con l’intelligenza che con la pancia. Una parola d’ordine di questa contestazione è “generale apatia” di storia. Pare che oggi “nessuno” sia più in grado di apprezzare il proprio presente e la sentenza finale di storia lo conferma: tendiamo a sprecare il tempo per incapacità e ‘distrazioni’ disumane. Ho registato ‘scolasticamente’ altre contestazioni: “le notizie non sono delle migliori”, “mi chiedo spesso perchè mi ri-trovo in questo secolo e non nei precedenti”, “nessuno era contento”. Ma poi ho smesso perché l’elenco è troppo lungo. Molte poesie sono contrassegnate da una sottile ‘arguzia’, logica e verbale. Un esempio tra tutti è l’intera poesia inizio che auspica la possibilità di imparare nuovamente a sfregare la pietra perché così “potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente” (ricorre anche qui la critica all’odierno). Ancora con alfabeto : “di tutto fu scritto / e l’alfabeto del mondo / era sempre più povero”; “la precarietà della parola lottava per un discoro a tempo interminato”. In guazzabuglio l’ironia è ancora più efficace perché si ricorre allo stesso “guazzabuglio di parole per raccontare la nostra confusione”; non è dato usare parole ‘chiare’ per esprimere il disorientamento. L’unico modo per rappresentare davvero l’ottundimento è quello di usare il suo stesso linguaggio, altrimenti si fa pedagogia o descrizione. Diversamente, il poeta si porrebbe come osservatore ‘esterno’ e non più come protagonista della confusione che tutti ci attraversa. Infatti per raccontare il disordine che involge l’animo è sufficiente dire “io sono” e a conferma la poesia si conclude gnomicamente – in stile montaliano – affermando l’impossibilità di distinguere l’originale dal falso. E’ questo l’aspetto più drammatico: anche le persone più consapevoli (come la voce narrante della poesia) sanno che l’inautentico fa parte del proprio essere; il “falso” viene plasmato continuamente in ognuno di noi dalla società di massa attraverso i suoi mezzi potentissimi di condizionamento e di comunicazione; nessuno ormai è in grado di espungere lo spurio che ci informa.

Inoltre condivido completamente la critica di pregiudizio del poeta: ho veramente in antipatia la moda d’oggi di esaltare il poeta ‘dodicenne’, di individuare il poeta della propria generazione e così via. Anche per me non conta l’età o la generazione ma conta il valore del testo … e anche per me la poesia si trova là dove si trova (“la poesia vive qua e là”) e non in categorie o schieramenti.

Mi piacerebbe fare un discorso più articolato su cinque minuti ma sia sufficiente sottolinerare anche qui l’arguzia e l’ironia di prendersi “cinque minuti” per vendicarsi e suggerire di non ascoltare “le cassandre puttane”. Su questa stessa linea si trova anche L’imbonitore. Non mancano le corde nostalgiche e melanconiche che si apprezzano in orchestrali della mente.

D’accordo concludo con l’ultima notazione: Una chiave di lettura del l’intero libro, credo, ce la fornisci con la citazione finale di Montale, a mo’ di esergo rovesciato. Citazione che io conosco bene per averla ‘condivisa’ tanto tempo fa (ormai), e che scoprìì Nel nostro tempo del 1972 (se non ricordo male). La tua critica lirica e ironica è rivolta appunto all’ uomo d’oggi che fa massa, massificandosi. Non è più in grado “di andare in direzione ostinata e contraria” tanto per usare altra nota citazione. Con l’abuso della tecnologia l’uomo non è più in grado di decifrare neppure qual è il proprio piacere e il proprio benessere. Anzi ora che mi viene in mente tu stesso lo hai dichiarato in pregiudizio del poeta: “non seguire la direzione della cartina, … nuota controcorrente come i salmoni “…

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http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/11/25/alfabeto-in-versi-di-un-chitarrista-jazz.html

http://graziacalanna.blogspot.it/2013/03/marco-saya-i-versi-partitura.html

Chiacchiericcio

di tutto si parlottò
e di chi trovò soddisfazione
nel bicchiere mezzo pieno
o mezzo vuoto.
l’astemio e l’ubriaco non si confessarono,
per gli altri la comunione
fu la questione
se l’ostia si dovesse accompagnare
all’acqua o al vino.

pifferai ( 2010 )

si soffia il piffero per sputar suoni ( odo la traviata o take five o serenata rap ) in questo mischio bestiale che Nessuno vuole sapere e conguaglia a un’approssimazione o in un bar si sosta per sosta vietata e quel cane piscia dove gli pare giusto che pisci a caso e noi in quelle maledette turche senza mai una cazzo di chiave per poi ripartire in un altro passeggio di cloni che camminano e non salutano, povere bestie bestiame, ecco il tir che sfreccia e il mischio confonde il maiale maiali disossati imperturbabili nell’idiota idiozia del mal comune mezzo gaudio e intono a love supreme ma quale amore supremo che Coltrane ha ciccato con il partito dell’amore che tutti si detestano, santi, poeti e naviganti tra quattro incroci senza un semaforo, maledette rotonde che bisogna rallentare e il semaforo giallo intermittenza delle disgrazie notturne allunga la vita e l’autunno già sopravanza banalità tra in-facezie del nulla vuoti a perdere ma sempre noi perdiamo che una clava allora sortiva il suo effetto e invece qui nelle piazze solo a sbraitare e continuiamo a soffiare il piffero e a sputar suoni e chi suona il gong, tanto si sa che vince il croupier e questo mondo come un casino casinò e tu ti accontenti di infilare un euro nella slot e poi scappi via perchè non hai la cravatta che poco cambia e arrivi nudo per infilarti nel letamaio letto di varie prestazioni, tanto sperma raffermo per sporcare un lenzuolo immacolato ( chissà che direbbe la vergine Maria? ) e poi quella maledetta sveglia ti ri-pensa sul Che Fare e che vuoi fare se non un caffè in quel bar con quel cane che ti ri-piscia vicino per affetto, almeno a lui nessuno scriverà quattro fesse righe di necrologio e giri a vuoto in qualche temporary management perché il business ti scarta e Che Fare le pulizie in una scala dove il filippino ti ha già fregato e continua a soffiare il piffero, pifferaio prendi un’anguilla mettila in un cesto e raccatta qualche centesimo da altri pifferai e poi assieme udite il canto di Nausicaaaaaaaaaaa e schiantatevi in quell’isola che di morti il mediterraneo è pieno e non fa differenza tirare a campare o morire, tanto un mondo vale l’altro.

pifferaio

viaggio in treno ( 2011 )

mi ricordo di un viaggio in treno,
delle nostre vite normali
e di come i pensieri rincorrevano
come in un gioco
il passaggio di alberi,
pali, tralicci, accomunati
e confusi nella fretta di sparire.

tra una stazione e l’altra
gli orchestrali della mente
richiedevano ossigeno
per poter nuovamente scherzare
nella successiva corsa.

guardavo fuori dal finestrino
e mi dissolvevo nel labirinto
dei sogni sciupati, persi
e poi raccolti, chissà,
da qualche sbadato,
che trovandosi lì per caso,
avrebbe, forse, risolto
il proprio rebus.

treno