Mattanza dell’incanto di Nicola Vacca

di poesiaoggi

cover mattanza

“Mattanza dell’incanto” è il felicissimo titolo scelto da Nicola Vacca per raccontarci acutamente l’Italia contemporanea. Pubblicato da Marco Saya (poeta e editore tra i più coraggiosi e onesti del nostro Paese), si divide in cinque sezioni accese da un’indefessa vitalità e vis polemica. Testi rigorosamente civili sostenuti da una rabbia energica, come quella di un padre o un vero amico che ti afferra e molla uno schiaffo per dirti: “Che stai combinando della tua vita? Sveglia!”. Un libro dal taglio aforistico (frasi che tendono a una assertività memorabile), e poetico, corroborante, che fa deporre al lettore l’inerzia, l’accidia, davanti a un commovente ottimismo della volontà mostrato (e dimostrato) riga per riga. Come scrive Gian Ruggero Manzoni nella prefazione, la parola di Vacca  appartiene alla sfera della necessità, non del caso, unita a una libertà di pensiero e alla felicità della passione come motore. Quel che tocca particolarmente è l’urgenza di verità dell’autore che, al di là della bravura e del mestiere, sa guardare con curiosità e occhi di bambino il mondo attorno. Così si domanda ancora molte cose: “voglio capire il carico di questo vuoto” (p.11); “L’umanità è perduta perché abbiamo perso l’abitudine saggia di investigare l’anima” (pp.12-13); giunge a proclamare la fine della civiltà: “Chiamate il prete, è ora di celebrare il funerale del nostro tempo che si è spento perché nessuno ha avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome” (p.15). Coraggio che non manca all’autore, insieme a un disarmante desiderio di verità e pace collettiva, idealista concreto mai supino su posizioni ideologiche preconfezionate, dentro una società che ha eletto a luogo ideale il luogo comune (cfr.p.17), dove “l’inverno dello spirito è l’unica stagione che ha qualcosa da dire”; “Di questi tempi è troppo intenso l’odore del cloroformio. Non cercate l’intuizione. Ad essere incendiari si corre il rischio di rimanere vittime del rogo” (p.18). Fuoco e gelo sono metafora della condizione umana ibernata e/o incenerita dai compromessi e dalla negazione della verità: “Il mondo brucia / anche se non ci sono fuochi / che accendono l’oscurità” (p.22), “Le parole non hanno un senso / ma c’è anche un senso senza parole. / Dentro questo inverno / c’è un ghiaccio universale. / Questo è il dramma / perché una volta il freddo / lo sentivi nelle ossa / e avevi una stagione da raccontare” (p.23). Questi componimenti si confrontano con i grandi poeti e aforisti, in un dialogo aperto, attuale, vigoroso, da Machado, Caproni, Flaiano, Sciascia, Canetti, Cioran, Kraus, ai moralisti francesi, si sente il respiro lungo della frase sintetica e densa, dono caustico e stringente per raccontare senza balletti insignificanti la folle danza erodiana di un’epoca che decapita se stessa. Tra seminatori di vuoto, nessuno escluso (p.28), una fine intravista ovunque (p.29), Vacca ci ricorda che “il male ha sempre fame” (p.42) mentre l’amore vacilla (p.37), tuttavia, in questo quadro realistico di un deserto materiale e spirituale, “Scrivere poesie significa / continuare a sperare in una nuova primavera” (p.51), l’amore stesso “è più forte del dolore / nel tempo del male” (p.53). La risposta, sta nell’altrove, nella poesia, magia dell’indicibile, con il poeta che sopravvive alla sua stessa morte (pp.64-65), nella condivisione della bellezza (p.68) senza timori: “Il controcanto della luce verrà / quando davanti a un punto interrogativo / smetteremo di avere paura” (p.60).
nicola vacca

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni, 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni, 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni, 2007)  Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio, 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio, 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio, 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio, 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (Marco Saya edizioni, 2013).

L’autore: Luigi Carotenuto

Luigi Carotenuto

Nasce il 16 agosto del 1981, meno di un mese prima della morte di Montale, esattamente 121 anni dopo la venuta al mondo di Jules Laforgue. Nasce in prima serata (ore 21 per l’esattezza) e non ricorda la visita a Versailles fatta due anni dopo accompagnato dai genitori. Nel 2011, compiuto il trentesimo anno di età, fa suo il seguente frammento di Baudelaire: “Si dice che ho trent’anni; ma se ho vissuto tre minuti in uno… non ho forse novant’anni?” Il suo amore per la poesia non gli ha concesso finora agevolazioni fiscali o posti d’impiego pubblici, in compenso riceve (gratis) libri da recensire. Legge e scrive per sopportare la vita che non sopporta che legge e scrive, chiude con Amelia Rosselli: “Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza / parole mute in fila”.

http://www.lestroverso.it/?p=3524

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