Antologica 2003-2013 ( frammenti )

di poesiaoggi

cerei

ora cerei
o erano bagliori
da ancestrali pance?
ora questo grigio flou
nel-non-so-se
effetto seppia
vintage
di arredi muti
in-parvenze
sonore

beffa

può essere improvviso
quello sbattere della vita.
nella folata si stacca il quadretto
e tu, lì dentro, ti guardi mentre
precipiti invece di salire.

inizio

mi chiedo spesso perché mi ri-trovo in questo secolo
e non nei precedenti o nel cenozoico.

ri-apprendere come sfregare le pietre focaie
potrebbe essere il miglior inizio
per dar fuoco a questo presente?

alfabeto

di tutto fu scritto
e l’alfabeto del mondo
era sempre più povero.
si ricercavano nuove lettere
anche se la precarietà
della parola
lottava per un discorso
a tempo indeterminato.

palloncini

quel palloncino salì improvviso
scappato da una piccola mano.

mai più fu ritrovato
nello sgonfio dimagrimento
dell’elio.

noi, pieni d’aria,
eravamo rimasti a terra.

birilli

come se tirare a campare
fosse una partita a bowling
e queste bocce difficilmente
ci azzeccano, troppi birilli
da abbattere,
così si sprecano energie
e torni a casa
con gli amici
e insieme bocce, biglie, sfere
da schivare.

nudi

quel ramo
s’apre alla finestra
nudo, ancora per
poco, interroga
sguardi indifesi
in attesa di riscatti
che il tempo rimanda
tra silenzi di tutti.

*

quanto importa
del contorno
di trucioli
truciolati sminuzzati
nel calderone pop che una minuzia
non fa differenza,
quanto importa, dunque?

*

cosa ci stiamo a fare
svestiti
e allunghi l’occhio
alle scarpe s-lacciate
con la terra dell’asfalto
– sotto – e gli occhi tacciono.

*

qualcosa nella dis-missione
di qualche colore esterno
a cornici
in un altro muro,
in altre pareti,
in altre case,
dovunque,
accade.

*

si potrebbe sgaiattolare
da questo mercatino
dell’usato e abbordare
quell’incognita che già si fiuta
nel profumo di nuove stagioni

chissà che non ne nasca una duratura storia d’amore

*

perché subappaltare la mente
a monoliti di varia dimensione
in questo teatro dell’immaginario
se il sipario sbaracca il carrozzone
e il clap clap precede il bla bla
per poi finire a tarallucci e vino?

*

sempre questa zavorra
di accessori per appesantire
il cammino di ossa come se
resistere alla spinta
verso il basso ci potesse
allontanare dall’incandescenza
del fuoco come quel neon
che, a forza, ci tiene svegli

*

di parallele all’infinito
scorrono rette
che si intersecano
in-grate così l’effetto
dell’incontro è
la finzione del finito

*

era una giornata calda
sudati per lo smog
in vortici d’aria dall’asfalto
provenienti o forse tombini
che starnutivano o vociferanti
dagli inferi così immaginavo
quei riflessi tremolanti

*

non ci è dato sapere
se i cari estinti anelino
a resuscitare e penso di no
troppa la fatica di una sveglia
al mattino con quattro pile
di rumore nella testa
e in principio furono menhir,
dolmen e cromlech
e prima ancora
procarioti e eucarioti
non avevano simili pensieri

*

quanti fili per la città
grovigli muti
boccheggianti dai finestrini
orecchie incollate a pacemakers
detriti di comunicazione
rovinosi affanni
appannati tra vitrei stagni
come oblò obliati

*

l’altro giorno ho incontrato un albanese
mi ha chiesto se avevo
da accendere
voleva parlare
abbiamo parlato
nella nostra diversità
avevamo qualcosa
da dirci

*

accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.

*

sonnolento alzo il braccio,
rovina di confezioni sparse,
anche sul letto – depositate –
m’intrufolo tra le righe,
pieghe (piagate) tra pagine scalze
di una moquette scolorita.

dicerie

spesso si dice che il futuro sia a portata di mano.
non ho mai capito di quale mano si parli.
la sinistra adulta trascina il secchio dei ricordi.
la destra bambina guida i ciechi nel presente.
di una cosa sono certo!
i piedi entrambi affrettano la meta.

*

è così bello buttare giù due righe
tra un semaforo e l’altro furtiva
la parola prende corpo sino al
semaforo successivo in cui si
completa nel discorso che non
ho in mente ma che sta in piedi
barcollando visione di me ubriaco
fradicio nell’incompiutezza della parte

appunti

svesto il cuore
dal rivestimento
ponendo là in angolo
il battito di ciglia
a ripiego di fatti
intransigenti,
corporei appunti.

due parole per dire

che ho sempre pensato che la poesia
potesse essere di tutti, universale e
non degli imitatori degli imitatori.

che potesse essere come il Jazz,
un’improvvisazione che approdi là
dove non è mai ben chiaro.

come le nostre vite,
pronte a essere spezzate
ora o dopo o quando.

Frammenti tratti dalle raccolte Situazione Temporanea edita da Puntoacapo editrice, Murales edita da Arca Felice e Chiacchiericcio.

jazz

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