Chiacchiericcio

di poesiaoggi

Chiacchiericcio di Marco Saya

Belli da leggere di Grazia Calanna

Marco Saya Edizioni

“cinque muniti per dirvi di non ascoltare / codeste cassandre puttane / travestite da lauree con master a seguito, / figlie di un capitalismo abortito / e di una democrazia stuprata. […] cinque minuti per riprendervi quella dignità / persa nella sabbia fine di qualche deserto”. Marco Saya, edita se stesso, e, tra virgolette, si scusa per il tempo rubato al nostro tempo chiamandoci alla malmenante lettura del suo spregiudicato Chiacchiericcio. Dopo averlo scusato, lo ringraziamo. Converrebbe Cioran, esistono solo le cose che abbiamo scoperto da soli, le altre sono tutte chiacchiere. Saya, cosciente della “precarietà della parola”, addita la menzogna, “verità tramandata da previi accordi”, figlia dell’umanità intrappolata nel cerchio perpetuo della reiterazione, “ricordo quei convogli / che, allora, avevano / un’unica destinazione”. Plasma versi agili, “il caleidoscopio della mente / ricicla immagini variopinte / come ruote di pavoni”, fotogrammi verbali di un paese popolato da lacchè, opinionisti senza opinioni, morti sul lavoro, precari in cerca di dignità, in cui “la povertà precipita / fracassandosi sull’asfalto / cosparso da compresse di xanax”. Versi acuti, “mi domando se, oggi, l’idea abbisogni / di un nuovo re-styling / ma gli orchestrali della mente / dirigono solo metà emisfero / perché a corto di dipendenti”, di sociale (mordace) interpellanza, “ri-apprendere come sfregare le pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente?”.

Saya Marco – Chiacchiericcio, recensione a cura di Nicola Vacca

Il poeta, oggi più che mai, deve essere uomo del suo tempo. La sua voce deve pugnalare, ferire, scuotere e svegliare le coscienze annichilite dal pensiero unico. Marco Saya è poeta d’impegno civile; la sua poesia, senza alcuna finzione sociale, mette al bando i luoghi comuni del politicamente corretto. Con “Chiacchiericcio”, la sua nuova raccolta, entra a gamba tesa nel nostro tempo e si confronta in maniera provocatoria con la decadenza, la decomposizione, il caos e soprattutto con l’indefinito della crisi morale e economica che stiamo attraversando. I suoi versi non fanno sconti a nessuno: ironici e caustici come dardi vengono scagliati di proposito per conficcarsi nella carne ferita dal degrado di questi tempi. Saya non si nasconde e scrive: “Mi chiedo spesso perché mi ri-trovo in questo secolo / e non nei precedenti o nel cenozoico. / ri-apprendere come sfregare la pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente”. Il poeta è un incendiario. Per lui scrivere versi significa rovesciare con grande inquietudine il tavolo della contemporaneità che vive e rimescolare, prima che sia troppo tardi, le carte truccate di questo presente manipolato da squallidi “orchestrali della mente”, sicari al soldo di forze oscure che seminano paura tra gli umani per avidità, ambizione e potere. Davanti alla “precarietà della parola”, la confusione cresce. Sempre più imbonitori e affabulatori che con il loro chiacchiericcio si impossessano dell’alfabeto del mondo. La loro azione lo rende povero nel esercizio quotidiano del conformismo dei luoghi comuni, utile soltanto ai loro squallidi giochi di conquista e di arrivismo e al mantenimento di uno status quo in rotta con i cambiamenti radicali di cui necessita il presente violentato da infinite idee scolorite, dove prevalgono tutte le più pericolose sfumature del grigio. “Ogni cinque minuti s’inventano /qualche neologismo e la spending rewiew /e il caviale dei ricchi è la briciola /di pane raffermo per il povero. / ogni cinque minuti ci ripetono / che dobbiamo passivamente / subire, come bravi soldatini / immolati alla loro dabbenaggine / i capricci e gli ordine del generale Spread. / ogni cinque minuti c’è chi si uccide / invece di uccidere la causa”. La poesia di Marco Saya accoltella il nostro tempo. I sui versi sono chiodi che si piantano nel muro della terra per fare male e dire a voce alta che ne abbiamo abbastanza di tutto questo chiacchiericcio in cui perdiamo l’innocenza di tutto ciò che accade, e nel quale si smarrisce per sempre la strada che ci conduca fuori una volta per tutte dalla fango nel quale siamo maledettamente finiti.

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Una scrittura poetica matura mantiene sempre un linguaggio comunicativo diacronico e interpersonale con il lettore che si ritrova di fronte ad una successione naturale degli eventi vitali sviluppati e replicati. Marco Saya nel suo volume poetico Chiacchiericcio fa ruotare l’asse concettuale del suo testo intorno all’osservazione riconoscibile dell’esistenza e della sua evoluzione. E’ la parola poetica che definisce il termine temporale in cui si approfondiscono i rapporti umani spesso prevedibili nel loro corso naturale. La liberalizzazione della semantica crea una nuova forza che conquista la fraseologia corrente del gergo (Ghiorgos Markopulos). La realtà delle cose viene celebrata con straordinaria ironia e musicalità: il verso libero erompe in una lente di ingrandimento caricando la poesia di nuova energia e vigore. Lo sguardo è sempre concentrato oltre la materia che è definita da un tempo compiuto e da un tempo da compiere come un vestito nuovo da indossare. Le atmosfere e le luci che ci oltrepassano sono innumerevoli e Saya le ribattezza dando alla parola una verginità e una posizione certa nelle similitudini. La comunicazione tra le cose permette di rivisitare gli strati più profondi del quotidiano che sono collegati tra loro da un filo che riveste i simboli e rivela i confini dello spazio in cui il poeta abita e sente. Giorno dopo giorno il compito di tradurre lo stato attuale del dubbio e la complessità delle scene è affidata all’atto di innalzare la mente al pensiero poetico. Questa inclinazione consente di sopravvivere ai sensi di colpa e al passare degli anni che pur denunciano la solitudine sociale e la esasperata ricerca del bene personale. Resistere alla cupezza e alla metamorfosi del mondo germina la foga travolgente della comunione, ancora possibile. ( Rita Pacilio )

http://ritapacilio.blogspot.it/2012/08/recensione-rita-pacilio-su.html

Appunti di Francesco Castellani

Fin dalla prima poesia, sunto, mi sono detto, si sente un tono vagamente montaliano. Poi mi sono chiesto, ma quale Montale? Quello del secondo tempo, quello del tono prosastico e raziocinante: da Satura in poi insomma. Anche il titolo notizie mi ha richiamato alla mente (troppo facilmente forse) Notizie dall’Amiata. Così come paguri mi ha ricordato Il paguro del Diario del ’72. Sono solo banali coincidenze oppure sono indizi? Lascio a te la risposta anche se so che spesso la ‘fonte’ si trova più nell’orecchio di chi legge che nella penna di chi scrive … Poi mi sono appuntato “Saya contesta il tempo presente e lo fa con l’intelligenza e l’eleganza dell’ironia e non tanto con l’ira del sarcasmo. Più con l’intelligenza che con la pancia. Una parola d’ordine di questa contestazione è “generale apatia” di storia. Pare che oggi “nessuno” sia più in grado di apprezzare il proprio presente e la sentenza finale di storia lo conferma: tendiamo a sprecare il tempo per incapacità e ‘distrazioni’ disumane. Ho registato ‘scolasticamente’ altre contestazioni: “le notizie non sono delle migliori”, “mi chiedo spesso perchè mi ri-trovo in questo secolo e non nei precedenti”, “nessuno era contento”. Ma poi ho smesso perché l’elenco è troppo lungo. Molte poesie sono contrassegnate da una sottile ‘arguzia’, logica e verbale. Un esempio tra tutti è l’intera poesia inizio che auspica la possibilità di imparare nuovamente a sfregare la pietra perché così “potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente” (ricorre anche qui la critica all’odierno). Ancora con alfabeto : “di tutto fu scritto / e l’alfabeto del mondo / era sempre più povero”; “la precarietà della parola lottava per un discoro a tempo interminato”. In guazzabuglio l’ironia è ancora più efficace perché si ricorre allo stesso “guazzabuglio di parole per raccontare la nostra confusione”; non è dato usare parole ‘chiare’ per esprimere il disorientamento. L’unico modo per rappresentare davvero l’ottundimento è quello di usare il suo stesso linguaggio, altrimenti si fa pedagogia o descrizione. Diversamente, il poeta si porrebbe come osservatore ‘esterno’ e non più come protagonista della confusione che tutti ci attraversa. Infatti per raccontare il disordine che involge l’animo è sufficiente dire “io sono” e a conferma la poesia si conclude gnomicamente – in stile montaliano – affermando l’impossibilità di distinguere l’originale dal falso. E’ questo l’aspetto più drammatico: anche le persone più consapevoli (come la voce narrante della poesia) sanno che l’inautentico fa parte del proprio essere; il “falso” viene plasmato continuamente in ognuno di noi dalla società di massa attraverso i suoi mezzi potentissimi di condizionamento e di comunicazione; nessuno ormai è in grado di espungere lo spurio che ci informa.

Inoltre condivido completamente la critica di pregiudizio del poeta: ho veramente in antipatia la moda d’oggi di esaltare il poeta ‘dodicenne’, di individuare il poeta della propria generazione e così via. Anche per me non conta l’età o la generazione ma conta il valore del testo … e anche per me la poesia si trova là dove si trova (“la poesia vive qua e là”) e non in categorie o schieramenti.

Mi piacerebbe fare un discorso più articolato su cinque minuti ma sia sufficiente sottolinerare anche qui l’arguzia e l’ironia di prendersi “cinque minuti” per vendicarsi e suggerire di non ascoltare “le cassandre puttane”. Su questa stessa linea si trova anche L’imbonitore. Non mancano le corde nostalgiche e melanconiche che si apprezzano in orchestrali della mente.

D’accordo concludo con l’ultima notazione: Una chiave di lettura del l’intero libro, credo, ce la fornisci con la citazione finale di Montale, a mo’ di esergo rovesciato. Citazione che io conosco bene per averla ‘condivisa’ tanto tempo fa (ormai), e che scoprìì Nel nostro tempo del 1972 (se non ricordo male). La tua critica lirica e ironica è rivolta appunto all’ uomo d’oggi che fa massa, massificandosi. Non è più in grado “di andare in direzione ostinata e contraria” tanto per usare altra nota citazione. Con l’abuso della tecnologia l’uomo non è più in grado di decifrare neppure qual è il proprio piacere e il proprio benessere. Anzi ora che mi viene in mente tu stesso lo hai dichiarato in pregiudizio del poeta: “non seguire la direzione della cartina, … nuota controcorrente come i salmoni “…

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http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/11/25/alfabeto-in-versi-di-un-chitarrista-jazz.html

http://graziacalanna.blogspot.it/2013/03/marco-saya-i-versi-partitura.html

Chiacchiericcio

di tutto si parlottò
e di chi trovò soddisfazione
nel bicchiere mezzo pieno
o mezzo vuoto.
l’astemio e l’ubriaco non si confessarono,
per gli altri la comunione
fu la questione
se l’ostia si dovesse accompagnare
all’acqua o al vino.

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