Chiacchiericcio

di poesiaoggi

Chiacchiericcio

Recensione di Nicola Vacca

Chiacchiericcio

Il poeta, oggi più che mai, deve essere uomo del suo tempo. La sua voce deve pugnalare, ferire, scuotere e svegliare le coscienze annichilite dal pensiero unico. Marco Saya è poeta d’impegno civile e la sua poesia senza alcuna finzione sociale mette al bando i luoghi comuni del politicamente corretto. Con “Chiacchiericcio” , la sua nuova raccolta, egli entra a gamba tesa nel nostro tempo e si confronta in maniera originale e provocatoria con la decadenza, la decomposizione, il caos e soprattutto con l’indefinito della crisi morale e economica che stiamo attraversando. I suoi versi non fanno sconti a nessuno: ironici e caustici come dardi vengono scagliati di proposito per conficcarsi nella carne ferita dal degrado di questi tempi. Saya non si nasconde e scrive: “ mi chiedo spesso perché mi ri-trovo in questo secolo / e non nei precedenti o nel cenozoico. / ri-apprendere come sfregare la pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente “. Il poeta è un incendiario. Per lui scrivere versi significa rovesciare con grande inquietudine il tavolo della contemporaneità che vive e rimescolare, prima che sia troppo tardi, le carte truccate di questo presente manipolato da squallidi “orchestrali della mente”, sicari al soldo di forze oscure che seminano paura tra gli umani per avidità, ambizione e potere. Davanti alla “precarietà della parola”, la confusione cresce. Sempre più imbonitori e affabulatori con il loro chiacchiericcio si impossessano dell’alfabeto del mondo e lo rendono povero con il conformismo dei luoghi comuni , utile soltanto ai loro squallidi giochi di conquista e di arrivismo e al mantenimento di uno status quo in rotta con i cambiamenti radicali di cui necessita il presente violentato da infinite idee scolorite, dove prevalgono tutte le più pericolose sfumature del grigio. “Ogni cinque minuti s’inventano /qualche neologismo e la spending rewiew /e il caviale dei ricchi è la briciola /di pane raffermo per il povero. / ogni cinque minuti ci ripetono / che dobbiamo passivamente /subire, come bravi soldatini / immolati aòòa loro dabbenaggine / i capricci e gli ordine del generale Spread. / ogni cinque minuti c’è chi si uccide / invece di uccidere la causa”. La poesia di Marco Saya accoltella il nostro tempo. I sui versi sono chiodi che si piantano nel muro della terra per fare male e dire a voce alta che ne abbiamo abbastanza di tutto questo chiacchiericcio in cui perdiamo l’innocenza di tutto ciò che accade, e nel quale si smarrisce per sempre la strada che ci conduca fuori una volta per tutte dalla fango nel quale siamo maledettamente finiti.

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