La parola anfibia a cura di Luigi Metropoli

di poesiaoggi

Marco Saya: la parola anfibia

 

L’opera poetica di Marco Saya è in costante dialogo con la modernità, dialogo che tuttavia non presuppone necessariamente una reciproca comprensione. La vita è un «tiramolla quotidiano», l’ovvietà delle cose che il soggetto vive privatamente, nel confronto con l’esterno. La poesia del Nostro è quindi un percorso privato, di un io «saltuario» che vive in modo discontinuo la sua vita, un io diminuito , ma che tuttavia esiste, si afferma come centro indispensabile della vicenda poetica.

La diminuzione avviene man mano che il soggetto entra in contatto con il mondo fuori: «fuori-esco / stordito», quasi vittima di una perdita di coscienza. La routine quotidiana,dunque, intorpidisce, ubriaca, genera «vuoto» e innesca lo smarrimento del senso, recuperabile solo in momenti di «black-out», quando per incanto «ripiomba l’origine. / il buio della prefazione» (che forse potrebbe essere per refuso “perfezione”). La sua poesia, come quella di molti autori a lui contemporanei, germoglia per sottrazione (che spesso coincide con la «spogliazione» dell’io, il suo ridursi a larva ectoplasmatica gettata nel presente di niente e di nessuno).

Respiro cortissimo, il più delle volte franto (o anche: sincopato, secondo ritmi che variano su scale blues o improvvisi jazzistici, tanto per ricordarci che Saya è anche autore blues), percorsi che insistono negli interstizi, tra le righe, indugiano negli spazi che le parole lasciano incustoditi, nelle zone in cui si arresta il ritmo per riprendere slancio. In queste aree depresse si assiste talvolta all’emersione di barlumi di vita solo per contrasto, per autocombustione del negativo, un affiorare di possibili scappatoie dall’automatismo e dagli ingranaggi della vicenda contemporanea, tramite il cortocircuito linguistico o l’ausilio dell’ironia («bene. / mi sento più sereno. /il vuoto alle spalle, / come quella scimmia, / scrolliamocela» dove Montale si mescola al pop e all’idiozia contemporanea).

Si intarsiano nella trama precaria della lingua di Saya voci che provengono da chissà dove e che producono effetti di straniamento inquietanti, quasi beckettiani: «“E gli altri?”, / nelle loro cose affaccendati. / “ma cosa fanno?”, / “producono il vuoto”. / oggi va così».

Non è dato trovare un centro, ma forse sarebbe perfino un errore cercarlo. Nemmeno la lingua risponde più ad un centro di gravità. L’io stesso si tiene insieme grazie ad una semplice «cintura» che evita la dispersione definitiva dei pezzi. Resterebbe deluso alla lettura chi cerca nella poesia un fluido raccontare, un respiro narrativo. Qui può trovare solo cellule anarchiche, refrattarie a qualsiasi controllo centrale: una parola pulviscolare, ma piena di croste, una sintassi quasi del tutto azzerata, al punto tale da negare, talvolta, perfino al verbo una destinazione. Pur tuttavia l’operazione di Saya restituisce uno spaccato della società attuale con dovizia di particolari tale da costituire un racconto in versi, in cui non manca nemmeno il dialogo a più voci («non torni a letto?») che agiscono al di fuori della coscienza del soggetto, indipendenti, dunque, dal suo volere.

La lettura ci conduce in un mondo privo di temporalità, quasi come se fosse lì da sempre, nella sua precarietà: una presentificazione ammuffita, dove nulla può cambiare (o quasi).

Al contempo, la lingua è un grumo esploso di materia verbale tenacemente arroccata alle cose, che reca con sé frammenti di materia, singolari impasti, reduci di una sommaria centrifuga all’interno di un mixer cosmico.

L’invito finale a lavarci «ammollandoci nelle cicerchie» fa pensare all’uomo come ad un essere a metà strada tra l’inerte vegetale e l’anfibio («gran fritto di olii nelle branchie ingurgitati»): una specie costretta a trasmutarsi per continuare ad esistere (per la vita, invece, conviene rivolgersi altrove).

 

Luigi Metropoli

http://www.caputonet.net/poesia/blog/tabid/59/EntryID/36/Default.aspx.htm

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