poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: settembre, 2013

Bluesman

Il suonatore di blues scese dal carro trainato da cavalli affaticati. Faceva caldo. Aveva sete. Piegato dalla stanchezza di una dura giornata di lavoro si apprestava a raggiungere la locanda. Un tramonto velato faceva posto alle spinte di una sera come le altre, sempre le stesse. Non aveva voglia di esibirsi, quattro neri come lui si rinfrescavano attorno a un tavolaccio di legno. Prese l’armonica a bocca e iniziò la triste melodia, arrugginita come lo strumento che soffiava su labbra screpolate e sanguinanti. Gocce rosse intrise di sudore accompagnavano il ritmo che cadeva nella battuta di dodici misure, dodici le ore chino su un campo e la pausa di un sospiro per un goccio d’acqua.

You all have been wonderin’” , “Tutto ciò che hai avuto è stato meraviglioso”, cantava in ripetizione il suonatore di blues.

You all have been wonderin’”, ma cos’è che aveva poi avuto dalla vita?

I try to say something people”, “Provo a dire qualcosa alla gente” proseguiva la canzone. Ma cosa poteva dire alla gente, a quella gente che lo sfruttava e poi pretendeva di ascoltare la sofferenza di un disgraziato che a malapena si reggeva in piedi e che per di più doveva anche sorridere agli sparuti applausi del finale?
Il locale ora era pieno. Ragazze dalla pelle bianca lo guardavano incuriosite.

When I first met you baby, baby you were just sweet sixteen “, “Quando ti incontrai per la prima volta baby, baby tu eri soltanto una dolce sedicenne “: la prima e unica volta che una sedicenne gli si era avvicinata portava ancora con sé i segni delle frustate per aver osato strizzarle un occhio.

New Orleans 1870

Sovente, di notte, mi capita di restare a lungo affacciato alla finestra ad osservare la stazione della metro che collega la mia città alla periferia e che appare, nel buio, come una cometa luminosa sospesa sulla terraferma. Tra quella scia di luci, vicino alla coda che fa sparire inesorabilmente l’ultima carrozza del treno che si dirige verso l’ignoto, posso affermare con sicurezza di aver intravisto, almeno un paio di volte, aggirarsi lo spirito del Blues”.

Milano 2013

 

Lettera di Franco Fortini, 1994

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti e spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volteriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei “progressisti”. Non l’ ho fatto per mezzo secolo. Perché dovrei farlo ora? Nessuna “unità” anni Trenta. Meglio la destra della Pivetti.

Ognuno preghi i propri santi e dibatta con gli altrui. Tommaso d’ Aquino, Marx, Pareto, Weber, Croce e Gramsci mi hanno insegnato che la libertà di espressione del pensiero, sempre politica, è sempre stata all’interno della cultura dominante anche quando la combatteva. Tutt’intorno ai suoi confini, però, c’erano, lungo i secoli, miliardi di analfabeti, inquisizioni mistiche o, a scelta, grassi doberman accademici, reparti speciali di provocatori incaricati di picchiare i tipografi e distruggere i manoscritti.

Ci sono manuali per l’uso della calunnia nel management della comunicazione, lupare bianche, colpi alla nuca; o, nel più soave e incruento dei casi, la damnatio memoriae, il nome omesso o deformato, la associazione indiretta con qualche notorio cialtrone.

Ma ci sono momenti in cui il solo modo serio di dire “noi” è dire “io”. La prima persona, quel qualcosa che viene dopo la firma. Questo è uno di quei momenti.

Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza.

Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925.

Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari. Diamo esempi di “cattiveria” anche a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi.

Lungo canali di storica vigliaccheria mascherata di bello spirito i colleghi della comunicazione stanno giorno dopo giorno cambiando o lasciando cambiare i connotati dei quotidiani; in attesa che se ne vadano quei pochissimi direttori che non hanno già concordato o “conciliato”.

Quanto a me, solo l’ età mi scampa dal dovermi dimettere. Mai come oggi, credo, il massimo della flessibilità tattica del politico vero dovrebbe andar d’accordo con la rigidità delle scelte di fondo. Un modesto zapping basta a capire che è inutile declamare estremisticamente, come ora sto purtroppo facendo.

Bisogna dire di no; ma c’è qualcosa di più difficile e sto cercando di farlo: dire di sì in modo da non nascondere il “no” di fondo; se si crede di averlo e saperlo.

Pagare di persona, secondo le regole del finto mercato che fingiamo di accettare: ossia dimettersi o costringere altrui alle dimissioni, ritirare o apporre le firme e le qualifiche e il proprio passato, affrontare sulla soglia di casa o di redazione le bastonature fisiche o morali già in scadenza.

Anni fa scrissi, enfaticamente, che il luogo del prossimo scontro sarebbero state le redazioni. Quel momento è venuto, il luogo è questo.

Chi tiene famiglia, esca. Chi ha figli sappia che un giorno essi guarderanno con rispetto o con odio alle sue scelte di oggi.

Scade il primo semestre di chi ha preso il potere, come tanti altri, legalmente, coi voti di un terzo degli elettori, ossia giocando con la manovra della informazione e la debilita’ culturale ed economica di tanti nostri connazionali e, perche’ no, con la nostra medesima.

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie; non chiari ma visibilissimi nemici, vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. Dimenticatelo se potete.

Franco Fortini
Milano, 5 novembre 1994

franco fortini

Il dittatore di Gianni Rodari

il dittatore

smog

era una giornata calda
sudati per lo smog
in vortici d’aria dall’asfalto
provenienti o forse tombini
che starnutivano o vociferanti
dagli inferi così immaginavo
quei riflessi tremolanti

tratta da Murales – http://www.arcafelice.com/coincidenze.htm

smog-2

circonvallazione

“dove vai?” mi chiedeva mia madre
solcata dalle rughe della paura,
ancora non so”,
le rispondo (dopo vent’anni)
da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi
sino al prossimo semaforo
e gli attimi ti consumano le mani,
anche il volante si deteriora.

tratta dalla raccolta poetica Situazione temporanea edita da Puntoacapo Editrice, 2008 http://www.youtube.com/watch?v=tb7Ilwad5co
corso lodi

Milania

Milania si deposita nella pianura come la caducità delle foglie d’autunno o le polveri acide che sgorgano dagli occhi, vitree bilie incastonate in sguardi assenti, viste d’angoli tra strade ora vuote ora piene, talvolta linee che intersecano altre linee in concentriche ragnatele con smagliature più o meno fitte, più o meno spesse, fruscii di calze a rete nelle coppie di puntini che, in ogni dove, segnano il territorio.

Dall’alto si gode il panorama di guglie, cime di cipressi, cornicioni di sparuti grattacieli, una quantità infinita di piccole grandi nature vive, morte, corpi, oggetti, puzzle in movimento che si accoppiano, si intrecciano per poi lasciarsi perché l’elemento scappa, perché non sei nel posto giusto, nel momento adatto, nel centro del microcosmo.

Come veramente sia Milania sotto questo confuso tappeto di segni non ci è dato sapere. Fuori, la pianura prosegue arida sino all’orizzonte, s’alza il cielo dove le nuvole s’inseguono. Nelle forme che il caso e il vento regalano ad esse, l’uomo gioca a distinguerne i contorni; una barba, un dirigibile, un segno…

tratta dalla raccolta poetica Situazione temporanea edita da Puntoacapo editrice, 2008 http://www.libriconsigliati.it/situazione-temporanea-di-marco-saya/

milania

migranti

case su case
dis-abitate,
cellette a cielo aperto,
spettrali,
cellule cancerogene
contagiano litorali,
campagne,
verdi colline,
distese di prati
ridotte a quadratini
d’erba
come foreste senza alberi
e masse sfruttate
si addensano
in tuguri dis-messi,

cinque euro
il costo del tragitto
per una sveglia
alle cinque del mattino,

un camioncino scarica la merce
e la riconduce a sera
in quelle tane abusive
e affollate,

migranti senza un tetto,
senza un letto,
senza una luce,
senza una cena
da cristiani,
solo quella solitudine lontana
da condividere,

nessun cielo in quella stanza,
nessuna canzone bluesy,
nessuno suona un’armonica,

uno dei tanti oscuri
padroncini,
figlio di tanti padroni,
gente tra la gente,
vigliacchi tra gli indifferenti,
aspetta il successivo
mattino pronto
a traghettare
nuove anime nere
al consueto mattatoio.

tratta dall’antologia L’impoetico mafioso

impoetico mafioso

 

controcorrente

basterebbe che le parole iniziassero a voltare pagina lontane dai facili incantesimi di sirenette con il mito ammuffito, con le loro code in putrefazione, rifugi di insetti che si avventano sui miseri resti sparpagliando l’obsoleto verso che desta stupore tra chi quella siepe non l’ha mai oltrepassata.

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Due accordi, la Sintesi nella storia del Jazz

Un unico protagonista: Miles Davis

“Non suono il rock: rock è una parola inventata dai bianchi. Non amo neanche la parola jazz che i bianchi ci hanno appiccicato addosso. Noi suoniamo semplicemente nero e suoniamo secondo l’aria dei tempi» ( Miles Davis )

So What, “così è” e così è sempre stato per Miles, una naturale e geniale improvvisazione che andava oltre il tempo che viveva. So What, i più begli accordi della storia del Jazz, tonalità minori che sublimavano il modale, un’autentica rivoluzione e evoluzione nella metrica musicale jazzistica di tutti i tempi, un tappeto armonico che dal bebop, attraverso l’hard si avventurava nel cool, nel free sino a recuperare le proprie radici nere.

La sintesi di tutto il Novecento in un accordo di d/minor e ebM/ minor; incredibili le linee improvvisative che di volta in volta Davis sviluppava, note lunghe, brevi fraseggi cromatici, diminuite che accentuavano un lirismo talvolta cupo e disperato, scale esatonali che dirigevano la mente dell’artista in luoghi remoti, lontani, inavvicinabili per chiunque tentasse di carpirne il profondo mistero.

Scrive, a tal proposito, il poeta Domenico Cipriano sull’antologia SwinginVersi curata da Guido Michelone:

Ora le pause lunghe/tra assoli di tromba/da cui flirtavi con/la tua voce vezzosa/giglio cupo nel volto/proteggi con larghi/lenzuoli le fughe/negli attimi soli.

Il critico Vittorio Franchini così lo ricorda sempre nell’antologia:

Dio e il Diavolo, decisi a visitarmi insieme. Saliva dal mare un aspro odore di alghe, nuvole rosse scalpitavano in cielo come per annunciare l’Apocalisse. Solo i tuoi occhi, furenti, tagliavano le ombre: un grido, una invettiva, eco di morte vicina, come una bava di fuoco partorita dalla tromba.

La critica cosiddetta purista dagli anni 70′ in avanti non capiva e non ha mai compreso questo “Suo non stare fermo…”, il non dare tempo a tutti di assimilare una ricerca e un proprio stile avanguardistico che metteva in discussione lo stesso “uomo” Miles, lo shock poi del periodo elettrico, le prime contaminazioni con la musica più commerciale, il funky, il rock, l’acid sino ad arrivare all’ultima produzione discografica “rap” dal titolo Doo-Bop.

Devo cambiare, è come una maledizione”, soleva ripetere Davis ai propri compagni di viaggio e amici ogni volta che la sua musica stava per cambiare inaspettatamente direzione e, in queste parole oramai divenute un continuo “refrain”, si racchiudeva tutto il travaglio interiore, l’aristocratica solitudine e l’ansia creativa propria dell’artista “genio e sregolatezza” quale egli fu. Non dimentichiamoci che Davis, infatti, rifiutò sempre, durante la sua lunga carriera, di ritornare musicalmente sui propri passi.

Il musicista Umberto Petrin, da SwinginVersi, così gli rende omaggio:

Avvistato un fondo sotto la mano/fiato tastabile e dissesti nella mente,/è nodo/o ultima fiala il grido non emesso,/scala gli zigomi una rivincita/subita fino alla incursioni/stupore e stupro/tra le schiene della ragione dove/ abbattute memorie scopro buchi,/spalle…

Peccato che nel 91′ Miles se ne sia andato, lasciando un vuoto ai suoi eredi difficilmente colmabile, figli clonati dalla sua tromba incapaci di maturare ulteriormente e di proseguire il progetto del maestro; mi riferisco a Shorter, a Scofield e Stern, a Hanckock e a tanti altri che si erano “trasfigurati” sotto la sua eccelsa dote di arrangiatore, un particolare che non dobbiamo mai tralasciare.

Davis viveva la musica e soffriva con tutti i suoi musicisti, lo sforzo per intrecciare le proprie note con quelle dei suoi partner occasionali in studio e nei concerti live gli permetteva di uscire dalle gabbie della metrica ufficiale e di favorire una totale espressività del gruppo.

Se pensiamo alle dinamiche crescenti in un pezzo come “Pierrot”, con Mike Stern stratosferico alle chitarre, la poesia dell’assolo di Miles su un riff di quattro note e semplicemente su un solo accordo di Bb/min, la grandezza del genio oltrepassa i propri limiti umani raggiungendo quella immortalità artistica che lo consacra e lo annovera nell’olimpo degli Dei assieme al grande Bird-Parker e perchè no anche al mitico Jimi, tuttora così attuale.

Di Miles Davis si sono dati tanti e tali di quei giudizi (sia come uomo che come artista) che stenderne uno definitivo sembra impossibile, però forse (citando Franco Fayenz) “il punto che mette tutti d’accordo è il suono meraviglioso e irripetibile di quella tromba arcana, raggelante e insieme esaltante, che sembra provenire dagli spazi siderali o da abissi di solitudine umana. Forse è la stessa cosa.”

Leggo Miles Davis , That’s right Di Raul Montanari e riporto questi bei versi tratti dall’antologia:

Parco Sempione in bici una domenica/sognando ancora la felicità./Nel verde i palloncini, le volanti,/torpedini lentissime fra gli alberi,/quelli che fischiano a me per la droga,/alle ragazze perché sono belle/ma può essere il contrario,certe volte,/dipende da chi fischia, o anche dal fischio,/dipende dalla voce, dalle stelle/invisibili, dai cani che corrono,/ringhiano, tutta una cosa fra loro./L’uomo con il sassofono tenore/sulla panchina, il vento che gli ruba/le note,lui lo sa di essere qui,/che lo guardiamo tutti, le ragazze/e anche i cani, mentre suona piano.

Brevi note biografiche

Miles Davis nasce ad Alton (Illinois) il 25 maggio 1926 da una famiglia appartenente alla ricca borghesia nera. Inizia a suonare la tromba a 13 anni, e a 15 anni viene ingaggiato da Eddie Randall, attraverso cui incontra il grande Clark Terry. Nel frattempo studia musica prima alla High School, poi alla Juilliard School di New York.
Quì il suo primo incontro con Coleman Hawkins, Eddie Davis e Charlie Parker. Nel ’46 suona con l’orchestra di Billy Eckstine, nel ’47-’48 si esibisce con una propria orchestra al “Royal Roost” e incide i dischi Capitol che segneranno la nascita ufficiale del “cool-jazz”.
Davis si impone come musicista dalla spiccata dote di leader: diventa celebre per il suo atteggiamento freddo, autoritario, irascibile, aristocratico e per la sua capacità di saper essere personaggio in qualsiasi situazione, per la sua energia nell’imporre agli altri musicisti la sua concezione musicale.
D’ora in poi dirigerà una serie di splendidi ed eccellenti gruppi, in cui suoneranno tutti i migliori musicisti della scena jazzistica mondiale. La formazione più celebre, forse la migliore che abbia mai avuto, è stato il quintetto attivo dal ’55 al ’57, formato da Red Garland, Oscar Pettiford (poi sostituito da Paul Chambers), Philly Joe Jones e, dulcis in fundo, John Coltrane. Ma intanto non abbandona l’esperienza di grossa orchestra e nel ’59 e ’60, con l’album “Sketches of Spain”, porta avanti il discorso iniziato dieci anni prima e precisatosi con la collaborazione fissa di Evans nella realizzazione degli splendidi album “Miles Ahead” e “Porgy and Bess”.
Tornato al più congeniale organico del quintetto, dal ’60 in poi lo rinnova continuamente sia nei sassofonisti (Hank Mobley, Wayne Shorter, George Coleman) sia nella ritmica (i pianisti Wynton Kelly ed Herbie Hancock, il bassista Ron Carter, i batteristi Jimmy Cobb e Tony Williams, énfant prodige scoperto e valorizzato da lui).
Pur restando sostanzialmente fedele al suo discorso di base, fino alla metà degli anni 70′ Davis si è sempre impegnato nello sforzo di rinnovarsi e di portare avanti il fraseggio jazzistico se pur ottimamente contaminato con le nuove tendenze di quel periodo. Muore nel 1991.

“Lo strazio” di Maria Antonietta Pinna. Destrutturalismo per la poesia – di Giuseppe Iannozzi

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

“Lo strazio” di Maria Antonietta Pinna

Destrutturalismo per la poesia

di Giuseppe Iannozzi

Marco Saya edizioniLo strazio (Marco Saya edizioni) di Maria Antonietta Pinna propone al lettore, occasionale o meno, uno squarcio di poesia perlopiù sperimentale, il più delle volte votata a una denuncia sociale, altre ancora al noir, e quasi sempre con una punta di amara ironia. Dominante è il tema dell’illusione. La vita è reale ma anche irreale, quasi mai felice, come ne “Il figlio”, una delle liriche più riuscite della silloge Lo strazio: “[…] due cenci appesi,/ un solitario melo,/ un giglio, /ghiaia/ d’ospizio,/ flogosi di vecchiaia./ Eppure ho un figlio,/ credo che sia/ lontano un miglio.”
La poesia di Maria Antonietta Pinna, giocando con assonanze e rare rime, fa largo uso di una ironia votata a disarmare il lettore, una ironia perlopiù amara come già si è detto: l’ipocrisia della società odierna viene messa…

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