Due accordi, la Sintesi nella storia del Jazz

di poesiaoggi

Un unico protagonista: Miles Davis

“Non suono il rock: rock è una parola inventata dai bianchi. Non amo neanche la parola jazz che i bianchi ci hanno appiccicato addosso. Noi suoniamo semplicemente nero e suoniamo secondo l’aria dei tempi» ( Miles Davis )

So What, “così è” e così è sempre stato per Miles, una naturale e geniale improvvisazione che andava oltre il tempo che viveva. So What, i più begli accordi della storia del Jazz, tonalità minori che sublimavano il modale, un’autentica rivoluzione e evoluzione nella metrica musicale jazzistica di tutti i tempi, un tappeto armonico che dal bebop, attraverso l’hard si avventurava nel cool, nel free sino a recuperare le proprie radici nere.

La sintesi di tutto il Novecento in un accordo di d/minor e ebM/ minor; incredibili le linee improvvisative che di volta in volta Davis sviluppava, note lunghe, brevi fraseggi cromatici, diminuite che accentuavano un lirismo talvolta cupo e disperato, scale esatonali che dirigevano la mente dell’artista in luoghi remoti, lontani, inavvicinabili per chiunque tentasse di carpirne il profondo mistero.

Scrive, a tal proposito, il poeta Domenico Cipriano sull’antologia SwinginVersi curata da Guido Michelone:

Ora le pause lunghe/tra assoli di tromba/da cui flirtavi con/la tua voce vezzosa/giglio cupo nel volto/proteggi con larghi/lenzuoli le fughe/negli attimi soli.

Il critico Vittorio Franchini così lo ricorda sempre nell’antologia:

Dio e il Diavolo, decisi a visitarmi insieme. Saliva dal mare un aspro odore di alghe, nuvole rosse scalpitavano in cielo come per annunciare l’Apocalisse. Solo i tuoi occhi, furenti, tagliavano le ombre: un grido, una invettiva, eco di morte vicina, come una bava di fuoco partorita dalla tromba.

La critica cosiddetta purista dagli anni 70′ in avanti non capiva e non ha mai compreso questo “Suo non stare fermo…”, il non dare tempo a tutti di assimilare una ricerca e un proprio stile avanguardistico che metteva in discussione lo stesso “uomo” Miles, lo shock poi del periodo elettrico, le prime contaminazioni con la musica più commerciale, il funky, il rock, l’acid sino ad arrivare all’ultima produzione discografica “rap” dal titolo Doo-Bop.

Devo cambiare, è come una maledizione”, soleva ripetere Davis ai propri compagni di viaggio e amici ogni volta che la sua musica stava per cambiare inaspettatamente direzione e, in queste parole oramai divenute un continuo “refrain”, si racchiudeva tutto il travaglio interiore, l’aristocratica solitudine e l’ansia creativa propria dell’artista “genio e sregolatezza” quale egli fu. Non dimentichiamoci che Davis, infatti, rifiutò sempre, durante la sua lunga carriera, di ritornare musicalmente sui propri passi.

Il musicista Umberto Petrin, da SwinginVersi, così gli rende omaggio:

Avvistato un fondo sotto la mano/fiato tastabile e dissesti nella mente,/è nodo/o ultima fiala il grido non emesso,/scala gli zigomi una rivincita/subita fino alla incursioni/stupore e stupro/tra le schiene della ragione dove/ abbattute memorie scopro buchi,/spalle…

Peccato che nel 91′ Miles se ne sia andato, lasciando un vuoto ai suoi eredi difficilmente colmabile, figli clonati dalla sua tromba incapaci di maturare ulteriormente e di proseguire il progetto del maestro; mi riferisco a Shorter, a Scofield e Stern, a Hanckock e a tanti altri che si erano “trasfigurati” sotto la sua eccelsa dote di arrangiatore, un particolare che non dobbiamo mai tralasciare.

Davis viveva la musica e soffriva con tutti i suoi musicisti, lo sforzo per intrecciare le proprie note con quelle dei suoi partner occasionali in studio e nei concerti live gli permetteva di uscire dalle gabbie della metrica ufficiale e di favorire una totale espressività del gruppo.

Se pensiamo alle dinamiche crescenti in un pezzo come “Pierrot”, con Mike Stern stratosferico alle chitarre, la poesia dell’assolo di Miles su un riff di quattro note e semplicemente su un solo accordo di Bb/min, la grandezza del genio oltrepassa i propri limiti umani raggiungendo quella immortalità artistica che lo consacra e lo annovera nell’olimpo degli Dei assieme al grande Bird-Parker e perchè no anche al mitico Jimi, tuttora così attuale.

Di Miles Davis si sono dati tanti e tali di quei giudizi (sia come uomo che come artista) che stenderne uno definitivo sembra impossibile, però forse (citando Franco Fayenz) “il punto che mette tutti d’accordo è il suono meraviglioso e irripetibile di quella tromba arcana, raggelante e insieme esaltante, che sembra provenire dagli spazi siderali o da abissi di solitudine umana. Forse è la stessa cosa.”

Leggo Miles Davis , That’s right Di Raul Montanari e riporto questi bei versi tratti dall’antologia:

Parco Sempione in bici una domenica/sognando ancora la felicità./Nel verde i palloncini, le volanti,/torpedini lentissime fra gli alberi,/quelli che fischiano a me per la droga,/alle ragazze perché sono belle/ma può essere il contrario,certe volte,/dipende da chi fischia, o anche dal fischio,/dipende dalla voce, dalle stelle/invisibili, dai cani che corrono,/ringhiano, tutta una cosa fra loro./L’uomo con il sassofono tenore/sulla panchina, il vento che gli ruba/le note,lui lo sa di essere qui,/che lo guardiamo tutti, le ragazze/e anche i cani, mentre suona piano.

Brevi note biografiche

Miles Davis nasce ad Alton (Illinois) il 25 maggio 1926 da una famiglia appartenente alla ricca borghesia nera. Inizia a suonare la tromba a 13 anni, e a 15 anni viene ingaggiato da Eddie Randall, attraverso cui incontra il grande Clark Terry. Nel frattempo studia musica prima alla High School, poi alla Juilliard School di New York.
Quì il suo primo incontro con Coleman Hawkins, Eddie Davis e Charlie Parker. Nel ’46 suona con l’orchestra di Billy Eckstine, nel ’47-’48 si esibisce con una propria orchestra al “Royal Roost” e incide i dischi Capitol che segneranno la nascita ufficiale del “cool-jazz”.
Davis si impone come musicista dalla spiccata dote di leader: diventa celebre per il suo atteggiamento freddo, autoritario, irascibile, aristocratico e per la sua capacità di saper essere personaggio in qualsiasi situazione, per la sua energia nell’imporre agli altri musicisti la sua concezione musicale.
D’ora in poi dirigerà una serie di splendidi ed eccellenti gruppi, in cui suoneranno tutti i migliori musicisti della scena jazzistica mondiale. La formazione più celebre, forse la migliore che abbia mai avuto, è stato il quintetto attivo dal ’55 al ’57, formato da Red Garland, Oscar Pettiford (poi sostituito da Paul Chambers), Philly Joe Jones e, dulcis in fundo, John Coltrane. Ma intanto non abbandona l’esperienza di grossa orchestra e nel ’59 e ’60, con l’album “Sketches of Spain”, porta avanti il discorso iniziato dieci anni prima e precisatosi con la collaborazione fissa di Evans nella realizzazione degli splendidi album “Miles Ahead” e “Porgy and Bess”.
Tornato al più congeniale organico del quintetto, dal ’60 in poi lo rinnova continuamente sia nei sassofonisti (Hank Mobley, Wayne Shorter, George Coleman) sia nella ritmica (i pianisti Wynton Kelly ed Herbie Hancock, il bassista Ron Carter, i batteristi Jimmy Cobb e Tony Williams, énfant prodige scoperto e valorizzato da lui).
Pur restando sostanzialmente fedele al suo discorso di base, fino alla metà degli anni 70′ Davis si è sempre impegnato nello sforzo di rinnovarsi e di portare avanti il fraseggio jazzistico se pur ottimamente contaminato con le nuove tendenze di quel periodo. Muore nel 1991.

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