poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: settembre, 2013

IO NON IO

Il non poeta lo si riconosce subito dai primi versi. Il parrocchiale,
chiamiamolo così al pari dei pittori della domenica, non conosce
varietà di dettato, di espressione. Valori connotativi e denotativi. Il
linguaggio questo sconosciuto. Lo sguardo sarà sempre obliquo, i
pensieri muti, insomma scrive sempre in poetichese, non ha uno
stile personale che nasce da una ricerca e da uno studio continuo. Le
similitudini e i paragoni sono sempre introdotti da un “come”, egli
inzeppa di aggettivi la pagina scritta, non scopre parole, non osa,
forse non conosce. E così si susseguono anima, vita, malinconia,
pensieri, destino. In alcuni casi sparisce l’articolo determinativo o
compaiono plurali poetici. La mancanza di solide letture pare evidente
in ogni scritto. Talvolta appaiano pure degli orribili troncamenti,
ognor, cuor, ben, cose di altri secoli. Il linguaggio evolve,
evolve con noi, con la storia, con il parlato. Fa piacere vedere serie
accademie che tentano il recupero di forme arcaiche in un tentativo
spesso goffo di ritorno al neoclassico, o dal sapore di restaurazione,
ma il contenuto è più importante del contenitore. La forma è un
elemento basilare ma non è tutto. Sull’uso della metrica si potrebbe
dire molto. Sulla conoscenza esatta di essa ancora di più. Se il ritmo
è la base principale di una poesia, non è detto che il contenuto debba
essere rappresentato ancora oggi da una forma chiusa. Tantomeno
da un casuale vadoacapo. Il dato oggettivo che forse infastidisce
di più è un uso smodato del termine IO. Questo utilizzo va anche
oltre la autoreferenzialità, non è un io autobiografico o un io epico
alla Whitman. La storia dell’Io in poesia è lunga, complessa. L’Io
poetico è una “maschera”, dall’etimo greco. L’io è un io narrante e
trova nel linguaggio la sua espressione. La storia della poesia è legata
indissolubilmente a questo concetto. La storia della lirica in particolare.
Il poeta deve vivere il linguaggio, si deve nutrire di esso. Ci deve
entrare dentro, esplorarlo, fecondarlo, dargli vita. Penetrarlo fino a
sviscerarlo, essere lui stesso le viscere trovando così la propria e personale
via d’espressione secondo il concetto di mimesi. Per questo
il ruolo della cosiddetta lirica è fondamentale. Mimesi non tanto nel
concetto aristotelico di imitazione ma in quello di Agnolo Segni,
come già nota Gardini; imitazione come creazione di immagini. L’io
parla, lo fa solo attraverso il linguaggio, i significati, i significanti,
attraverso il chiaro e l’oscuro (non scuro), è una rappresentazione
continua ed in costante evoluzione. Nel processo poetico si è assistito,
in particolare negli anni zero del nuovo secolo, ad una spersonalizzazione
della scrittura. Sembra quasi blasfemia parlare di lirica.
Anche nelle ipotesi più underground o sperimentali, che una volta
omologate non sono più tali, si nasconde la lirica.
L’io è anche un non io, una frammentazione. “ Un cumulo di immagini
infrante, dove batte il sole”, Eliot ci viene ancora in aiuto, si
parte da Dante e si arriva a Zanzotto, si guarda Petrarca e si considera
l’io romantico. L’io è proprio una moltitudine, Borges docet.

Giulio Maffii, Le mucche non leggono Montale

Cover Le mucche

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Irene Paganucci, autrice segnalata come opera d’esordio al Concorso Guido Gozzano

Autrice segnalata come opera d’esordio : Irene Paganucci “ Di questo legno storto che sono io” – Marco Saya Edizioni – San Cassiano a Vico (Lu)

http://concorsoguidogozzano.wordpress.com/vincitori/vincitori-2013/

Per mano nelle vie medievali e le torri
a dirci quanto siamo bassi – io in particolare –
a fare il filo ai muri per quella storia poi
della mia ansia sociale ci piace tanto riderne
in ristoranti chic dove si mangia poco
e tu lo sai che voglio il posto sotto il quadro –
barocco o astratto non importa molto – come
quando guardo bollire le tue vene in risalto
e mi chiedi «Cos’hai?», ma io sono già seduta:
le spalle alle pareti dei tuoi vasi sanguigni.

cover di questo legno

Se dovessi assegnare il nobel per la letteratura sceglierei Leonard Cohen

Dono

Mi dici che il silenzio
è più vicino alla pace delle poesie
ma se in dono
ti portassi il silenzio
(perché io conosco il silenzio)
diresti allora
Questo non è silenzio
è un’altra poesia
e me lo restituiresti.

Leonard+Cohen+295701100462

 

 

hai rotto con un’altra persona, è sera

hai rotto con un’altra persona, è sera,
le hai scritto un messaggio elettronico
freddo e rabbioso, ormai ti sei formato
alla scuola del killer, sono il killer delle
parole, i pensieri non riescono ad essere
così micidiali, le parole superano, sono
un killer che spara col cervello, non usa
il dito.
o madre mia che tenerezza quasi come
un continente che ho avuto per te,
stasera, mi è mancato il fiato; vorrei
ricordare cosa hai detto, cosa ho detto,
cosa ho pensato, ma viene a prendere
il mio petto solo quel lancinante sentirti
come tutta la mia vita, come tutto ciò
per cui posso lottare al di là di me,
delle mie poverissime battaglie fatte
da solo, che solo come adesso mi sento
mai prima mi sono sentito, io lo giuro.
o madre mia, strada sterrata di una vita
con una discesa nel fango di noi tutti
che ci avvolge, le teste di maiale affoganti
nel brodo dei peccati, tu per me vorresti
un bambino magari bello come lo ero io,
che tu continui a vedere mentre scrivo
e scrivo e scrivo, e vedi quel piccolo
mezzo biondo con gli occhi grandi
sgranati sul foglio che si apriva immenso
e copriva con la fantasia d’ogni nostro
possibile bene tutto il mondo. o mamma,
che mi metti la mano un po’ stanca
sulla mia testa bianca di vecchio marinaio,
e dolcemente mi cullano i tuoi occhi colmi
come nessuna altra cosa d’amore. chi potrei
amare più di te? la partita amara con la gente
l’ho perduta, centinaia di corpi di femmine
sono svolazzati sopra e sotto il mio, ed è stato
come sognare, a volte, ma tu non c’entri
nulla, tu eri lì ad aspettarmi all’uscita di scuola,
a fare i compiti con me sul tavolo, a tifare
nel calcio perché così io non ci fossi nervoso
e male, e rabbonivi papà, così finiva in quella
cosa colossale per un bambino, l’abbraccio
dei suoi genitori. e se volete averli, i figli,
assicuratevi che possano essere stretti tra
voi con l’amore di una mitragliatrice per
i suoi feroci bersagli. siate pezzi grossi d’amore,
e stringete tra voi questi piccoli corpi che amano
soltanto voi, che siete la base d’ogni futuro
d’amore. così madre mia, ora che è tardi
e mancano le forze, mi lascio andare a quel tuo
viso meraviglioso e arreso, pensando che anche
quando mi sento arreso io sento di essere umano
come nemmeno lo potrei, quasi, rinascendo.

tratta da Biscotti selvaggi di Franz Krauspenhaar

biscotti selvaggi cover

 

innocenza tirrenica. Alle radici dell’idea di poesia

Roberto R. Corsi

leggo dal blog di Luigia Sorrentino che Claudio Damiani ha vinto il prestigioso Premio Camaiore 2013 colla raccolta Il fico sulla fortezza (Fazi). Complimenti all’Autore, del quale peraltro mi lascia un po’ perplesso la cifra poetica, elegante sì ma di spiazzante semplicità (il che non è sempre un male; a volte non si sa a cosa servano gli a capo però pazienza) e di sconcertante (e questo sì che è un male, a mio avviso) inoffensività. Viene da pensare che le cetre alle fronde dei salici non le appenda più nessuno perché tanto in presenza dell’orrore micro o macroscopico, a scelta, c’è sempre la possibilità di parlare di fiori, animaletti, congiunti, cose asettiche in genere, avulse o tenute studiatamente separate dal nervo infiammato della società. In entrambi i casi la funzione della poesia sembrebbe quella di allietare (qualcuno direbbe sciacquare) le coscienze, perché rispetto al drammatico o non la…

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letterato

Il principale dovere di un letterato ignoto è d’essere interessante. Il diritto d’esser noioso spetta soltanto ai letterati celebri.
( Emile Berr )

letterati

emozioni?

troppi si definiscono “scrittori di emozioni“, come se queste si potessero acquistare a modico prezzo all’esselunga o fossero il marchio di un noto prodotto. peccato che le vostre emozioni non coincidano mai con le mie o più semplicemente vado, forse, a fare la spesa là … dove i supermercati, ancora, non esistono.

carrello

“Buchenwald” di Andrea Carraro

A Weimar arrivarono al tramonto
Che pareva una città abbandonata
Da tanto di quel tempo
Gli intonaci neri i cornicioni cadenti sbriciolati
Rari uomini in giro negozietti chiusi
Senza saracinesche poca merce nelle vetrine opache
E un po’ di vento caldo
Che portava odore di bitume
La statua di Goethe e Schiller nel Theaterplatz
Spettrale e sporca come il resto
Mangiarono il solito wurstel le solite patate
In una taverna fumosa piena di ubriachi
Serviti da una giovinetta con il grembiule a fiori
E adesso si potevano pure ritirare
In quell’albergo vicino alla stazione
Che gli avevano assegnato al bureau centrale
Davanti a un parco giochi terrazzato
E a qualche sparuto alberello di ciliegio
Ma avevano in testa quell’orrore
E senza dirsi nulla s’avviarono
In auto su per la collina boscosa dell’Ettersberg
Sempre più scura
Mano a mano che salivano i tornanti
Verso quel posto maledetto
Che certo di notte non si poteva visitare
E già gli dava il batticuore
Solo per averlo letto su un cartello stradale
Per tutte le atrocità che si sapevano
Gli esperimenti medici gli abusi
Sui prigionieri i tatuaggi le iniezioni mortali
La pelle umana conciata per i libri
E i paralumi e gli altri manufatti
Quella roba insomma che attirava
I turisti come la merda per le mosche
E giunti a destinazione nemmeno
Si vedeva il famigerato cancello di ingresso
Con la scritta Jedem das Seine (A ciascuno il suo)
Scolpita con cinico gusto nel ferro battuto
In modo che si leggesse dall’interno del campo
E il monumento ai caduti a lato dello spiazzo
Non aveva niente di particolare
Una lastra di granito lunga forse tre metri
Incisa di quei nomi disgraziati e di un disegno strano
E lei disse andiamo non c’è niente da vedere
Non è bello quello che stiamo facendo
E neppure si fermarono un momento
Per un uno sguardo una preghiera
Tant’erano pieni di vergogna e di colpa e di paura
Per quella curiosità morbosa
Che li aveva spinti lì di notte senza ragione
Per l’osceno gusto dell’orrore
A Buchenwald al campo di sterminio
Nel cuore straziato del Novecento
Neanche fosse un parco di divertimento

tratta da Questioni private di Andrea Carraro, in imminente uscita.

congedi-11

 

L’inverno dentro di Nicola Vacca

Non si respira un’aria buona
troppe paure dicono
che spaventa anche la libertà di tacere.
Le parole non hanno un senso
ma c’è anche un senso senza parole.
Dentro questo inverno
c’è un ghiaccio universale.
Questo è il dramma
perché una volta il freddo
lo sentivi nelle ossa
e avevi una stagione da raccontare.

tratta da Mattanza dell’incanto, 2012

cover mattanza

ci sarà da ridere con quei grafomani … di Franz Krauspenhaar

ci sarà da ridere con quei grafomani, che
non sono mai innocui, perché quando
scrivo a getto continuo io sono un assassino
di tempo, di spazio, di tenerezza, non d’amore,
che quello l’hanno infilato in un bossolo
d’acciaio e sparato sulle carcasse delle
canzoni, così che il cadavere bianco e pulito
di léo ferré sobbalza alla curva del tabaccaio
come fosse la ferrari di varzi, mi pare
prima di fare la zuppetta nel mare di monte=
carlo. la mia fantasia, me lo dico da solo,
è sfrenata, le immagini si prendono al lazo,
come se quel giornalista alto, sardo, che sembra
un imperatore romano – come cazzo si chiama?-
ebbene lui, che decanta i misteri di parigi
e quelli di roma, e almeno non spalma della
sua merda verde, la sua merda aliena come
dei bruni vespa le librerie casini, le librerie bordelli
per escort sfatte, macilente, senza l’attaccatura
alle cosce, così che l’ultima pelle a grinze si stacca
con meraviglia persino dei vampiri e va volando
a coprire un lampadario del centro di roma,
questa città boccheggiante, marinata nel marcio
delle fiche batterioligiche, fiche morte e sepolte
e così antiche che le aveva leccate persino totò,
o petrolini. ma dove sono rimasto, dove sono
finito, nello scrivere a getto, come a minutaggio,
come scrivessi col tassametro picchiato in culo
e il tassametro, frenando la macchina, ronzasse
metallico dentro il buco del culo, di modo
che il metallo aprisse nel culo una galleria
fatta in modo che la prossima volta, la puttana
galera della morte ci sfinirebbe d’altri contanti
rubati come braccia penzule non solo
all’agricoltura, che ditemi un po’ voi dove cazzo
è finita, questa verdona cavolaccia zozza e tosca,
ma anche rubate alle corde di decente taglio
e ritortura fatte apposta per un dignitoso e grande
suicidio. quello che mise KO per sempre il foster
wallace, del cui nome questi scrittori della bega
a brufoli, lordata di formaggella di cazzo, s’infilano
dans le trou boccale per farsi belli e parentadi,
come dire: voialtri italiani che ci fate fatica boia
a leggere tutte quelle sbarellate di un pazzo
pronto all’impiccagione, non capite un gran
kakkientruppen d’un cazzo, ecco, voilà: e vaffanculo.
è tutto così molle che adesso faremo
jogging sulle haribou, quelle caramelle
gommose, non ricordando più quelle
della nostra infanzia, quando eravamo
felicemente poveri. mia madre mi dice
ma perché sei così? dimentica che
me lo chiede da decenni; che posso
dire, la vita mi fa piangere, è commovente
questo nostro soffrire in casa e per
la strada, come se le lacrime fossero
il battistrada, la via maestra, il pane
del nostro pensiero e della nostra cena.
potrei intenerirmi di qualcosa, ma le auto
ormai mi danno il voltastomaco, potrei
pensare a una povera puttana ma mi viene
da incularla a sangue, m’incazzo come il toro
più vivente del mondo – prima di farsi tagliare
da quegli assassini spagnoli a cavallo sulla piazza,
e mi metto a urlare contro il niente. dovrei
piangere per l’amazzonia, per quasi tutta
l’africa, per il nostro sud che adesso è pure
il nostro nord,- il paese nella melma si è unito-,
ma cosa volete che faccia, che pianga per
questi sottouomini? io ho ancora la certezza
di essere un vero, lercio borghese distrutto,
che da ragazzo andava alle scuole private,
che non aveva un cazzo di problema perché
mio padre e mia madre risolvevano tutto.
non ho avuto nemmeno il fegato di farmi
ammazzare in uno scontro politico, di andare
a testa bassa contro rossi o neri o camionette
azzurre e sporche. niente, tutti si facevano
la raccolta differenziata degli slip in gruppo,
si facevano menare il cazzo e le fiche da chi
passava per caso, le chitarre ci smenavano
ogni menarca con quelle collassate triturate
cazzate californiane che dio le faccia sparare
nel buco del culo di un omofobo omosessuale.
ci hanno triturato con bukowski, con kerouac,
ubriaconi lerci e tedeschi, finocchi mammoni,
quel troione di erica jong che oggi prenderebbe
cazzi a metraggio su brazzers con keiran come=
sichiama, il noto pornodivo inglese di derby,
ex centrocampista della squadra che fu, guarda
un po’, di brian clough. ci hanno sparso venditti
sui peli del culo, e state sicuri che si trattava
di burro d’arachidi, e de gregori con quella
puzzolente donna cannone che spero sia
crepata per colpa di una folata di trigliceridi,
e poi arrivò lolli, polli, cozzi, puzzi, con de andrè
che ci martellava i coglioni anche in supramonte
mentre se lo inculavano quei pastori di merda.
poi lì c’è rimasto, che uno sano quei sardi li
avrebbe fatti saltare con una compagnia d’assalto,
nemmeno dei marines, figurati, bastava la
san marco. così quel morto in piedi di fossati,
il mugugnone ad arte per spaccarsi le fiche
rimaste imbelinate dalla sua arte poetica.
ma che anni da poveri idioti, i giovani di allora
oggi spadroneggiano, e allora i ragazzi di oggi,
che ci guardano con giusto odio e miseria
sicuro che ci manderanno in guantanamo
comunali, con un passapomodoro nel culo.
per loro saremo quei fossili imbecilli che inqui=
navano coi SUV della mamma (la troia) e parlavano
di LP in vinile, un materiale che non servirà nemmeno
per far cagare un bisonte col tappo fecale
di ventisei centimetri.

tratta di biscotti selvaggi di Franz Krauspenhaar, 2012

biscotti selvaggi cover