Due nuovi poeti: Julian Zhara e Irene Paganucci a cura di Davide Nota

di poesiaoggi

Sono diversi anni (è il Duemila, diciamo) che esiste una nuova poesia in Italia in cui lirico ed impuro, classico e incivile, sono la stessa cosa. In questa canzone contaminata parlano i linguaggi della comunicazione corrosi dallo stile della conversazione. Gli standard pop della società mediale riusati dalla lingua naturale che canta (con il suo ordito di cadenze tramandate e slang) sono la carrozzeria di una vecchia Panda abbandonata in un bosco, interrata e smangiata da ruggine e licheni, ridivenuta nei decenni elemento naturale, grotta e covo di insetti e ghiande. Essi cessano di essere standard istituzionali e rientrano nella lingua, cioè nella terra brulicante (ed è una nota di certa discontinuità, questa funzione corrosiva, dall’uso coatto del pop puro, come inserto plastico a freddo, operato da taluni autori degli anni Novanta).
L’operazione (bidimensionale e macchiettistica) lascia ora posto alla carne poetante che ad occhi chiusi è la storia reale di una lingua e dei suoi conflitti.

Naturalmente non basta: per trascendere l’acquerello generazionale e anelare alla “differenza” dell’opera serve uno scarto, il tuffo attraverso cui ci si spoglia della vergogna e si guadagna la voce.
Tra le letture di centinaia di sillogi, file word e plaquette di nuovi autori svolte negli ultimi mesi la mia attenzione si è improvvisamente fermata, così come ci si concentra di fronte ad un evento estetico e si pensa: “Ecco finalmente qualcosa che esiste”, su due nomi: Julian Zhara e Irene Paganucci.
Sono due autori diversissimi e distanti, ma nella polifonia dell’epoca ogni strumento serve l’equilibrio del molteplice reale. Questo doppio ritratto sia dunque un contrappunto in cui specchiarsi.

Julian Zhara è nato a Durazzo, in Albania, nel 1986. Si è trasferito in Italia nel 1999, all’età di tredici anni. Ha vissuto in provincia di Padova e attualmente vive a Venezia, dove ha studiato e si è laureato con una tesi sulla nuova poesia in Italia. Dopo una plaquette battesimale dal titolo Liquori (Ibiskos-Ulivieri, 2008) nel 2009 ha dato alle stampe il libro In apnea (Granviale, 2009) ma nuove poesie inedite e un brogliaccio di poema in corso circolano nel circuito dei lettori di poesia da alcuni anni.
Di Irene Paganucci, nata in provincia di Lucca nel 1988 e laureatasi nel 2012 a Pisa con una tesi sul ruolo della poesia araba nelle rivoluzioni del 2010 e 2011 in Nord-Africa, ho ricevuto invece su mio invito (avevo letto dei versi in rete) la sua opera prima, fresca di stampa, dal titolo Di questo legno storto che sono io (Saya Edizioni, 2013). Sono convinto che questo doppio esordio sia l’annunciarsi di una promessa che verrà mantenuta. Julian Zhara e Irene Paganucci: ricordiamoci di questi nomi.

Zhara è un giovane uomo in conflitto, ferino e sanguigno, pasoliniano quasi nel suo bisogno fisiologico di esserci con tutta la muscolatura del corpo, a nervi tesi, attraversando lo spessore opaco di uno spazio-tempo scandito in bar e luoghi di lavoro e nebbia e dialoghi ad occhi aperti dentro lo sguardo speculare dell’altro. V’è uno stato d’allerta, una diffidenza forse legata a una vicenda biografica di estraneità e viaggio, ma anche una sfida al destino storico e una lotta a tu per tu col corpo del mondo, della materia carica di voci in lotta come un groviglio di lana ruvida inestricabile.
“Siamo qua!”: quanto sarebbe piaciuto a Roversi questo suo grido storico, questo verso randagio che ricorda anche quel bellissimo libro di Giancarlo Sissa, Manuale d’insonnia (Aragno, 2004), che dovrebbe essere riscoperto e riletto dalla nuova generazione e tenuto tra i libri importanti del decennio.

Zhara ci parla della sua storia, come nella poesia “A mio padre”: “39 anni, abbandoni la città / dove il sole dorme immerso / nelle carezze famigliari e parti / così fiero, alto-borghese, / là si chinano con rispetto antico, / tra bestie nel sud, sei solo l’albanese. / E da uomo diventi braccia, / coltivi speranze a usura, / paghi l’identità rinnovata / con la faccia dimessa, / in attesa / di una riscossa futura.”, ma anche dei molti baudelairiani “altri”, abitanti scontrosi o respingenti della nuova folla della città italiana, come nel bellissimo poemetto “L’onto”: “Al bar, / dove le controfigure fanno di me / una meccanica estensione del capitale, / vedo un giorno un uomo, un altro / espediente di carne per il compimento / di non so quale destino”. Ma senza posa né maschere: “Noi schifati nel vederlo, con la paura / che si sarebbe presentato anche l’indomani. / Lì mi son chiesto dov’era il confine / tra natura e borghesia, / mi son chiesto perché il mio disgusto / era così vivo, così cocciuto. / […] / Ma ogni tanto, guardando il mare, / lo penso vicino a sua moglie, / finalmente redento / dal dolore dell’assenza, / almeno tra i morti, / normale.”.

Alziamo l’occhio della videocamera da questo chiosco-bar dove Julian Zhara appunta i versi del suo poema e scivoliamo verso una palazzina a lato. Zoomiamo su una finestra (ok, pessima scelta stilistica ma mettiamola così: stiamo sperimentando lo stile amatoriale). La città in realtà è cambiata ma grazie ad un abile raccordo di montaggio non ve ne siete accorti. Al di là del vetro a specchio, su cui si riflette una via a scorrimento di Pisa o Lucca, c’è la stanza di una ragazza. Forse è una casa universitaria, o di una giovane convivenza. Il nome della giovane donna è Irene Paganucci e in questo momento sta appuntando dei versi su un foglio. Sono i versi che saranno poi posti ad apertura del suo libro d’esordio: “Di questo legno storto che sono io / non ridere, amore, è questo soffiare / del vento è tutta la furia del tempo”.
Sono classici i versi di questa poetessa di vent’anni, di cui non avevo mai sentito parlare e che mi sorprende, nella direzione di intensità concentrata della poesia di Anna Achmatova (inesauribile nutrimento): lo scatto di un istante, la velocità di uno sguardo che non si prolunga ma che è in grado di catturare nell’attimo della sua breve durata tutta la gravità terrestre, il suo dolore, il suo timbro vocale, il suo umore.
C’è, tra i toni che si compenetrano in questa lucente opera prima, anche una funzione comica, di abbassamento nel buffo post-pop della vicenda esistenziale in allegorie del quotidiano affini ad una linea che oggi percorre, in altri toni e modi, anche un’altra giovane poetessa come Dina Basso, di cui ho già parlato (Leggi: Dina Basso e le mele di Harrison).
Irene Paganucci inserisce questa funzione in una scenografia più evidente, o forse iper-realisticamente più evidenziata, tra “ipermercati con le luci al neon” e l’eterno ritorno in una stanza dove si svolgono quasi tutti i colloqui con l’altro: “Ora ti svelo un trucco per cucinare il polpo: / tu lascialo una notte in congelatore e quello / in pentola sarà tenero come me / quando mi stringo a te dopo un’uscita al gelo / (d’inverno ho tre cuori e sputo inchiostro nero).”.
Ecco infine un’ultima perla rivelatrice della fresca (ma non ingenua) profondità di questo canto che chiede di abbracciare, non di stupire, il mondo: “Mi piace il tuo non capire / le mie poesie – poi che c’è / da capire non c’è niente / di male – sai, è solo il segno / che almeno tu sei sano. / Dai, vieni sul divano.”.
Buone letture.

http://fonticoperte.com.unita.it/culture/2013/10/02/due-nuovi-poeti-julian-zhara-e-irene-paganucci/

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