poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: novembre, 2013

Sulla poesia contemporanea …

Sulla Fiera del libro Più liberi più libri:

http://www.insideart.eu/2013/11/26/parti-da-un-libro/

Elencare gli ospiti sarebbe noioso e inutile (c’è sempre il programma qui) ma possiamo ricordare che oltre all’immancabile Andrea Camilleri, ci sono nuovi scrittori come Giorgio Vasta, Christian Raimo e Vanni Santoni, oppure il punto sulla poesia contemporanea con Giulio Maffii e Giorgio Linguaglossa.”

A proposito di poesia contemporanea l’ultimo saggio di Giulio Maffii

 http://www.ibs.it/…/maffii-giulio/mucche-non-leggono.html

Cover Le mucche

Annunci

Presentazione della raccolta poetica Questioni private di Andrea Carraro – Marco Saya Edizioni

L’evento si svolgerà presso la sala turchese all’interno della manifestazione Più liberi più libri a Roma il 5 Dicembre 2013 alle ore 19,00.

copertina-questioni-private

https://www.facebook.com/events/558160234261501/

Presentazione delle Mucche non leggono Montale con l’autore Giulio Maffii al Pisa Book Festival

presentazione Le mucche 138 presentazione Le mucche 140 presentazione Le mucche 143 presentazione Le mucche 160 presentazione Le mucche 162

Vi aspetto al … Pisa Book Festival Stand 174 ( 15-17 Novembre )

presentazione

Eventi Pisa Book Festival 2013 Marco Saya Edizioni

Venerdì 15, Sala Arancio 19.00-20.00 Di questo legno storto che sono io di Irene Paganucci. Raccolta poetica costruita come una “lettura” della quotidianità dell’io lirico (Marco Saya Edizioni)

Sabato 16, Sala Blu 19.00-20.00 Le Mucche non leggono Montale di Giulio Maffi. Un saggio ironico, divulgativo sulla poesia contemporanea e sul ruolo dei poeti nel contesto attuale in relazione, anche, con i nuovi social network (Marco Saya Edizioni)

Domenica 17, Sala Blu 15.00-16.00 Il Fruscio dell’aquilone di Lio Attilio Gemignani. Raccolta poetica nella quale l’aquilone diventa emblema della memoria, dei ricordi legati a un luogo ben definito, un mondo che è sorvolato dall’aquilone e percorso dal suo fruscio, un suono indefinito che stimola l’avvento del momento evocativo, il riemergere di frammenti erranti nella mente, il susseguirsi d’immagini di limpida bellezza (Marco Saya Edizioni)

http://www.pisabookfestival.com/edizione2013/calendario.asp

Tutti Dottori (post ad altissimo contenuto di turpiloquio)

Un post interessante, da leggere.

Rem tene, verba sequentur. O anche no?

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate.
Io vorrei capire perché l’unica vera parola innominabile in quest’Italia ostaggio del politically correct più estremo, del genitore uno e due, del diversamente caucasico, del diversamente cittadino regolare, dei quaranta punti esclamativi alla fine di ogni singola stronza frase, sia diventata il termine IGNORANTE.
Il termine ignorante è impronunciabile. Guai a dire ad un ignorante di merda che è un ignorante di merda. TU devi dimostrare di sapere qualcosa, anche se quel “qualcosa” è il tuo mestiere, il tuo bagaglio, quello che hai studiato per una vita intera. Tu, Copernico…

View original post 732 altre parole

Oscar Peterson – C Jam Blues

Una poesia di Pedretti

Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.

Nino Pedretti

pedrettiPIC

Eventi Pisa Book Festival 2013 Marco Saya Edizioni

Venerdì 15, Sala Arancio 19.00-20.00 Di questo legno storto che sono io di Irene Paganucci. Raccolta poetica costruita come una “lettura” della quotidianità dell’io lirico (Marco Saya Edizioni)

Sabato 16, Sala Blu 19.00-20.00 Le Mucche non leggono Montale di Giulio Maffi. Un saggio ironico, divulgativo sulla poesia contemporanea e sul ruolo dei poeti nel contesto attuale in relazione, anche, con i nuovi social network (Marco Saya Edizioni)

Domenica 17, Sala Blu 15.00-16.00 Il Fruscio dell’aquilone di Lio Attilio Gemignani. Raccolta poetica nella quale l’aquilone diventa emblema della memoria, dei ricordi legati a un luogo ben definito, un mondo che è sorvolato dall’aquilone e percorso dal suo fruscio, un suono indefinito che stimola l’avvento del momento evocativo, il riemergere di frammenti erranti nella mente, il susseguirsi d’immagini di limpida bellezza (Marco Saya Edizioni)

http://www.pisabookfestival.com/edizione2013/calendario.asp

logo pisa book

e tutti dicono ( 2002 )

e tutti dicono
poi tacciono
infine si nascondono

e tutti pretendono

poi chiedono
con le palme tese
al crocevia dello scontato

infine una delle tante croci
suggella il fallimento
dell’illusione pagata
con comodi ratei

pochi parlano
con occhi aperti

pochi ascoltano

pochi accettano
la mediocrità
che vuole assurgere
ad archetipo
di ogni tempo

pochi salutano
l’umile albergo
dei turisti
occasionali

blabla

Anteprima. “Questioni private” di Andrea Carraro (Marco Saya Edizioni)

Uno stralcio dalla prefazione, Cinque congedi d’addio, di Federico Federici

Congedarsi è l’atto, forse un po’ formale, di chi si allontana senza ipotecare il futuro con il peso di un addio. Eppure le parole di Carraro affondano nel ripetuto fallimento di prendere una volta per tutte le distanze da qualcosa o qualcuno, voltare le spalle, magari con una scusa, e andarsene. Il loro scopo è subito chiaro: porre fine a un’incertezza, essere definitive, provocare un addio, senza falsificarlo con vuote formule di cortesia, rimuovendo ogni puntello biografico, seppellendo memoria su memoria. Tra le macerie urlano ancora le mille morti che un uomo si dà vivendo ed è lì che resta intrappolato il dolore, in attesa di essere giustiziato dal tempo e mutilato dal corpo. Le due sezioni d’apertura (Ode al padre e Ode agli amici) costituiscono un unico incipit esteso, che assume spesso il tono di un invito a comparire, rivolto a imputati che sono anzitutto custodi e testimoni della coscienza di chi si appresta a liquidarli, giudicando se stesso. La sentenza è già scritta e non prevede assoluzione, ma solo discussione del caso, elencazione di colpe e discolpe, lettura finale delle ragioni e congedo. La prima ode sfiora alcuni temi della celebre lettera kafkiana, nella quale la figura paterna tende a stagliarsi su tutte le altre, aspra e intransigente col figlio. Qui non sono però contrapposti ammirazione e disprezzo verso un’autorità comunque riconosciuta, ma difficile da scalfire con le sole ragioni dell’adolescenza. Il padre, l’antagonista per natura, si trova costretto in una condizione di subalternità nel presente (rispetto al figlio) e nel passato (rispetto al proprio padre). È come se lo spazio di una generazione fosse saltato e questa mancanza dovesse venir riscattata. La falsificazione della firma sul libretto scolastico appare all’inizio poco più di un aneddoto, uno spunto qualsiasi per il racconto, ma introduce in realtà il tema di una sostituzione simbolica ben più profonda, utile alla rimozione della figura paterna, sulla quale si incentra l’intero componimento. Impossessarsi di un segno ha il valore di una iniziazione: si acquista il potere dei padri delle origini, se ne riconosce e impara la lingua per imitazione. Con questa premessa, la diade originale-derivato si modella a esprimere la progressiva corruzione di paternità-discendenza.

Ode al padre

Sì dev’essere cominciato tutto quando
Hai iniziato a scrivere e riscrivere il suo nome
Nel diario della scuola e sulla carta
Rifacevi la firma per il libretto di giustificazioni
E lo ripetevi di continuo quel gioco
Mezzo furbo mezzo proibito
Che svolgevi già pregustando la sega
Che avresti fatto a scuola
Godevi a diventare sempre più bravo
A rifarla la firma del tuo vecchio alla perfezione
Perché ti dava una strana forza
Prendere per un lampo il suo posto
Incarnarlo lui com’era nel mondo
Imponente e grande ai tuoi occhi di marmocchio
Lui che firma una cosa di suo pugno
Come all’alba dei tempi un generale
Greco o romano davanti a una delegazione
Tuo padre l’uomo dei tuoi sogni il mito
Quella copia calligrafica io dico
Come prima forma di emulazione
Ma come si sia arrivati da questa
Alla sfrenata e impudica competizione
Non sapresti dire se non saltando
Passaggi e passaggi di tempo
Di cui non hai memoria e ragione
Ma tu non ci vuoi più mettere
Il naso là dentro non puoi
Rivedere da vicino quel deserto vuoto
Quell’occhio spalancato
Sulla fodera del guanciale
E udire quella frase
Pronunciata in un soffio dal capezzale
Anche questa è materia di romanzo!
Che hai sentito o solo immaginato
Davanti al secretaire
Assediato dai medicinali
E allo stelo della flebo
Traslucido contro il vetro della libreria
Ottocento che adesso veste il tuo studio
Forse non ne hai neppure più il diritto
Lascialo quieto nel suo letto d’agonia
Dopo 16 anni finalmente mollalo in pace
Quanto ancora vuoi fartela fruttare questa storia
Che incolpando lui in qualche modo t’assolve!?

E tu non sapevi che dirgli quando lui parlava del suo romanzo
Che aveva spedito avventurosamente alla Feltrinelli
E ad altri editori importanti
Senza che tu l’avessi incoraggiato né scoraggiato
Avevi lasciato che si muovesse lui
Senza intervenire come avresti potuto
Dicendo che ti mancavano i contatti
Mentre proprio la Feltrinelli
Stava diventando il tuo editore
Ma come potevi promuovere tuo padre
Anche se aveva i mesi contati
Tu che a stento promuovevi te stesso?
Quel romanzo senile muffoso poi
Storia di un vecchio professore in pensione
Già professore capite professore!
Non si rassegnava mica alla sua condizione
Di non laureato con quel diploma di maestro
Preso durante la guerra chissà come
Fra un bombardamento e una smobilitazione
Quel vecchio che sentenzia e pontifica
Su un pullman di turisti durante
Un viaggio organizzato in Turchia o in India
Sulle statue i musei i templi su tutto
Motteggiando e forse offendendo le guide
Quelle del luogo e quelle dell’agenzia
Con lamentele o chiose
E dovrebbe sedurre nelle intenzioni
Quei tardoni sempliciotti e i chimerici lettori
Con le battute e i colpi di teatro
E qualche parolaccia salace sulle donne
Di quelle che scorano tanto sulla bocca dei vecchi
E sapevi tu l’inferno che nella realtà
Quei viaggi in gruppo erano stati per la mamma
Fra gli scaracchi e le sparate da erudito
Dio cos’era quella roba ti veniva male a leggerla
Era fin troppo facile smontarla
Finiva con un omicidio si tingeva di giallo
Il polpettone ma a quel punto non ci sei mai arrivato
Tutti quelli del viaggio organizzato
Con quel geniaccio del professore compreso
Schiaffati nella hall di un grande albergo internazionale
E interrogati a turno come in una storia di Agatha Christie
A quel punto eri faticosamente arrivato
Dicendo basta mi fa troppo incazzare
Quella roba insomma ch’era vecchia e sciupata
Ancora prima di venire scritta
E lui ancora immaginava pubblicata
I libri tuoi l’avevano ringalluzzito
Ritirava fuori vecchie poesie ingiallite
E racconti e tutti i brogliacci che aveva accantonato
Negli anni in cartelline polverose del ministero
Ognuna titolata a dovere negli spazi assegnati
Sulla filigrana dello stemma governativo
E poi riesumava le sue canzoni
Che aveva interpretato ai Café chantant
Pure a quelli importanti di Galleria Colonna
Dove i suoi capi d’ufficio l’avevano beccato
In vetuste incisioni che ti chiedeva di far ascoltare
Ai giornalisti musicali che conoscevi
Benché questo accadesse anni prima
Ma è stato Il branco al Festival di Venezia
Che gli ha mandato in tilt il sistema
Che gli ha azzerato i contatori
Vederti lì sotto ai riflettori
In primissimo piano in tenuta di gala
In Sala Grande col regista e il produttore
In quel Lido favoloso dove
Da giovane era stato a sognare
Mentre faceva il soldato sugli amori suoi
Di sempre donne cinema e letteratura
Insomma quei fasti tuoi
Gli avevano rinnovato l’estro
Se c’è riuscito lui perché non devo riuscirci io?
Che io valgo meno di lui come scrittore?
Insomma aveva ripreso in mano la penna dopo anni di silenzio
Non parlo mica dei bei racconti di gioventù
Che gli valsero il Pozzale e la pubblicazione
Ma quello che scriveva oggi straziava l’intelligenza
E il cuore e allora non capivi
Tua madre che diceva perché non leggi il romanzo di papà?
E magari lo usi tu chissà che intendeva povera mamma
In generale volevi celebrare te stesso ormai di lui te ne fregavi
Non riuscivi neppure a leggere le sue cose
Ti davano ansia come più tardi a leggere le tue
Ti scottavano in mano non volevi manco prenderle
Le spostavi da un mobile all’altro sempre più lontano
Dalla vista dal tuo raggio d’azione
Ma Cristo d’un Dio ti facevi
Quell’uomo lì che t’ha rovinato la vita
E ormai lo sa con certezza dai tuoi libri
Pretende oggi di farsi leggere da te?
Ci vuole fegato e una gran faccia di legno
Ma lui si permetteva eccome senza ritegno
Te li faceva battere tutti i suoi ultimi parti
Vergati a penna con mano tremolante
Alla macchina da scrivere e poi al computer
Le sue cose stantie e piene di errori
Che delegavi a qualcun altro per la compilazione
Il suo libro di racconti che gli avevano stampato
Cinquanta anni prima era perfetto lo giuro
Manco una virgola fuori posto
Sette uomini meno due si chiamava quella silloge
Influenzata da Americana di Pavese anzi Vittorini
Spalmata di neorealismo e pure simbolismo qui e là
In certi vasi di fiori in certi interni
Senza decoro quasi stilizzati
Roba decente magari bella chissà
Consegnata in copia al Caterini
Perché ne faccia buon uso
Roba ch’io all’inizio avevo pure emulato
Eh no questo però lo hai copiato
Da me da quel racconto dimmi la verità
Già rivelando così l’animo suo bruttato
L’atmosfera è la stessa figlio mio e la storia pure
Non puoi negarlo e oddio chi lo negava!
Erano gli ultimi due minuti di vita di un uomo
E non conta saper chi sia ma solo
Che viene ucciso in un tempio
Fra una colonna di granito
E un fonte battesimale
Mentre il tempo viene scandito all’incontrario
Insieme ai passi che battono il pavimento cosmatesco
In modo sempre più drammatico
E’ vero papà è vero ho scopiazzato
Mi piaceva ho cercato di riscriverlo meglio
Perché non si può? Che c’è di male?

continua su …

http://www.lestroverso.it/?p=5254

Andrea-Carraro_avatar_1381765875-80x80Andrea Carraro, scrittore italiano, è nato nel 1959 a Roma. Ha pubblicato con Gremese “A denti stretti” (1990); con Theoria “Il branco” (da cui Marco Risi ha tratto l’omonimo film); con Feltrinelli il melodramma sociale “La ragione del più forte” (1999); con Giunti “L’erba cattiva” (1996); con Rizzoli, due libri, “La lucertola” del 2001 e “Non c’è più tempo” del 2002. Con Gaffi, “Il Sorcio” nel 2007, con Hacca, “Il gioco della verità” (2009); con Ediesse, “Da Roma a Roma” (2009). Ha scritto recensioni e reportage per “l’Unità”, per “Il Messaggero”, per “La Repubblica”. Vive a Roma.

copertina questioni private