Una nota sulla raccolta Chiacchiericcio a cura di Dante Maffia

di poesiaoggi

Notevole il “chiacchiericcio” di questo libro che cattura immediatamente perché è come se le annotazioni, i commenti, i giudizi, le divagazioni, le postille, le meditazioni nascessero durante un viaggio in tram o nella metropolitana. Il fatto è però che non si tratta di commenti che nascono dal ciò che passa davanti agli occhi, ma da ciò che macera nell’anima, nei pensieri e allora tutto si fa complicato e quel che sembrava essere routine diventa ogni giorno una enorme fatica. Se poi ci si rende conto che “di tutto fu scritto / e l’alfabeto del mondo / era sempre più povero”, allora si resta intrappolati in una sorta di malessere dal quale diventa difficile uscire indenni.

Marco Saya, in questo libro denso e coinvolgente affronta la fatica dell’esistere e perciò guarda ai fenomeni del quotidiano con sguardo angosciatamente sereno. L’ossimoro intende dare esplicitazione al suo modo di essere dentro e fuori dal flusso indistinto degli eventi, vittima e carnefice di una prassi che si fa sempre più disumana, perché la ricerca delle “nuove lettere” e la “precarietà della parola” non riesce ad ancorare le sintesi in qualcosa di duraturo.

C’è in questa poesia, una meravigliosa sintesi tra l’aulico e il quotidiano tentato spesso anche da precedenti esperienze quasi tutte mal riuscite, se si esclude quella di Nelo Risi e pochi altri. Ma qui c’è di più: un coraggioso sguardo sui valori e sul senso dell’essere; una consapevolezza oggi rara su quel che sono i valori della vita e sulla precarietà della vita.

Trovo che Marco Saya, con il suo tono pacato, quasi sussurrato, sappia cogliere il senso recondito di processi che avvengono silenziosi nel “gioco consueto degli incontri e degli inviti”, per dirla con Constantin Kavafis, e sappia coniugare sottigliezze, che si potrebbero definire filosofiche, con accenti musicali che si accendono all’improvviso e subito trovano la dimensione del sussurro mai però mieloso.

Appare chiaro che ha attraversato letture che vanno dai classici agli sperimentalisti, ma appare altrettanto chiaro che sia riuscito a trovare una sua voce personale che sa cogliere a volo il richiamo che “non sempre”, ma “ogni tanto ti chiama”. Una chiara dichiarazione di poetica che illumina il lettore e gli fa intendere che egli non è disposto a scendere a patti con le abitudini del letterato paludato, ma che vuole seguire soltanto l’estro quando lo spinge a scartabellare “la frase rivelatrice”, come scrive in “faldone”.

Mi pare che Marco Saya sappia entrare bene nel “ruolo” di chi dissacrando crea, di chi creando spappola le sintesi in nuove sintesi cercando le verità fuori dai gratuiti giochi della semantica. Egli sa mettere nelle parole il succo delle esperienze, e ne sa trarre contrasti fuori dalle trovate, amplificazioni di senso fuori dalle tergiversazioni occasionali. Il suo errare non è tanto casuale, anzi … e così l’alfa e l’omega arrivano a scontrarsi e a dissuadersi, a confondersi e a diventare apoteosi di desideri e di delusioni, di progetti e di programmazioni, perfino di deflagrazioni.

Difficile collocare Marco Saya dentro una formula, dentro definizioni belle e fatte. Egli si muove nelle argomentazioni e nelle accensioni da anarchico puro, ribaltando di continuo i raggiungimenti e collocando la poesia come un orizzonte in fuga, sempre presente e sempre irraggiungibile. A questo proposito la dice lunga la composizione intitolata proprio “orizzonti” con quella chiusa meravigliosa sulle ruote dei pavoni “che si s-chiudono / che si ri-chiudono / che svaniscono”.

A fine lettura del libro resta nel lettore una sensazione di precarietà che scava dentro e mette scomodi e credo che questo sia un sintomo straordinario della validità dei testi, che non vogliono consolare, non vogliono lenire le ferite del tempo e della società avviata ai vortici inesauribili dello scambio.

Chiacchiericcio, insomma, è un libro che si distingue, si fa notare in mezzo alla marea intemperante delle migliaia e migliaia di testi di questi ultimi anni: ha anima, ha timbro, ha fermenti, ha dissonanze ( da jazz? ), ha fioriture che proiettano ombre e luci su risvolti inediti del vivere, ha momenti di risentimento, di invocazione al senso per non perire nelle dissolvenze della determinatezza, ha umori e sapori … E non vi sembri poco, tutto questo è risentimento, occhio che vede lontano, è vita che scorre e grida. E dietro il grido, umanamente, c’è una immensa paura della morte. ( Dante Maffia )

chiacchiericcio

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