Il nuovo libro di Franz Krauspenhaar dal titolo Le belle stagioni

di poesiaoggi

le belle stagioni -cover

http://www.marcosayaedizioni.net/#!product/prd3/1995977165/le-belle-stagioni

http://www.ibs.it/code/9788898243099/krauspenhar-franz/belle-stagioni-stagioni.html

Un estratto dalla prefazione di Andrea Caterini:

Credo ancora che la verità della poesia di Krauspenhaar vada cercata in quello che non dice; meglio, in quello che lascia intuire tra uno strepito e una violenza verbale, tra un’invettiva e uno stato umorale. Per questo è solo apparentemente una poesia autobiografica. Tutti gli stralci delle piccole esperienze che racconta – il sesso con una donna, i viaggi in metropolitana, le partite di calcio e i documentari guardati in televisione –, seppure realmente avvenuti, non svelano nulla di chi scrive, piuttosto hanno lo scopo preciso di deragliare l’attenzione del lettore sulla cosa che davvero vale la pena riconoscere. Come nel componimento 27, nel quale mentre definisce, o immagina e inventa, il proprio albero genealogico, in cui scopre un antenato col quale si identifica, in realtà non fa che tenere a distanza ancora una volta il verso dalla nudità di chi quello stesso verso scrive per inganno, o per mistificazione: «Il nome/ che ho sempre avuto è del nobile signore/ Frans Kroeshaar». O ancora: «Sono l’uomo delle stagioni, sono l’uomo/ di tutti e di nessuno, sono l’anno diviso». Nell’essere «di tutti e di nessuno» Krauspenhaar ci sta sostanzialmente svelando, seppure ironicamente, una paura. Voglio dire che mentre mette in scena il suo teatro degli umori (quelle stagioni che una volta lo deprimono, un’altra lo esaltano) sta compiendo un esercizio di nascondimento: protegge il proprio tremore. Allora ci si accorge che la scrittura, per Krauspenhaar, più che una confessione è una forma di salvezza: «Invece la fantasia mi ha salvato un’altra volta,/ amica mia, e ce ne vorrà ancora tanta, troppa,/ per passare l’inverno».

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