Le belle stagioni di Franz Krauspenhaar

di poesiaoggi

Aprile è stato una cometa, un asteroide
o chissà chi, lei non sa chi è, chi sono io,
gioca coi nostri sensi risvegliati, da parti
senza nome e cognome. Così, silenziato,
un muscolo involontario, l’aprile passa
come una nuvola, o un segno di matita,
sul foglio. Non ne ricordo che spioventi minuti,
contro un sole abbastanza infelice, dentro attimi
compromettenti, senza entusiasmi. Aprile,
dolce dormire, in un letto di paglia e di fieno,
dentro una ciotola da bar, con patatine avviluppanti,
e ginger rossi catena di moto sull’asfalto, il morto
subito volto, col giubbotto di pelle sopra il corpo
cadavere. Sei stata a casa e hai fatto le valigie,
per Parigi. Ad aprile è normale dopo Pasqua,
che ha sfiorato appunto l’aprile alla fermata
d’ogni autobus. Al 31 marzo, quest’anno, come
in un dolce buco della serratura, di cioccolata
in uova. Sei andata a Parigi nel dolce contrappunto
di quasi tiepide piogge, mezzorette così, mentre
a Milano quando piove regge quel tempo eterne
settimane. Sei andata alla carica con quel trolley
rosso, fantastico, bello come una Ferrari, forse
perché è tuo, non so, non capisco. Parigi ti ama
e fa bene, credo lo faccia più di me, che sono
soltanto un uomo; una metropoli così ha un fiato
d’eternità, è come Dio nel maglio della creazione,
ama qualcuno per statuto divino.

le belle stagioni -cover

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