Misinabì di Gulio Maffii recensito da Nicola Vacca su Satisfiction

di poesiaoggi

Misinabì

Recensione di Nicola Vacca

Misinabì
La poesia di Giulio Maffii non è un tentativo di colmare l’abisso ma è, al contrario, un viaggio di esperienza nel vuoto che esprime l’annichilimento morale della condizione umana.
In ogni verso di «Misinabì» ( il nuovo libro del poeta fiorentino che esce in questi giorni per i tipi di Marco Saya edizioni, e che noi abbiamo l’onore di presentare in anteprima) il poeta, con una tensione morale degna del miglior Caproni, scava nel muro della terra a mani nude, colloquia con le ombre, indaga nella ferocia della grande oscurità paralizzata da un gelo epocale che non preannuncia stagioni di ristoro.
Nel tempo in cui nessuno più si riconosce, Maffii scrive una poesia di rendicontazione del contingente in cui la discesa agli inferi è la condizione necessaria per porsi domande, inchiodati a un vuoto che mostra  asimmetrie.
«Nella sgrammatica del corpo e della storia» si muove Giulio Maffii, nella consapevolezza che il poeta deve farsi lucido testimone: gli eventi succedono e bisogna raccontarli con la coscienza vigile  di un attraversamento dei luoghi e delle cose che non promette soluzioni ma continue e ininterrotte interrogazioni in cui il Cupio  dissolvi è il punto di arrivo di un tempo che non conosce redenzioni.
«Misinabì» è l’opera matura di un poeta che usa le parole come graffi per lacerare il muro della terra di questa nostra realtà, che assomiglia sempre più a un edificio pericolante da cui scenderemo soltanto cadendo.
II

Quanta accortezza nel dividere
lo sperpero corrotto del tempo
Cupio dissolvi questa origine di piombo
mentre trascini domande e soluzioni
Scendemmo ancora
verso la base del fiume
perdemmo gli occhi e il senso della luce
Cosa dovevamo fare dei sacchi di caffè
se non potevamo leggerne i fondi?
Così per caso
senza molte alternative
la noia nella macchina delle foto
Ti inchiodai al vuoto
per mostrarti l’equilibrio

VI

L’errore è dentro noi nelle parole
negli eventi nelle liste programmatiche
Siamo un prestito del tempo
le tre colonne del tempio?
siamo mercanti adoratori
la sconfitta di qualsiasi dio
siamo la terra guasta dentro la grondaia
il fine ultimo della nuvola
il grido dell’albero che esce dalla radice
siamo e fummo
perché il verbo non ha desinenze
quando è fuori dalla grammatica vivente
e poi scendemmo ancora mentre

XX
Ogni nascita predispone un vincolo
fummo adozioni del corpo
spine e  ortiche
Portavano il loro volto
che una volta sarà nostro
La memoria ci condanna
le cose si muovono da ogni luogo
il segnaposto non corrisponde al nome
e i marciapiedi legano gli sconosciuti
-anni ridotti a luoghi di attraversamento-
Le ossa nei campi
con la rugiada dei morti
che stanno rinchiusi di giorno
la notte mangiano frutta
scendemmo ancora
ma la bocca
la nostra instabile bocca
si oltraggiava di more
Il gelo ci ha sconsacrati.

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