poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: novembre, 2014

Presentazioni alla Fiera dell’editoria Più Libri Più Liberi, 4-8 Dicembre 2014

Locandina Diario ordinario Più libri più liberi-page-001 Locandina Le belle stagioni più libri più liberi-page-001 Locandina Poeti della Lontananza Più Libri più liberi-page-001 Locandina Setembre Più Libri più liberi-page-001

Illustrazioni con poesie di Ginevra Sonfelice presso Artisti ai banchi a Roma

Ginevra Sonfelice vi aspetta con le parole e le immagini di Diario ordinario (sua opera prima in versi + esposizione delle sue illustrazioni) tutti i giorni 11-19 presso Artisti ai banchi a Roma fino a sabato 29 novembre. Ore 18.30 lettura e commento delle poesie e uno scambio di idee sulla scrittura con chi si trovasse a passare. Marco Saya Editore

poesia ginevra

Lunedì 1 Dicembre 2014 ore 17.00

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Reading sulla migrazione dal titolo Volti sull’acqua

volti sull'acqua

Venerdì 28 Novembre al C.A.M Garibaldi, Corso Garibaldi 27 angolo via Strehler 2 a Milano

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Presentazioni a PLPL, 4-8 Dicembre a Roma

Giovedì 4 Dicembre

Ore 18,00 – Presentazione del libro Diario Ordinario di Ginevra Lilli
intervengono l’autrice, Letizia Norci Cagiano e Marco Saya
a cura di Marco Saya Edizioni (Sala Ametista)

Ore 19,00 – Presentazione del libro Settembre sarebbe un bel mese di Maria Paola Canozzi, intervengono l’autrice e Marco Saya a cura di Marco Saya Edizioni (Sala Corallo)

Venerdì 5 Dicembre

Ore 17,00 – Presentazione del libro Le belle stagioni di Franz Krauspenhaar, intervengono l’autore, Andrea Caterini e Marco Saya a cura di Marco Saya Edizioni (Sala Corallo)

Lunedì 8 Dicembre

Ore 13,00 – Presentazione del libro Poeti della lontananza
a cura di Sonia Void Generator Caporossi e Antonella Pierangeli intervengono le curatrici e Marco Saya a cura di Marco Saya Edizioni (Sala Corallo)

http://www.piulibripiuliberi.it/menu2009/programma/programma_all.aspx

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Foto della presentazione della raccolta Occhimirìada di Fernando Picenni all’Officina Coviello

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Una bella recensione su Misinabì di Giulio Maffii sul blog Imperfetta Ellisse a cura di Giacomo Cerrai

Giulio Maffii – Misinabì – Marco Saya Editore 2014
Giulio Maffii- Minisabì

Il mito è la distanza dai morti. Anche la cultura, a pensarci bene: noi sappiamo cose che loro non hanno più bisogno di sapere, e inoltre imparare è un modo di impossessarsi del tempo che scorre, una pre-occupazione. Anche la poesia lo è, tutto sommato. Lo dico perchè mi sembra che un po’ di queste cose ci siano, sotto traccia, in questo libretto di Giulio Maffii, venti poesie, uscito di fresco. In cui ritroviamo certo molto di quanto mi era parso di vedere nel suo L’odore amaro delle felci (v. QUI), tanto che anche per questo libro mi sentirei di ripetere quanto dissi allora: “Per Maffii il discorso poetico è eloquio, nel senso più nobile del termine. Esplicitazione cioè di un pensiero che, prendendo le mosse da quelle (apparentemente) semplici constatazioni che solo il poeta sa cogliere, egli sviluppa con una lingua articolata e ricca che indica al lettore significati ineludibili e insieme ne suggerisce altri più segreti”. Tuttavia qui mi pare che ci siano meno constatazioni fattuali e ci sia un di più di “esoterico”, se così posso esprimermi, che l’articolazione del pensiero, qui essenzialmente una particolarissima meditazione sulla morte, sia orientata a un colloquio con sé e con chi non appartiene più a questa realtà. E nello stesso tempo, però, questo colloquio deve essere in qualche modo mediato, distanziato, in altre parole “esorcizzato”, per mezzo della potenza apotropaica della poesia. Ecco quindi che il mito, come dicevo all’inizio, serve, il mito citato e, meglio ancora, il mito creato poeticamente come personale elaborazione e rielaborazione dell’autore (ma in questa creazione, come ovvio, non si può prescindere da quello che si sa, dalla nostra cultura, appunto). In fondo, quello che serve con i morti, per confrontarsi con loro e con il mistero che rappresentano – ma dalla giusta distanza -, è una speciale forma di galateo, magari quel “telaio dei riti quotidiani” di cui scriveva Maffii ne L’odore amaro delle felci. Devono per esempio essere nominati con cautela, devono essere alloggiati, anche poeticamente, in un “sotto” (“I morti dico i morti perché stanno chiusi”), un “sotto” parecchio laico, anzi classico (non ci sono “cieli” da attingere in questa poesia), e quindi – classicamente – c’è tutto un percorso di discesa da affrontare, ed infatti non sono poche le ricorrenze in questi testi del verbo “scendere” e dei suoi annessi semantici. Del resto “il livello dello scavo aumenta le consuetudini / come gesto di difesa / predispone la morte di chi scrive / e il coraggio di camminare”, e lì si torna col ragionamento (corsivi miei). Insomma, un filo rosso continuo, fatto anche di rimandi da un testo all’altro, per cui non sarebbe improprio considerare questa plaquette come un poemetto. La poesia è un mezzo per andare e tornare, come Orfeo, o almeno è un nobile tentativo di avvicinarsi al limite, a quel limite da cui non c’è, come dice Maffii, “diritto di recesso” (e in effetti nella sua radice indoeuropea [mr] morte è “il limite raggiungere”, quel concreto terrapieno che nei villaggi separava i vivi dai defunti).
Non vorrei dilungarmi in queste elucubrazioni, ma mi accade con la poesia che mi intriga, come questa, forse al punto di spingere fuori tema. Aggiungerei però almeno una cosa, che i morti si temono e si ricordano. Credo che appartengano quindi a qualcosa di “morto”, da ricordare, anche tutte quelle evenienze emozionali, sentimentali, dolorose di cui parliamo al passato, che magari tentiamo di giustificare, di ribaltarne la grammatica delle cause e degli effetti, di scrutarne, con parole del poeta, la “tassonomia del caso”. C’è credo anche questo nelle tematiche di Maffii, insieme ad una orgogliosa e un po’ sciamanica volontà di interrogare il linguaggio, di lasciarlo ad esempio sintatticamente aperto alle folate di senso, ad altre possibili conclusioni, di manipolarlo magari con invenzioni lessicali (“vita mentirosa”, “ipocattocrisìa”), con inserzioni colte, con contaminazioni da altre lingue o dal latino e così via. Checché ne dica Maffii (“l’unica identità della parola / è nella parabola dei ciechi / tutto evapora / dal padre al sostantivo”), è fortunatamente una lingua poetica che evapora poco. Semmai (sempre Maffii) “…il verbo non ha desinenze / quando è fuori dalla grammatica vivente” (corsivo mio). Che insieme vuol dire, io credo, che se i morti e le cose passate sono condannati a una eterna invarianza o immodificabilità, tocca alla poesia, grammatica viva e dei vivi, includerli e declinarli al suo meglio. (g.c.)

III

I morti stanno rinchiusi di giorno
la notte mangiano frutta
Salivamo all’ultimo piano
e ti chiedevo
cosa incantava la vista o la vita sui tetti
Erano sintomi mi spiegasti
non Yadruvava
il sole non mi avrebbe rapito
e trasformato in uccello
tornai spazio dentro
lasciando un po’ di tempo
gocciolare sul granito delle scale
Il condominio grondava silenzio
e noia e radioline e stanze
ipocattocrisia e voci
la domenica pomeriggio
quando anche dio
chiude il portone

continua su … http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/751-Giulio-Maffii-Misinabi.html#extended

Giovedì 13 novembre ore 18,30 – Officina Coviello, via Tadino, 20 Milano

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Fernando Picenni

Nasce a Bergamo nel 1929.
I primi approcci con la creatività sono poetici: non ancora ventenne una sua poesia intitolata Il male è pubblicata sul quotidiano “L’Eco di Bergamo”. Da allora, del resto, l’artista non cesserà mai di scrivere versi, spesso dialoganti con le sue opere pittoriche, che da quelle poesie attingeranno titoli sognanti. Comincia a dipingere giovanissimo, affascinato dalle forme naturali (“Avevo un vivo desiderio di tentare in pittura la traduzione cromatica dell’emozione poetica. Erano prove libere, subito avviate a cercare segni e immagini di abbandono lirico”)…
Nella seconda metà degli anni Cinquanta approfondisce sempre più febbrilmente il suo rapporto con la pittura, che lo porterà a dedicarsi interamente all’arte nel 1959. Sono gli anni della frequentazione del Bar Giamaica, dell’attrazione per Sironi e per la sofferta ricerca plastica Nicolas De Stael (“sono sempre rimasto folgorato dalla luminosa solitudine dei suoi spazi”).
Tra gli artisti della sua generazione frequenta Emilio Tadini, Piero Manzoni, Enrico Castellani, Tancredi e stringe una profonda amicizia con Gianfranco Ferroni, Dadamaino e il filosofo Sossio Giametta, erede culturale di Giorgio Colli e Mazzino Montinari nella sistemazione del corpus dell’opera di Nietzsche.
Già nell’ultimo scorcio degli anni Cinquanta Picenni ha identificato un suo inconfondibile stile, nel quale una rapida pennellata sfugge all’oscuramento della superficie (“Sì, impostando immagini ferme, corpose, quasi monocrome, emergenti e solitarie”).
Dopo alcune mostre collettive, tra cui la partecipazione al Premio San Fedele, a quel tempo ambitissimo, la prima mostra personale è nel 1961 al Salone Annunciata di Milano, con un catalogo curato da Emilio Tadini. Nel 1968 è la prima mostra alla Galleria Morone 6 di Milano, con il catalogo curato da Mario de Micheli. S’interessano al lavoro di Fernando Picenni Marco Valsecchi e Dino Buzzati che scrive sul Corriere della Sera.
Tra il 1978 e il 1983 Picenni realizza le Costruzioni, che poi riprenderà tra il 1995 e il 1998 (“Sentivo il bisogno di espandere il campo operativo del quadro, cioè la sua dimensione serrata, chiusa dai bordi, di abbandonare addirittura la tela per cercare una spazialità vasta, non racchiudente, alla conquista della parete”). Le Costruzioni sono opere di grandi dimensioni realizzate perlopiù con legno variamente sagomato e dipinto, fissate a parete (alcune dal muro sono prolungate sul pavimento), in cui il maestro anticipa ogni concetto di “installazione”, termine destinato a grande fortuna (“Venne a vedere le mie Costruzioni Pardi, mandato da Marconi: credo ne abbia fatto tesoro”).
Picenni ritorna alla pittura, al suo plasticismo lirico, arricchito dall’esperienza geometrica.
Nel 1995 sette Costruzioni sono esposte al circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano.
Nel 1999 la Galleria San Fedele espone dipinti e quattro Costruzioni.
Nel 2003, in occasione della Mostra alla Galleria Folini di Chiasso, l’Editore Mazzotta promuove un catalogo dedicato alle opere recenti su tela, a cura di Elena Pontiggia, con testi di Domenico D’Oora e Meeten Nasr.
Nel 2005 è la mostra alla Galleria PoliArt di Milano, che già da anni s’interessa al suo lavoro. In occasione della mostra alla PoliArt la compositrice Paola Samoggia gli dedica un fotogramma musicale, intitolato Berceuse luisante, affascinata dalla luce picenniana di questi anni.
La mostra alla GAM Spazio Ex Pescherie di Cesena è dedicata agli anni recenti, nei quali una luce nuova riempie la pittura di Picenni Nel 2009 è l’antologica Fernando Picenni, percorsi romani, al Museo Mastroianni di Roma con un catalogo a cura di Giovanni Granzotto e testi di Daniele Grassi, Francesca Boesch e Leonardo Conti, Il Cigno GG Edizioni.

Giovedì 13 novembre ore 18,30 – via Tadino, 20 – Milano
Happy hour & reading
Fernando Picenni presenta la sua nuova raccolta OCCHIMIRìADA

Sabrina Minetti, Meeten Nasr e il sottoscritto dialogheranno con l’autore in questo gioco letterario di pennelli, colori e parole.

officina coviello

Società Dante Alighieri di Vienna: Lio Attilio Gemignani presenta Il fruscio dell’aquilone.

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