Una bella recensione su Misinabì di Giulio Maffii sul blog Imperfetta Ellisse a cura di Giacomo Cerrai

di poesiaoggi

Giulio Maffii – Misinabì – Marco Saya Editore 2014
Giulio Maffii- Minisabì

Il mito è la distanza dai morti. Anche la cultura, a pensarci bene: noi sappiamo cose che loro non hanno più bisogno di sapere, e inoltre imparare è un modo di impossessarsi del tempo che scorre, una pre-occupazione. Anche la poesia lo è, tutto sommato. Lo dico perchè mi sembra che un po’ di queste cose ci siano, sotto traccia, in questo libretto di Giulio Maffii, venti poesie, uscito di fresco. In cui ritroviamo certo molto di quanto mi era parso di vedere nel suo L’odore amaro delle felci (v. QUI), tanto che anche per questo libro mi sentirei di ripetere quanto dissi allora: “Per Maffii il discorso poetico è eloquio, nel senso più nobile del termine. Esplicitazione cioè di un pensiero che, prendendo le mosse da quelle (apparentemente) semplici constatazioni che solo il poeta sa cogliere, egli sviluppa con una lingua articolata e ricca che indica al lettore significati ineludibili e insieme ne suggerisce altri più segreti”. Tuttavia qui mi pare che ci siano meno constatazioni fattuali e ci sia un di più di “esoterico”, se così posso esprimermi, che l’articolazione del pensiero, qui essenzialmente una particolarissima meditazione sulla morte, sia orientata a un colloquio con sé e con chi non appartiene più a questa realtà. E nello stesso tempo, però, questo colloquio deve essere in qualche modo mediato, distanziato, in altre parole “esorcizzato”, per mezzo della potenza apotropaica della poesia. Ecco quindi che il mito, come dicevo all’inizio, serve, il mito citato e, meglio ancora, il mito creato poeticamente come personale elaborazione e rielaborazione dell’autore (ma in questa creazione, come ovvio, non si può prescindere da quello che si sa, dalla nostra cultura, appunto). In fondo, quello che serve con i morti, per confrontarsi con loro e con il mistero che rappresentano – ma dalla giusta distanza -, è una speciale forma di galateo, magari quel “telaio dei riti quotidiani” di cui scriveva Maffii ne L’odore amaro delle felci. Devono per esempio essere nominati con cautela, devono essere alloggiati, anche poeticamente, in un “sotto” (“I morti dico i morti perché stanno chiusi”), un “sotto” parecchio laico, anzi classico (non ci sono “cieli” da attingere in questa poesia), e quindi – classicamente – c’è tutto un percorso di discesa da affrontare, ed infatti non sono poche le ricorrenze in questi testi del verbo “scendere” e dei suoi annessi semantici. Del resto “il livello dello scavo aumenta le consuetudini / come gesto di difesa / predispone la morte di chi scrive / e il coraggio di camminare”, e lì si torna col ragionamento (corsivi miei). Insomma, un filo rosso continuo, fatto anche di rimandi da un testo all’altro, per cui non sarebbe improprio considerare questa plaquette come un poemetto. La poesia è un mezzo per andare e tornare, come Orfeo, o almeno è un nobile tentativo di avvicinarsi al limite, a quel limite da cui non c’è, come dice Maffii, “diritto di recesso” (e in effetti nella sua radice indoeuropea [mr] morte è “il limite raggiungere”, quel concreto terrapieno che nei villaggi separava i vivi dai defunti).
Non vorrei dilungarmi in queste elucubrazioni, ma mi accade con la poesia che mi intriga, come questa, forse al punto di spingere fuori tema. Aggiungerei però almeno una cosa, che i morti si temono e si ricordano. Credo che appartengano quindi a qualcosa di “morto”, da ricordare, anche tutte quelle evenienze emozionali, sentimentali, dolorose di cui parliamo al passato, che magari tentiamo di giustificare, di ribaltarne la grammatica delle cause e degli effetti, di scrutarne, con parole del poeta, la “tassonomia del caso”. C’è credo anche questo nelle tematiche di Maffii, insieme ad una orgogliosa e un po’ sciamanica volontà di interrogare il linguaggio, di lasciarlo ad esempio sintatticamente aperto alle folate di senso, ad altre possibili conclusioni, di manipolarlo magari con invenzioni lessicali (“vita mentirosa”, “ipocattocrisìa”), con inserzioni colte, con contaminazioni da altre lingue o dal latino e così via. Checché ne dica Maffii (“l’unica identità della parola / è nella parabola dei ciechi / tutto evapora / dal padre al sostantivo”), è fortunatamente una lingua poetica che evapora poco. Semmai (sempre Maffii) “…il verbo non ha desinenze / quando è fuori dalla grammatica vivente” (corsivo mio). Che insieme vuol dire, io credo, che se i morti e le cose passate sono condannati a una eterna invarianza o immodificabilità, tocca alla poesia, grammatica viva e dei vivi, includerli e declinarli al suo meglio. (g.c.)

III

I morti stanno rinchiusi di giorno
la notte mangiano frutta
Salivamo all’ultimo piano
e ti chiedevo
cosa incantava la vista o la vita sui tetti
Erano sintomi mi spiegasti
non Yadruvava
il sole non mi avrebbe rapito
e trasformato in uccello
tornai spazio dentro
lasciando un po’ di tempo
gocciolare sul granito delle scale
Il condominio grondava silenzio
e noia e radioline e stanze
ipocattocrisia e voci
la domenica pomeriggio
quando anche dio
chiude il portone

continua su … http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/751-Giulio-Maffii-Misinabi.html#extended

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