Recensione a MARIA PAOLA CANOZZI, Settembre sarebbe un bel mese, Milano, Marco Saya Edizioni, 2014

di poesiaoggi

La vita è anche altrove: e un altrove, in questo caso, non al di fuori dei nostri sensi limitati, ma qui, accanto a noi, sulla terra. Questo il nucleo del libro di Maria Paola Canozzi, Settembre sarebbe un bel mese, con cui l’autrice,muovendo guerra a una visione del mondo ciecamente antropocentrica, grida forte il diritto ad una esistenza piena di tutti gli abitanti del pianeta, di tutti gli esseri che popolano il cielo, il suolo, il mare. Perché “Gli animali non sono cose! Sono esseri senzienti, hanno un sistema nervoso come lo abbiamo noi, hanno sentimenti per i figli, soffrono di paura e di dolore come noi.Esattamente come noi hanno una vita sola e ci tengono a conservarla”. Ed esattamente come noi sognano – almeno quelli a sangue caldo–, sviluppano una socialità: ma diversamente da noi non uccidono per divertimento bensì per difesa o per la soddisfazione dei bisogni primari. Da qui un’incursione nel tunnel degli orrori, nelle multiple crudeltà che sostanziano la caccia, con sguardo attento alle violenze subite non solo dalle bestiole che incontriamo quotidianamente nelle nostre strade ma anche da quelle invisibili,sacrificate alla medicina e alla moda, torturate negli allevamenti intensivi, trasportate verso il mattatoio in camion soffocanti, lasciate morire per asfissia sui banchi del mercato. Creature considerate solo merce di consumo.
“[…] verrà un giorno, scriveva nel 1866 Iginio Ugo Tarchetti, in cui tutti gli atomi che costituiscono il globo saranno passati nel crogiuolo di un intestino umano …” . Tale immagine ripugnante di cannibalismo sembra prefigurare il ritratto della nostra società opulenta, pronta a divorarsi tutto nella sua insaziabilità, nella tensione a dominare l’aria, il mare con un continuo intervento di devastazione sulla natura; società ora in crisi, ma pervicace nel perseguire le pratiche disumane ed autodistruttive di un modello di sviluppo che porta al depauperamento e al collasso del pianeta. Lo scritto di Canozzi coglie tale aspetto, non si lascia ridurre nel recinto dell’animalismo: da quel fulcro si irradiano e vengono trattate le tante problematiche che attraversano il nostro tempo. Sono un intero sistema, una cultura ad essere messi in discussione con un j’accuse lucido e documentato: il dito si punta contro le nefaste abitudini alimentari, lo sfruttamento selvaggio del territorio, il danno causato dal trasporto su gomma, le discariche abusive, l’inquinamento, il cattivo gusto e la sporcizia che si prodigano ad imbruttire il volto delle città, la perdita di contatto con il mondo naturale; insomma, il libro è una risentita requisitoria contro la “sistematica aggressione al bene comune” .
Ma non è da credere che tali tematiche siano trattate con piglio accademico:sia i dati statistici che le numerose citazioni si inseriscono con estrema naturalezza nel flusso narrativo,l’abilità di Canozzi è soprattutto consistita nell’aver saputo miscelare con equilibrio elementi eterogenei in una narrazione che vuole avere finalità sia informative che persuasive senza però rinunciare alla componente immaginativa. L’azione si snoda attraverso episodi paradossali e divertentitenuti insieme dalla figura vivace di un narratore autodiegetico. Ma il paradosso è il punto d’arrivo di una situazione drammatica, il suo rovesciamento in un esito definitivo che non conosce appelli di sorta. Ancora una volta l’autrice riesce a realizzare una sorta di coincidentia oppositorum, in cui l’abnormità delle soluzioni prospettate, la loro inverosimiglianza sono funzionali alla sottolineatura della realtà penosa delle cause scatenanti. Quello che si viene configurando è per lo più, ma non solo, una sorta di giallo del quale si conosce fin dall’inizio l’assassino: la suspense consiste dunque non nel chi, ma nel come avrà luogo l’accadimento, mai del resto premeditato. La lingua mira all’immediatezza comunicativa: da qui in prevalenza l’uso del tempo presente, il ricorrere spesso al discorso diretto, a un lessico attinto dal vocabolario comune e a una struttura del periodo che, anche quando rinuncia alla paratassi, non smarrisce il lettore nell’intrico delle subordinazioni e coordinazioni ad esse collegate.Questo libro agile, apparentemente facile, è in realtà dotato di un notevole spessore, propone un modello di cultura alternativo e, in definitiva, si risolve in un invito a riappropriarci dell’humanitas, del rispetto delle differenti forme di vita, dell’ambiente e di noi stessi.
Mia Garré

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