poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: marzo, 2015

La raccolta postuma di inediti di Gianmario Lucini è ora disponibile su IBS e Amazon

http://www.ibs.it/code/9788898243204/lucini-gianmario/istruzione-per-notte.html

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A breve il primo titolo della collana sottotraccia diretta da Antonio Bux

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Un’istantanea continuità a cura di Marco Furia

In genere poco propenso a recensire testi di carattere critico, scrivo questa nota sorpreso dall’intima tendenza narrativa di “Come da un’altra riva –Un’interpretazione del Don Juan aux Enfers di Baudelaire”, articolato ed elegante volumetto dato alle stampe da Mario Fresa.

Non siamo, ovviamente, al cospetto di un vero e proprio racconto, tuttavia l’attitudine a narrare non manca di far sentire la sua presenza.

Lo dimostra, ad esempio, il passaggio di seguito citato:

“Il riso di Sganarello è un orgoglioso tentativo di riacquistare un certo grado di potere sul padrone: tanto più che vi è un debito tra loro. Il servitore, nondimeno, è pateticamente isolato, e il suo risolino – si badi bene – non rende ridicolo Don Giovanni […]. Don Juan non diventa né comico, né risibile, nemmeno per un istante solo: e il rire di Sganarello appare come una goffa stonatura, una sventata asineria che solo al comico è concessa e che di certo non tocca in alcun modo, mai, l’imperturbabile héros”.

Come si vede, Fresa commenta e anche riscrive, ossia si cala nella vicenda traendone le dovute conseguenze.

A chi dirà che proprio in ciò consiste la non facile arte dell’interpretazione sarà difficile, in effetti, dare torto, nondimeno, a mio avviso, il Nostro riesce ad aggiungere qualcosa in più.

È da notare, poi, come l’autore riporti spesso esempi (non sempre apprezzati) di traduzioni scritte da altri: in simile richiamarsi al lavoro altrui egli mostra una sensibilità linguistica concentrata sul singolo passo o sul singolo vocabolo, senza dubbio poco incline alle generalizzazioni.

La figura del protagonista è ben delineata:

“I filistei, nemici del poeta-eroe, intendono l’esistenza come riproposizione di un eterno ritorno di ciò che è stato […]. Così, Don Giovanni è imperturbabile (calme) perché non è spinto oltre l’immediato; non è attratto, cioè, dalle illusioni, dalle “grandi speranze”, ma solo dall’atto, dall’istante, dal mutevole e risplendente esserci-adesso”.

Come non riconoscere in tale personaggio tratti di quello stesso Baudelaire che, nel disegno di Edouard Manet riprodotto in copertina, appare enigmaticamente quieto e perplesso?

E che dire dell’amore nonostante tutto di Elvira?

“Eppure l’infelicissima (promessa) sposa, con la sua straziata sensibilità, con la sua eterna aspettazione ansiosa, con la sua propensione a credere nell’idea che Omnia vincit amor, non fa che continuare a perseguire, fin oltre la morte, un’illusione perenne, tanto assurda , quanto fermissimamente rincorsa”.

Quanto, poi, al convitato di pietra:

“dà l’immagine di una quadrata, ferma, austera, marziale e morale visione del mondo che ne alimenta la solida e monumentale fissità”.

Don Giovanni è, dunque, un individuo al quale sono estranei i princìpi etici o forse, viene da pensare, è una sorta di moralista deluso che, con i suoi atteggiamenti, richiama siffatti princìpi in contrasto con il conformismo filisteo?

È del tutto giustificato il suo sprofondare nelle fiamme infernali?

Questo è il pregnante quesito che emerge dal racconto critico di Mario Fresa senza poter trovare univoca risposta, perché la vita è lì per quello che è e soltanto dal suo sussistere acquista significato.

Il significato dell’ineffabile, imperituro istante che fa dell’uomo un essere esposto e nello stesso tempo radicato, aperto, ma non privo di propria individualità.

“Come un’altra riva” rimanda, dunque, a noi stessi, al nostro stare al mondo in maniera continua eppure intensamente momentanea: davvero, nel testo di un celeberrimo poeta del XIX secolo commentato da un altro raffinato compositore di versi del XXI, ognuno di noi può ritrovare traccia della sua sempre attuale origine.

“Un’altra riva”, insomma, è anche questa riva.

http://www.poesia2punto0.com/2015/03/29/unistantanea-continuita/

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Gianmario Lucini e le sue Istruzioni

I

Lascia che spiri il giorno e la sua luce
– la luce vanità che si sbriciola
contro un muro di ossimori – la notte
piuttosto, chiama la notte

abisso di pace che non si dà pace
nel quieto sussulto dei suoni
misteriosi che la solcano, i richiami
dei rapaci in amore.

Lontano
si lamentano i cani e confonde
l’insonnia gli errori della vita
nel suo caotico baratro.

Dalla notte ci verrebbe la sapienza
se potessimo ancora sperare follia
e a lei torneremmo, fra le sue mura
quando il dubbio ci scalza alla radice
e al vento ci disperde come foglie
secche nell’abbaglio della luce.

IV

La sera dispiega un coro di grilli
un popolo di piccoli esseri che impazzano
di musica né d’altro si curano
che di una semplice nota che tutto raccoglie
l’odio l’amore il tempo e lo spazio
come saggezza che mormora nel vuoto
la sua monodia instancabile;

e vanno sazi di trilli per cunicoli
d’erba e pochi giorni da vivere
tutto il resto ignorano e forse
sono felici.

I

Per l’ascesa devi amare il tuo piede:
è lui che ti tiene – questa parte
del corpo estrema, all’estremo della mente –.
Se ami il tuo piede eviti l’inciampo,
lo schianto, i cedimenti, gli scarti
maldestri, le storte, i mancamenti,
e trovi l’appoggio nei tornanti, nelle tracce
sfumate d’antichi camminamenti;

ama il tuo piede e vestilo con cura:
una tomaia dura e morbida insieme,
bene incisa che morda e che non ceda
al terreno viscido e all’erba selvatica,
uno scarpone alto che protegga il malléolo
da improvvisi cedimenti e ti pianti
sulla terra come fossi un suo albero.

É dal piede che inizia la tua ascesa
e non dal capo o dal busto: dal piede
vestito come un Re che tiene sulle spalle
le sorti di un popolo e di un’era.

VII

La cameriera ha pallido il viso, occhiaie
marcate. Si muove, scatta
fra i tavoli seguendo un pensiero fisso
qualcosa di intenso e lontano;
non avverte il cicaleccio, il complimento
pesante del solito tamarro
ma va e viene con quella ruga incisa
al centro della fronte, in verticale,
ha ciglia aggrottate e una piega amara
le torce il labbro. Ha spalle
magre e il collo incassato
abituato a subire e portare
la storia di milioni di spalle
magre e chiuse.
Nessuno può amare la cameriera. La sua
è una vita fra odore di formaggio
abbrustolito e acido di birra

ma un’altra vita vive, lontano,
dove nessuno la conosce.

IV

Il marciapiedi è per tutti
poveri e ricchi. Per questo
c’è chi cammina tirando dritto
per la sua direzione, attento
a non incrociare occhi
né tanto meno argomenti.

Sul marciapiede siamo tutti spenti
esseri e folla in allerta che si scruta
di sguincio e nemmeno il richiamo
d’una musica ci fa volgere il capo
nemmeno il sorriso d’un bambino.

Così si cammina, senza vedere
timorosi d’essere veduti.

*

Impediscimi di andare per le vie di Milano
quando l’occhio mi venga ferito
dal povero che tende la mano
e guizzi un pensiero, si vada maligno a insinuare
fra me e me, mentre tiro avanti
senza guardare: “sarà per davvero
povero alla fame o soltanto un impostore
che tende la mano perché altro non vuol fare?”.

Ahi! come sono
ridotto: vecchio, contratto, incapace
di cogliere al volo i segni dei luoghi
pronto a ritrarmi veloce dentro il guscio
non appena uno sguardo mi colga e mi sfiori.

Concedimi di andare per Milano
come cinquant’anni or sono
quand’ero povero e tendevo le mani
colme di gioia e di sorrisi in dono.

*

Mi sento disperso in questa
terra antica che non sento mia
quest’itaglietta di omuncoli e mezzucoli
che traffica e attende
l’ora del saccheggio e dello sfregio

quest’itaglietta incivile e pelandrona
del facile guadagno, del lazzo e del gioco
che grufola nel loto di ogni vizio
e d’ogni servitù con nauseabonda pervicacia

ed è pronta sempre a concedersi
al più laido, al più infame lestofante
perché è nata puttana di regime
puttana per mafia e per fame
e famiglia per elezione.

Ma Tu dalla tua assenza richiamala
all’ordine del vero
sopisci il rancore dei poveri
e umilia il ghigno dei potenti
facci morire contenti
abitatori d’un unico mondo
grano di polvere che naviga
sperduto nell’immenso…

Gianmario Lucini dalla raccolta postuma Istruzioni per la notte

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Roberto Caracci sulla raccolta Rettangoli in cerca di un pi greco di Annamaria De Pietro.

Il minor male

Il minor male

La quadratura del cerchio non vale
tentare nella forma del quadrato.
Si tenti col rettangolo, che a un lato,
quello scoperto, smargina il frattale.

Sarà comunque attinto il minor male,
un asse diagonale, smisurato.

La quadratura del cerchio non è possibile, dicono per sensata esperienza e certa dimostrazione.
Si può tentare col rettangolo, ma a patto che sia un rettangolo inesatto, disattento per sprezzatura al suo versante orientale, che è quello donde astri dall’aria sorgono, e poi vengono dimenticati.
Si può tentare con uno schieramento di quartine. E siano dunque quartine gli strumenti, il laboratorio malcerto, l’intenzione.
Quartine, che nella loro brevità lapidaria chiudono il cerchio di una sentenza, quasi un aforisma, confidando alla compiuta concisione del loro stare secco, stretto e per poco, come a un piccolo ventaglio che gira attorno all’asse duro delle sue guardie, il ruolo, il compito di un’evidente, e occulta, epitome del cosmo.
E sia il laboratorio a tal punto malcerto di buone intenzioni da ammettere, qua e là, per generosa distrazione, quartine caudate scodinzolanti alla speranza, forse, di attingere approssimando l’astro cordiale di un cerchio, uno qualunque, erranza erratica indulgente.
Ma sia anche, il laboratorio, a tal punto confidente di buone intenzioni da farsi parlatorio confidenziale ove qualcuno parli a qualcuno – non contano i nomi, soltanto contano i pronomi, ganci aguzzi alla voce, all’imprecisa geometria del mondo, al ventaglio allo specchio nella mano tesa di un pi greco.
.
Annamaria De Pietro da Rettangoli in cerca di un pi greco

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Istantanee presentazione della raccolta Rettangoli in cerca di un pi greco con Claudio Muti, l’autrice Annamaria De Pietro, Roberto Caracci, Adam Vaccaro

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Domani a Milano Annamaria De Pietro presenta la sua nuova raccolta “Rettangoli in cerca di un pi greco”

Domani a Milano Annamaria De Pietro presenta la sua nuova raccolta “Rettangoli in cerca di un pi greco”
26 MARZO 2015 | di ottavio.rossani

Domani a Milano, alle ore 17.30,  nella sede di ChiAmaMilano (via Laghetto 2), l’Associazione Culturale Milanocosa, in collaborazione con Marco Saya Edizioni, presenta, a cura di Adam Vaccaro,la nuova raccolta di poesie Annamaria De Pietro Rettangoli in cerca di un pi greco – Il Primo Libro delle Quartine Marco Saya Edizioni, 2015). Dialogano con l’autrice Roberto Caracci e Claudio Muti.

http://poesia.corriere.it/2015/03/26/domani-a-milano-annamaria-de-pietro-presenta-la-sua-nuova-raccolta-rettangoli-in-cerca-di-un-pi-greco/

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Brevi suggerimenti sensati da un piccolo editore per gli autori di poesia (Lesson one)

La scelta della copertina, il titolo del libro e la selezione dei testi sono tre ingredienti fondamentali  per una buona riuscita del prodotto editoriale. In primo luogo non fissatevi a voler imporre delle cover che poi risulteranno dei boomerang che vi si ritorceranno contro (succede abbastanza frequentemente). Spessissimo, quando partecipo alle fiere dell’editoria, chi passa dallo stand non conoscendo gli autori viene attirato in primis dalla copertina. La copertina, se accattivante, attira il timido lettore a soffermarsi per poi iniziare a sfogliare il libro. Assieme alla cover il titolo del libro è determinante anche per la scelta di lettura del medesimo. Tra i titoli del catalogo dei miei autori alcuni come, ad esempio, “Biscotti selvaggi” o “Le mucche non leggono Montale” o “Di questo legno storto che sono io”, ma potrei citarne anche altri, sono risultati vincenti, aldilà della qualità, anche ai fini della vendita dei medesimi. Ovviamente il lettore di poesia è un lettore attento, esigente, controlla la qualità della carta, la veste sobria del libro e soprattutto il contenuto del medesimo a seconda del proprio gusto. E qui veniamo al terzo aspetto, ovvero alla selezione dei testi che fanno parte della raccolta. Un difetto di tantissimi è quello di voler a tutti i costi inserire tutte le poesie adducendo come scusa che tutte sono necessarie per la comprensione complessiva dell’opera. Nulla di più falso. Purtroppo non è sempre così, a meno che non si tratti di una plaquette. Il più delle volte chi legge in modo attento nota delle disparità qualitative tra i vari testi. Succede spesso che su tot poesie quelle davvero belle o interessanti siano solo 5 o 6. Va benissimo, 5-6 poesie “eccezionali” non giustificano però la presenza di altre 80 poesie solamente “mediamente-carine”. Dunque selezionate attentamente il materiale senza farvi prendere dall’ansia di prestazione della pubblicazione (quelle 5-6 poesie eccezionali possono anche divenire 20-30 se fate un buon lavorio sul vostro materiale che non deve essere una mera bozza). Aspettate qualche mese in più o anche qualche anno e poi pensate pure a una proposizione facendovi anche consigliare da un vostro amico o conoscente o da chi questo “mestiere” lo pratica da anni o decenni. Ricordate infine che il libro non è una proprietà privata ma è proprietà di chi vi leggerà.

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vocabolarietto (considerazione)

non è sufficiente scrivere. bisogna prima pensare a cosa scrivere.

sembra una cosa ovvia ma non lo è.

uscire dal proprio comodo e ritrito “vocabolarietto“, questa è la sfida che ci attende.

alfabeto