Gianmario Lucini e le sue Istruzioni

di poesiaoggi

I

Lascia che spiri il giorno e la sua luce
– la luce vanità che si sbriciola
contro un muro di ossimori – la notte
piuttosto, chiama la notte

abisso di pace che non si dà pace
nel quieto sussulto dei suoni
misteriosi che la solcano, i richiami
dei rapaci in amore.

Lontano
si lamentano i cani e confonde
l’insonnia gli errori della vita
nel suo caotico baratro.

Dalla notte ci verrebbe la sapienza
se potessimo ancora sperare follia
e a lei torneremmo, fra le sue mura
quando il dubbio ci scalza alla radice
e al vento ci disperde come foglie
secche nell’abbaglio della luce.

IV

La sera dispiega un coro di grilli
un popolo di piccoli esseri che impazzano
di musica né d’altro si curano
che di una semplice nota che tutto raccoglie
l’odio l’amore il tempo e lo spazio
come saggezza che mormora nel vuoto
la sua monodia instancabile;

e vanno sazi di trilli per cunicoli
d’erba e pochi giorni da vivere
tutto il resto ignorano e forse
sono felici.

I

Per l’ascesa devi amare il tuo piede:
è lui che ti tiene – questa parte
del corpo estrema, all’estremo della mente –.
Se ami il tuo piede eviti l’inciampo,
lo schianto, i cedimenti, gli scarti
maldestri, le storte, i mancamenti,
e trovi l’appoggio nei tornanti, nelle tracce
sfumate d’antichi camminamenti;

ama il tuo piede e vestilo con cura:
una tomaia dura e morbida insieme,
bene incisa che morda e che non ceda
al terreno viscido e all’erba selvatica,
uno scarpone alto che protegga il malléolo
da improvvisi cedimenti e ti pianti
sulla terra come fossi un suo albero.

É dal piede che inizia la tua ascesa
e non dal capo o dal busto: dal piede
vestito come un Re che tiene sulle spalle
le sorti di un popolo e di un’era.

VII

La cameriera ha pallido il viso, occhiaie
marcate. Si muove, scatta
fra i tavoli seguendo un pensiero fisso
qualcosa di intenso e lontano;
non avverte il cicaleccio, il complimento
pesante del solito tamarro
ma va e viene con quella ruga incisa
al centro della fronte, in verticale,
ha ciglia aggrottate e una piega amara
le torce il labbro. Ha spalle
magre e il collo incassato
abituato a subire e portare
la storia di milioni di spalle
magre e chiuse.
Nessuno può amare la cameriera. La sua
è una vita fra odore di formaggio
abbrustolito e acido di birra

ma un’altra vita vive, lontano,
dove nessuno la conosce.

IV

Il marciapiedi è per tutti
poveri e ricchi. Per questo
c’è chi cammina tirando dritto
per la sua direzione, attento
a non incrociare occhi
né tanto meno argomenti.

Sul marciapiede siamo tutti spenti
esseri e folla in allerta che si scruta
di sguincio e nemmeno il richiamo
d’una musica ci fa volgere il capo
nemmeno il sorriso d’un bambino.

Così si cammina, senza vedere
timorosi d’essere veduti.

*

Impediscimi di andare per le vie di Milano
quando l’occhio mi venga ferito
dal povero che tende la mano
e guizzi un pensiero, si vada maligno a insinuare
fra me e me, mentre tiro avanti
senza guardare: “sarà per davvero
povero alla fame o soltanto un impostore
che tende la mano perché altro non vuol fare?”.

Ahi! come sono
ridotto: vecchio, contratto, incapace
di cogliere al volo i segni dei luoghi
pronto a ritrarmi veloce dentro il guscio
non appena uno sguardo mi colga e mi sfiori.

Concedimi di andare per Milano
come cinquant’anni or sono
quand’ero povero e tendevo le mani
colme di gioia e di sorrisi in dono.

*

Mi sento disperso in questa
terra antica che non sento mia
quest’itaglietta di omuncoli e mezzucoli
che traffica e attende
l’ora del saccheggio e dello sfregio

quest’itaglietta incivile e pelandrona
del facile guadagno, del lazzo e del gioco
che grufola nel loto di ogni vizio
e d’ogni servitù con nauseabonda pervicacia

ed è pronta sempre a concedersi
al più laido, al più infame lestofante
perché è nata puttana di regime
puttana per mafia e per fame
e famiglia per elezione.

Ma Tu dalla tua assenza richiamala
all’ordine del vero
sopisci il rancore dei poveri
e umilia il ghigno dei potenti
facci morire contenti
abitatori d’un unico mondo
grano di polvere che naviga
sperduto nell’immenso…

Gianmario Lucini dalla raccolta postuma Istruzioni per la notte

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