Intervista (2) a Annamaria De Pietro a cura di Ennio Abate

di poesiaoggi

Nell’accostare «Rettangoli in cerca di un pi greco» (ma anche il tuo «Si vuo’ ‘o ciardino») mi è parso di cogliere una tua particolare predilezione (forse dovuta a studi o viaggi o contatti, non so) con la cultura francese tra Seicento e Settecento. Mi sbaglio?

Eccoti un pignolesco resoconto dei miei rapporti con la Francia. A scuola ho studiato il francese; poi, esame di francese all’università. Da questi studi nacquero grandi amori soprattutto per certe parti di quella letteratura, in particolare per Ronsard, scoperto al ginnasio, sempre amato da lontano, e poi, in anni abbastanza recenti, tradotto con passione (più di quattrocento testi, dei quali un giorno o l’altro dovrei ben fare qualcosa. Alcuni li ha pubblicati Claudia Azzola nella sua rivista «Traduzionetradizione»). E poi «La princesse de Clèves», uno dei libri più belli che io abbia letto, e la narrativa dell’Ottocento, e la Yourcenar, e la poesia di Otto e Novecento. E poi Voltaire , ma solo le opere narrative, e Diderot , idem, e Sade, e poi all’indietro Chrétien de Troyes, meravigliosissimo, e la tardiva scoperta di Brantôme, e così via. Come vedi si esce, in avanti e all’indietro, dai due secoli che tu indichi. Un interesse sparso, disorganico, polverizzato lungo i tempi e i luoghi. Naturalmente chissà quanti nomi ho dimenticato, ma certo non te li devo dire tutti.

Viaggi, anche; due lunghi viaggi quasi esaustivi della grande Francia, molti anni fa. Viaggi stancanti e meravigliosi, amatissimi ancora nel ricordo, retaggio d’immagini fulminanti, felici. Nel libro ve ne sono non poche tracce.

Ciò detto, non posso non aggiungere tuttavia che, nonostante questi amori francesi, la cultura che più mi sento consonante, quasi familiare, abitante nella mia stessa casa, è quella inglese. Al punto che dico che tutti i film inglesi mi piacciono, anche quelli brutti. Ma del resto nella mente-cuore c’è spazio, molto spazio. Chissà, forse un giorno di questi m’innamorerò della Repubblica di Andorra (esiste ancora?).

Sbagliata, dunque, la mia impressione…Allora ti propongo altre domande:
1. È accettabile parlare di una dialettica versi/prosa in questa tua ultima raccolta? Perché, a naso, a me pare che i versi puntino ad un calcolato classicismo o manierismo e la prosa, invece, s’abbandoni a un realismo più confidenziale, pur conservando un tono sempre alto e di una ricercatezza lessicale che quasi (mi) intidimidisce…
2. La scelta formale e unitaria delle quartine, un lessico ultraletterario e raro (per niente “sporcato” dai linguaggi “bassi” e “quotidiani” del secondo Novecento) e una sintassi non molto complessa, che rafforza un certo dire apodittico, fanno pensare – sorriderai! – a un distacco da gran signora, a uno spirito aristocratico e d’intelligenza raffinata. (Perciò nella mia prima domanda pensavo all’influenza della cultura francese tra Seicento e Settecento). Ora, o ancora sbaglio; oppure nella tua scrittura davvero c’è adesione ad una poetica – mi pare dichiarata in La veste (pag. 84) – che, con approssimazione, si potrebbe chiamare classicista/manierista? Questa mia ipotesi pare confermata dal fatto che i tanti spunti tratti dalla vita quotidiana, amicale o addirittura casalinga (e talvolta da una residua memoria popolare) siano immersi, appunto, in un linguaggio prezioso o addirittura squisito.

Francamente non so bene se sia possibile parlare di «una dialettica versi/prosa» o di versi che «puntino ad un calcolato classicismo/manierismo» e di una prosa che «s’abbandoni a un realismo più confidenziale».

Dico che non lo so bene perché né l’uno né l’altro registro nacquero (nascono) da un’intenzione proditoria, calcolata, da un voler dare a Cesare quel che è di Cesare … con quel che segue. Nel mio organigramma mentale non c’è né Cesare né dio (o Dio, per stare nella postulata antinomia), e neppure, di conseguenza, c’è qualcosa che spetti all’uno e qualcosa di diverso che spetti all’altro. Quello che posso dire, stando alla cronaca, che è probabilmente il criterio più semplice e onesto, è che le glosse alle quartine sono state volute e scritte in una fase molto successiva. In questa fase successiva, avendo deciso di formare un libro solo di quartine (e quello presente dovrebbe essere la prima puntata di tre), obbedii ad una sollecitazione, anzi ad un’esigenza, che mi era nata nell’allestimento di «Magdeburgo in Ratisbona», il libro precedente, quando mi piacque moltissimo scrivere, in calce ad un certo numero di testi, delle note; non parlo delle note bibliografiche relative ai destinatari dei testi, ma delle note di commento e ragionamento, poche, ma, poiché tanto mi divertii a scriverle, sufficienti a diventare modello formante nella struttura del libro quartinesco. Formando il quale, nella scrittura delle glosse, di seguito, a valanga, sentii fortemente una libertà assoluta: Dico quello che mi pare, prossimo o distante che sia dalla lettera della quartina relativa, seguendo come un gatto che segue una mosca ogni filo d’aria, ogni associazione, ogni ricordo, ogni pensiero, ogni paradosso; e se il lettore non riuscirà a cogliere il nesso, e molto spesso non ci riuscirà, non ha la minima importanza. Forse, se è vero che nel mio procedere scrittorio c’è dell’aristocratico, forse sta più in questo che nella forma e nel lessico tanto legati alla tradizione. Ma, se proprio dobbiamo insistere nella categoria dell’aristocratico, potrei dire che è un aristocratico “familiare”, spontaneo, accogliente. In altri termini, non lo faccio apposta; mi viene così. E mi viene così intervallato e screziato di segmenti colloquiali e “realistici”, comici a volte, perché, ripeto, una è la lingua, e insieme la parlano Cesare, dio, Dio, di qualunque cosa parlino. Io, scriba curiosa, prendo nota.

E’ vero poi che la sintassi delle quartine spesso è scarsamente complessa, ed è vero che questo può essere segnale, non so se causa o effetto, e non m’interessa saperlo, di un tono apodittico, rigido forse, a naso dritto. Del resto nelle glosse al primo e all’ultimo testo (che esprimono un po’ la ragione, la giustificazione, la storia del libro) dico proprio questo, e parlo di quartina come quasi aforisma, aggiungerei quasi brandina di Procuste dove in poco spazio, e contato, bisogna farci stare tutto. Il che se da una parte genera sintesi ed ellissi, dall’altra, contraddittoriamente, genera una qualche forma di chiarezza; come dire, una chiarezza liofilizzata e sparagnina. Ma poi, come si è detto, a distanza di anni arriveranno le glosse, un buon numero delle quali scritte col gatto in braccio (e queste sono cose delle quali la musa tiene conto fortemente), e allora al diavolo la chiarezza, al diavolo il risparmio, e pure al diavolo la sintesi e l’ellissi e il naso dritto. La vita è breve; tagliamola a fette, ma in diagonale, ne vengono di più. Grazie dell’«intelligenza raffinata», più il già nominato «spirito aristocratico», à la françoise. Da quanto precede, compreso il gatto in braccio, penso di poter concludere (si fa per dire) che la mia ‘poetica’, che scrivo fra apici come ho fatto nella glossa al testo cui ti riferisci, La veste, la scrivo fra apici perché, a dispetto dell’apodittico e del classicistico e del manieristico (mio dio, che non sia manierato!), cerco sinceramente di non prendermi sul serio, a botte di termini tecnici e citazioni e cultismi di pensiero “professionistico” (il gergo intellettuale); io dico che non ho fatto il seminario: a un certo punto mi sono messa a scrivere, e l’ho fatto, sul mio onore di gentiluomo, secondo una mia indefettibile spontaneità. Si chiama “poetica”, va bene, e chiamiamola così, ma io forse preferisco chiamarla pratica, laboratorio, officina: unici attrezzi un quaderno e una bic. Ti giuro che in quello che sto dicendo non c’è neppure un briciolo di civetteria al finto ribasso. E’ proprio così.

continua su http://www.poliscritture.it/2015/05/19/intervista-2-a-annamaria-de-pietro/

de pietro

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