poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: luglio, 2015

Intervista

Marco Saya Edizioni è una neo casa editrice costituita nel 2012 che si occupa prevalentemente di poesia contemporanea. Ce ne parla il fondatore, Marco Saya.

http://www.telepaceverona.it/trasmissioni/approfondimento/marco-saya-edizioni/

Buone vacanze

La casa editrice “stacca” per qualche giorno e si prende un po’ di meritato riposo. A Settembre si riparte con rinnovata energia, passione e forte motivazione. Tanti i nuovi titoli e sorprendenti novità arricchiranno le già consistenti collane, altre in fase di start-up , dunque “stay tuned”. Ho letto tante cose, poco condivisibili (tranne qualche rara eccezione, a mio modesto avviso) e soprattutto di un’ovvietà mostruosa sul rapporto tra editoria, poesia e autori. Alla fine il principio guida è il Progetto. Senza di quello non si va da nessuna parte. Buone vacanze a tutti!

Recensione a cura di Paolo Fiore del libro Luce nera di Nicola Vacca

Un taglio trasversale dell’esistenza umana, tangente il bordo dell’abisso, “Luce Nera” di Nicola Vacca accende i riflettori sul backstage della narrazione dell’uomo:L’indicibilità del male eppure la sua consustanzialità alla nostra esperienza. Non è un caso che la silloge sia inaugurata dall’occhio millenario di Isaia che “scruta il cielo di Dio da questa terra malferma di peccatori” confondendo suburanio ed iperuranio, accomunati dalla contaminazione del bene e del male dove “angeli di carne camminano insieme agli assassini di ogni bene” (p.I). Il profeta, cerniera oracolare tra alto e basso, traduttore di un linguaggio ineffabile, posa il piede nel territorio del sacro dove tutto è Caos. Il medesimo “caos” che “vuole il dubbio ma poi semina disordine nelle anime violate dalla colpa, dal torto” (p.II). E lì rimane invischiato nella contaminazione primigenia dei contrari, irriducibile all’arrendevole metro della ragione che tenta tassonomie che naufragono miseramente nelle sabbie mobili dell’Indistinto. La perfezione è la contemplazione estatica del Nulla, l’impostura più grande e allora la scelta necessaria è “l’incompiuto, una traccia da seguire anche se lasciata da un’orma che vacilla”(p.XI), orma che è insieme sé ed altro da sé, orme di nostri ed altrui piedi, “Parole per camminare con un’anima che indossa l’intuizione di una pista dorata”(p.LIII) per un cammino lastricato di parole, per questo Vacca ci confessa:”metto per iscritto le parole con l’intenzione di liberarle, scrivo su questo disordine di pagine e l’unica cosa che viene fuori è un grido che lacera l’amore”(p.XIV). Necessario, infatti, guardare le parole inchiodate dall’inchiostro, per vedere allo specchio quel sangue nero rapprendersi dalla nostra bocca poiché “Ci affanniamo a vestire la vita” sia pure con i nostri poveri cenci da Arlecchino mentre in agguato “c’è sempre la Storia che porta con sé un nuovo tempo del male che si dilegua nella nostra apocalisse quotidiana”(p.XV).Questo nostro svelamento personale contro la narrazione paradigmatica dell Storia. Necessità di parole apocrife con un eccedenza di senso, perché “Le parole apocrife sono il mezzo più sicuro per non perdere la follia”(pXIII), una semantica multipla che suona più registri narrativi, per questo “forse è stato vano il tentativo dei filosofi di voler dare all’esistere una forma”(p.XXIV). “La vita morde gli anni e si sta tutti nell’avamposto del mondo in cerca di una difesa: l’attacco porta con sé minacce”(p.XXVII).Non rimane che “Essere immanenti alle cose e interrogare Dio senza pretendere alcuna risposta”(p.XXVII). In questo deserto dei Tartari Giobbe non avrà una seconda possibilità ma non smetterà di interrogarlo, il suo dio. La sua eticità non giustifica la pretesa di una benevolenza divina, solo timore e tremore.Nessuna giustizia necessaria, al contrario: necessità nell’assenza celeste di una giustizia antropomorfa. Al di là del bene e del male l’Universo mondo, ancorato alla necessità del bene e del male l’Universo umano, questi con l’ illusione che tutto il cielo sia azzurro, quello con la certezza che il colore degli spazi siderali sia il nero, quella Luce Nera di Nicola Vacca è l’incommensurabilità della dimensione della divinità solitaria e deserta alla provvidenza materna sub specie societatis. Ma se “Abbiamo già perso perché non sappiamo resistere alla bellezza sinistra del terrore” sappiamo comunque che “C’è una dolcezza nella malinconia che si stampa nel cuore”.

recensione di Paolo Fiore

http://www.aphorism.it/nicola_vacca/libri/luce_nera/

PAOLO DI PAOLO SU MARCO ONOFRIO: “AI BORDI DI UN QUADRATO SENZA LATI”

Marco Onofrio è uno scrittore poligrafo e multicorde, che ha una sua riconoscibilità non solo stilistica, ma quantitativa: dovuta cioè anche all’estensione della sua opera (22 volumi finora pubblicati, tra cui dieci di poesia) che è cominciata molto presto con qualcosa di connaturale alla prosecuzione del percorso effettivamente compiuto. La sua prima raccolta poetica si intitola “Squarci d’eliso” (2002) e ha molto a che fare con il cielo, con il racconto di meteorologie particolari. Mi colpì subito questo suo modo di guardare al cielo, al suo trascolorare, alle modificazioni atmosferiche, alle sfumature, alle pagine di luce che lo compongono. Come se lo sguardo di questo io poetante fosse sempre rivolto verso l’alto. In realtà, poi, tutto quello che viene dopo contraddice e richiama, ovvero conquista e riconquista, quell’inizio. C’è forse una parola che io vedo fondamentale in questo percorso, utile a chiarire qual è l’itinerario di Onofrio: l’oscillazione. C’è un oscillare costante a vari livelli: non solo tra scrittura poetica e in prosa – dopo un libro di poesia, o già accanto ad esso, ha bisogno della prosa, e poi di nuovo della poesia – ma anche a livello tematico, perché quello sguardo verso l’alto improvvisamente si abbassa e guarda non solo ad altezza d’uomo, come il più delle volte uno scrittore fa, ma anche più in basso dell’uomo, o dentro l’uomo, e quindi giù, verso la terra, o sottoterra, fino alla materia più viscerale e sconvolgente dell’esistenza; e poi ancora lo rialza di nuovo, e in questa oscillazione uno si disorienta, perché sente che c’è continuamente un opposto che nega l’altro, o che lo completa.

Tutta l’opera di Onofrio è fatta di oscillazioni: tematiche, linguistiche e lessicali. Dall’altezza di una lingua compostissima, classica, antica, anche nel senso della conquista di un’eleganza che non è dell’oggi, ed è per questo inattuale, precipita – non solo nella prosa ma anche nella poesia – nelle profondità di una lingua che invece è materica, viscerale, vivida e perfino violenta. È come se disponesse di un lessico disarmante, nella sua ampiezza, dalla distillata pulizia di un libro come il più recente Ai bordi di un quadrato senza lati (2015) all’accesa indignazione di un libro come Emporium (2009). Da racconti composti che cercano una classicità anche nella forma della prosa, a racconti turbolenti, grotteschi, caustici, satirici, obbedienti a una vena rara in Italia, rabelaisiana, pantagruelica poiché accoglie “tutto il vivente”, senza escludere la sua materia più greve. Allora come si mettono insieme queste due nature, che sembrano solo due e forse sono invece molteplici? Si mettono insieme in un senso di ricerca, proteso ad inseguire domande fondamentali, quelle che stanno all’inizio e alla fine di ogni percorso serio e autentico. «A chi si scrive?» ci si chiede nell’ultima raccolta: è la ricerca straziante di un interlocutore. Immagino Onofrio nella sua bulimica fame di letture e scritture, questa sorta di gesto sempre ampio che c’è in lui, per cui accumula testi letti a testi scritti, in un lavoro inesausto, quasi da officina vulcanica. Alza lo sguardo e si chiede “a chi” sta parlando. È una domanda che riguarda il senso stesso del gesto creativo, se c’è qualcuno che ne raccoglie un battito, un eco. Per alcuni, alla cui razza Onofrio appartiene, scrivere e vivere sono due facce della stessa medaglia: vivere è un’estensione dello scrivere, e viceversa.

L’oscillazione è ancora più manifesta perché passa da un presupposto che sembrerebbe nichilista, contrario alla possibilità di un vivere “altro”, alla conquista di una dimensione che è molto prossima all’eliso da cui è partito tredici anni fa. Dimensione di luce che non cala necessariamente dentro una confessione specifica, ma che è un sentire religioso molto profondo. Come arriva a questo? Come ci si può arrivare “nel mezzo del cammin di nostra vita”. “Ai bordi di un quadrato senza lati”, in effetti, sta “nel mezzo del cammin” della vita di Marco. Se pure fosse l’ultima raccolta poetica, è una raccolta di mezzo, in senso pieno. C’è quest’uomo che sta a metà di una possibilità d’esistere, e nella prima parte del libro vede la materia sporca, richiamato da una spinta sotterranea, dentro il tremore e l’orrore della visceralità, e dà ascolto a questa possibilità, come se fosse Dante perduto, nel mezzo del cammin della sua vita, dentro la selva oscura. Ma poi succede qualcosa a metà del libro, qualcosa che lo spacca in due. L’altra possibilità è la conquista di una dimensione diversa. Non so bene come ci arrivi, ma è probabilmente rialzando di nuovo lo sguardo, quindi nell’arco della sua ennesima oscillazione. Rialza lo sguardo verso l’alto e si accorge che c’è da dire quest’altra zona del mondo, della vita, dell’esperienza. Come Dante non ne sa molto, e infatti la seconda parte della raccolta è intrisa di dubbio, pur nel divampare di una luce che abbaglia, disorienta, e appunto non fa capire. Ma l’immagine che sta al centro del libro, il “quadrato senza lati”, in questo senso è anche dantesca perché attiene a una geometria che non è del visibile, e allora tu intuisci una figura, ma è una figura quasi di luce, che non rientra nella geometria euclidea, anzi: nella geometria terrena. Allora da tutto questo si potrebbe pensare che “Ai bordi di un quadrato senza lati” è un libro di grande complessità, e in parte lo è; tuttavia, attraverso una lingua che gioca con tutte le stratificazioni del lessico, riesce perfino ad essere “comunicativo”.

Vorrei però aggiungere un ulteriore aspetto che è ancora più chiaro in questa raccolta: il lavoro di Marco Onofrio sulla forma. Molto spesso è una forma chiusa, che aderisce a una metrica classica, tradizionale, fuori dalle convenzioni del verso libero preponderante nella poesia contemporanea. Ma lui forza la forma, e non nel senso che la rompe: nel senso che attraverso il lessico la dilata, un lessico talmente stratificato in avanti e indietro da non essere più databile. Non è una poesia di imitazione classica. Onofrio sceglie una forma, questa forma lo stringe, lo chiude, e lui cerca – restando dentro i confini di quella forma – di dilatarla attraverso la stratificazione lessicale, e applicandovi l’intensità del pensiero di un contemporaneo. È come l’irraggiamento della contemporaneità dentro una forma chiusa. E questo crea davvero qualcosa di straniante. La forma stessa diventa un quadrato senza lati, perché effettivamente è chiusa ma non ha più i lati convenzionali, li ha oltrepassati senza romperli, nel senso che li tiene e insieme li lascia andare. In questa conciliazione degli opposti c’è una profonda verità del suo modo di essere. Questa tentazione del fango che però non nega la possibilità della luce è un tutt’uno con la vita. È uno degli aspetti in cui Onofrio è stato più ostinato e coerente nel corso degli anni, a dimostrazione che uno scrittore del nostro tempo non può disinteressarsi a niente che non sia umano. Niente se è umano è estraneo; ed è dentro l’umano – perché è l’unica possibilità che abbiamo – che va cercato l’oltreumano. È nell’esperimento con l’umano che c’è la possibilità del “trasumanar” e quindi di raccontare la luce. Dov’è, a questo punto, la verità? Se non fosse “la” verità sarebbe il senso, e quel senso è anche nella pienezza di un gesto che dentro un libro molto sottile si avverte, nella sua irruenza. La componente più peculiare di Onofrio è proprio questa irruenza. Ogni cosa che lui conquista con la scrittura è sempre un gesto irruente. È violento perfino quando parla di luce, di altezze eteree. Sembrerebbe pretendere dal cielo una risposta che il cielo non può offrire. Lassù si annida un interlocutore che “deve” rispondere. È impossibile che non risponda se viene cercato, chiamato, convocato, “strattonato”. Eppure, ostinatamente tace. E la ricerca poetica continua (trascrizione dell’intervento di Paolo Di Paolo alla presentazione romana del 6 giugno 2015).

Paolo Di Paolo

http://nazariopardini.blogspot.it/2015/07/paolo-di-paolo-su-marco-onofrio-ai.html

Uomini e animali

Guido Mura

Settembre sarebbe un bel mese

Tra un classico e l’altro, mi capita di leggere anche testi scritti da autori dei nostri giorni, libri freschi di stampa, che cercano faticosamente di trovare lettori nel panorama inflazionato dell’editoria attuale.
Tra questi nuovi testi ho tra le mani un librino, Settembre sarebbe un bel mese, di Maria Paola Canozzi, un’autrice che affronta per la prima volta una struttura letteraria complessa, anche se di limitate dimensioni.
In realtà non di un vero e proprio romanzo si tratta, ma piuttosto di un interessante connubio tra contenuti narrativi, che prendono in prestito alcune movenze del noir, e dimensione saggistica. In questa struttura ibrida hanno larga parte l’affermazione di principi e la segnalazione, o meglio la denuncia, di fenomeni di portata negativa, di comportamenti umani contro i quali l’autrice prende dichiaratamente posizione.
Il libro è chiara espressione di quella sensibilità animalista che si sta lentamente affermando e che condurrà sicuramente a un…

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Chiacchiericcio

chiacchiericcio

Chiacchiericcio segnalato al Premio Montano http://www.anteremedizioni.it/una_opera_edita

Oggi su La Lettura del Corriere della sera Franco Manzoni recensisce Luce nera, il nuovo libro di versi di Nicola Vacca.

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Le belle stagioni di Franz Krauspenhaar

Al canto dell’autunno saremo sommersi dai rimpianti.
Ora che l’estate è all’inizio siamo solo scomparsi
dentro la noia, tesa come una corda insaponata,
melliflua a volte, e ingannatrice sempre.
L’estate si è fatta attendere per decine di giorni
tutti uguali, e ora, al suo saldo, si affloscia nelle mani
come di un cuoco il soufflé malriuscito, specialità
della cucina morbosa, nata storta, con l’handicap.
La bella stagione in te è finita appena cominciata,
senza amici, senza nessuno, nei marciapiedi
ossessivi della tua grande città, solitaria di tanta gente,
inespressa, mentre la corista dei Pink Floyd da un oblò
fa uscir fuori il fiato dalla parte buia della luna.
Musica per sole stelle, quando sopra gli ultimi tetti
ascoltavamo la notte di suoni, fabbricati dal buio,
in un Inghilterra remota, sede di inascoltati pianeti.
La mia tristezza non ha rimedio, solo fondo graffio
sulla pelle del senso, nel mio palmo aperto, nel tuo
cuoio sdrucito. Sei solo nel primo calore della notte,
ti attende la veglia a tutti i tuoi passati, in fila, come
febbre tagliente percorsa da vene aperte, sorsi di sangue
rappreso, che sparisce con l’alba, colei che pulisce ogni cosa,
e porta il tuo tormento a farsi morte, ma inconsapevole.

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smog

era una giornata calda
sudati per lo smog
in vortici d’aria dall’asfalto
provenienti o forse tombini
che starnutivano o vociferanti
dagli inferi così immaginavo
quei riflessi tremolanti

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orgia di tempi

concetti

gioca pure con i concetti,
sempre gli stessi: il tempo e la natura,
la vita e la morte, il vecchio
e il bambino, la pace e la guerra,
l’amore e la solitudine. ora mischiali:
il bambino e la guerra, il vecchio e il tempo,
la vita e l’amore, la morte e la solitudine,
la natura e la pace. e poi rimischiali
e rimischiali ancora come in un mazzo di carte.
il jolly ti sorride beffardo, il concetto
appartiene ai sinonimi. ritenta
con un mazzo truccato e senza il jolly.

*

scrittura

la scrittura è uno scheletro vivo.
vive di autopsie pregresse
e speranze di futuri nascituri.
nel mezzo l’osteoporosi
decalcifica la parola.

*

guarda la copertina di quel libro
ruvida e vissuta
le pagine sono sempre lì,
il filo refe le rende immortali.
la superficie di pelli raggrinzite,
gli organi in sofferenza
e forse l’anima appartiene
a quella pagina eterna prima
dell’incendio o di una scucitura
del collant.

*

che esista o non esista
chi o non chi
insomma ma poi …
millenni che ne parliamo
prepara la cena
che il TG7 inizia alla 20,
puntuale.

*

Oggi a Milano era una splendida giornata
con un cielo terso.
Una badante portava a spasso una vecchietta
su una carrozzina.
Mi sorrideva la vecchietta, un sorriso sincero
accompagnava i suoi occhi ridenti.
Osservava l’azzurro intenso
del cielo. Considerava
che mai avrebbe potuto essere migliore,
questo suo ultimo stare
tra i sensi della vita.

*

Ho sempre considerato la mente
un’orgia di tempi,
pensieri sparsi tra passati remoti
e presenti non presenti,
futuri trascorsi nell’attesa
del rinfresco di pareti
chiuse. L’allodola
trilla nella gabbia,
così noi felici
cantiamo
nel pianto del mondo.

*

avrei potuto dire di no
a tante cose, avrei potuto dirne
di sì ad altrettante, avrei potuto
dire forse all’incedere del dubbio,
le cose, alla fine, decisero
per il manichino esposto in una
vetrina dove solerti commessi
lo rivestivano a festa!

*

Il vento muove le foglie attaccate
ai rami,
paiono salutarti,
così maestosi,
giganti buoni,
tante mani protese
per un abbraccio solidale,
noi e loro, de-urbanizzati
e de-forestalizzati
sangue e clorofilla
anemizzate nel pallore
di un viso
o di un tronco secco estinto
nel cemento,
una stretta di ramo
e un arrivederci.

*

si sta … o come eravamo …
né Ungaretti né Robert Redford
e Barbra Streisand.
la poesia è in scena
da Godard:
– bisogna vivere piuttosto che durare –
il palcoscenico dell’oggi
non dura e non vive.
solo bruciature di sigaretta
nello scorrere della bobina

*

ho finito la scorta di infiniti
che avevo a disposizione.
mi toccherà scrivere
in orizzontale su qualche centimetro
di foglio. tante parole brevissime
ma che siano tante così da sommarle
verso dopo verso. l’infinito sarà
un limite finito algebrico
che tenderà allo zero della lettera.

*

si dice sempre che sarebbe
auspicabile schiattare di colpo
così come quando la poesia
ti chiama all’improvviso
e non devi agonizzare
per giorni solo nel pensarla.

*

così presero la mira
nel presente dei ciechi
schivando pensieri
sparando su lattine
di Coca ammaccate
poi riutilizzate
con i filamenti
di una cicca umiliata

coca