PAOLO DI PAOLO SU MARCO ONOFRIO: “AI BORDI DI UN QUADRATO SENZA LATI”

di poesiaoggi

Marco Onofrio è uno scrittore poligrafo e multicorde, che ha una sua riconoscibilità non solo stilistica, ma quantitativa: dovuta cioè anche all’estensione della sua opera (22 volumi finora pubblicati, tra cui dieci di poesia) che è cominciata molto presto con qualcosa di connaturale alla prosecuzione del percorso effettivamente compiuto. La sua prima raccolta poetica si intitola “Squarci d’eliso” (2002) e ha molto a che fare con il cielo, con il racconto di meteorologie particolari. Mi colpì subito questo suo modo di guardare al cielo, al suo trascolorare, alle modificazioni atmosferiche, alle sfumature, alle pagine di luce che lo compongono. Come se lo sguardo di questo io poetante fosse sempre rivolto verso l’alto. In realtà, poi, tutto quello che viene dopo contraddice e richiama, ovvero conquista e riconquista, quell’inizio. C’è forse una parola che io vedo fondamentale in questo percorso, utile a chiarire qual è l’itinerario di Onofrio: l’oscillazione. C’è un oscillare costante a vari livelli: non solo tra scrittura poetica e in prosa – dopo un libro di poesia, o già accanto ad esso, ha bisogno della prosa, e poi di nuovo della poesia – ma anche a livello tematico, perché quello sguardo verso l’alto improvvisamente si abbassa e guarda non solo ad altezza d’uomo, come il più delle volte uno scrittore fa, ma anche più in basso dell’uomo, o dentro l’uomo, e quindi giù, verso la terra, o sottoterra, fino alla materia più viscerale e sconvolgente dell’esistenza; e poi ancora lo rialza di nuovo, e in questa oscillazione uno si disorienta, perché sente che c’è continuamente un opposto che nega l’altro, o che lo completa.

Tutta l’opera di Onofrio è fatta di oscillazioni: tematiche, linguistiche e lessicali. Dall’altezza di una lingua compostissima, classica, antica, anche nel senso della conquista di un’eleganza che non è dell’oggi, ed è per questo inattuale, precipita – non solo nella prosa ma anche nella poesia – nelle profondità di una lingua che invece è materica, viscerale, vivida e perfino violenta. È come se disponesse di un lessico disarmante, nella sua ampiezza, dalla distillata pulizia di un libro come il più recente Ai bordi di un quadrato senza lati (2015) all’accesa indignazione di un libro come Emporium (2009). Da racconti composti che cercano una classicità anche nella forma della prosa, a racconti turbolenti, grotteschi, caustici, satirici, obbedienti a una vena rara in Italia, rabelaisiana, pantagruelica poiché accoglie “tutto il vivente”, senza escludere la sua materia più greve. Allora come si mettono insieme queste due nature, che sembrano solo due e forse sono invece molteplici? Si mettono insieme in un senso di ricerca, proteso ad inseguire domande fondamentali, quelle che stanno all’inizio e alla fine di ogni percorso serio e autentico. «A chi si scrive?» ci si chiede nell’ultima raccolta: è la ricerca straziante di un interlocutore. Immagino Onofrio nella sua bulimica fame di letture e scritture, questa sorta di gesto sempre ampio che c’è in lui, per cui accumula testi letti a testi scritti, in un lavoro inesausto, quasi da officina vulcanica. Alza lo sguardo e si chiede “a chi” sta parlando. È una domanda che riguarda il senso stesso del gesto creativo, se c’è qualcuno che ne raccoglie un battito, un eco. Per alcuni, alla cui razza Onofrio appartiene, scrivere e vivere sono due facce della stessa medaglia: vivere è un’estensione dello scrivere, e viceversa.

L’oscillazione è ancora più manifesta perché passa da un presupposto che sembrerebbe nichilista, contrario alla possibilità di un vivere “altro”, alla conquista di una dimensione che è molto prossima all’eliso da cui è partito tredici anni fa. Dimensione di luce che non cala necessariamente dentro una confessione specifica, ma che è un sentire religioso molto profondo. Come arriva a questo? Come ci si può arrivare “nel mezzo del cammin di nostra vita”. “Ai bordi di un quadrato senza lati”, in effetti, sta “nel mezzo del cammin” della vita di Marco. Se pure fosse l’ultima raccolta poetica, è una raccolta di mezzo, in senso pieno. C’è quest’uomo che sta a metà di una possibilità d’esistere, e nella prima parte del libro vede la materia sporca, richiamato da una spinta sotterranea, dentro il tremore e l’orrore della visceralità, e dà ascolto a questa possibilità, come se fosse Dante perduto, nel mezzo del cammin della sua vita, dentro la selva oscura. Ma poi succede qualcosa a metà del libro, qualcosa che lo spacca in due. L’altra possibilità è la conquista di una dimensione diversa. Non so bene come ci arrivi, ma è probabilmente rialzando di nuovo lo sguardo, quindi nell’arco della sua ennesima oscillazione. Rialza lo sguardo verso l’alto e si accorge che c’è da dire quest’altra zona del mondo, della vita, dell’esperienza. Come Dante non ne sa molto, e infatti la seconda parte della raccolta è intrisa di dubbio, pur nel divampare di una luce che abbaglia, disorienta, e appunto non fa capire. Ma l’immagine che sta al centro del libro, il “quadrato senza lati”, in questo senso è anche dantesca perché attiene a una geometria che non è del visibile, e allora tu intuisci una figura, ma è una figura quasi di luce, che non rientra nella geometria euclidea, anzi: nella geometria terrena. Allora da tutto questo si potrebbe pensare che “Ai bordi di un quadrato senza lati” è un libro di grande complessità, e in parte lo è; tuttavia, attraverso una lingua che gioca con tutte le stratificazioni del lessico, riesce perfino ad essere “comunicativo”.

Vorrei però aggiungere un ulteriore aspetto che è ancora più chiaro in questa raccolta: il lavoro di Marco Onofrio sulla forma. Molto spesso è una forma chiusa, che aderisce a una metrica classica, tradizionale, fuori dalle convenzioni del verso libero preponderante nella poesia contemporanea. Ma lui forza la forma, e non nel senso che la rompe: nel senso che attraverso il lessico la dilata, un lessico talmente stratificato in avanti e indietro da non essere più databile. Non è una poesia di imitazione classica. Onofrio sceglie una forma, questa forma lo stringe, lo chiude, e lui cerca – restando dentro i confini di quella forma – di dilatarla attraverso la stratificazione lessicale, e applicandovi l’intensità del pensiero di un contemporaneo. È come l’irraggiamento della contemporaneità dentro una forma chiusa. E questo crea davvero qualcosa di straniante. La forma stessa diventa un quadrato senza lati, perché effettivamente è chiusa ma non ha più i lati convenzionali, li ha oltrepassati senza romperli, nel senso che li tiene e insieme li lascia andare. In questa conciliazione degli opposti c’è una profonda verità del suo modo di essere. Questa tentazione del fango che però non nega la possibilità della luce è un tutt’uno con la vita. È uno degli aspetti in cui Onofrio è stato più ostinato e coerente nel corso degli anni, a dimostrazione che uno scrittore del nostro tempo non può disinteressarsi a niente che non sia umano. Niente se è umano è estraneo; ed è dentro l’umano – perché è l’unica possibilità che abbiamo – che va cercato l’oltreumano. È nell’esperimento con l’umano che c’è la possibilità del “trasumanar” e quindi di raccontare la luce. Dov’è, a questo punto, la verità? Se non fosse “la” verità sarebbe il senso, e quel senso è anche nella pienezza di un gesto che dentro un libro molto sottile si avverte, nella sua irruenza. La componente più peculiare di Onofrio è proprio questa irruenza. Ogni cosa che lui conquista con la scrittura è sempre un gesto irruente. È violento perfino quando parla di luce, di altezze eteree. Sembrerebbe pretendere dal cielo una risposta che il cielo non può offrire. Lassù si annida un interlocutore che “deve” rispondere. È impossibile che non risponda se viene cercato, chiamato, convocato, “strattonato”. Eppure, ostinatamente tace. E la ricerca poetica continua (trascrizione dell’intervento di Paolo Di Paolo alla presentazione romana del 6 giugno 2015).

Paolo Di Paolo

http://nazariopardini.blogspot.it/2015/07/paolo-di-paolo-su-marco-onofrio-ai.html

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