Roberto Chiesi – “Una terra separata, un’isola”, Appunti sulla Bologna di Pasolini

di poesiaoggi

Roberto Chiesi

“Una terra separata, un’isola”
Appunti sulla Bologna di Pasolini

“Sono uno / che è nato in una città piena di portici nel 1922”:
questi versi aprono una celebre poesia autobiografica di Pier Paolo
Pasolini, Poeta delle ceneri, risalente al 1966-1967 e mai pubblicata
in vita dall’autore (stampata per la prima volta nel 1980, nel 2010
è stata edita in un volume autonomo da Archinto). La “città piena
di portici” è Bologna ma Pasolini, in questa poesia-autobiografia,
non la nomina mai. Trenta versi più tardi ritorna ad evocarla,
scrivendo: “Nel ‘42 in una città dove il mio paese è così se stesso
/ da sembrare un paese di sogno, con la grande poesia
dell’impoeticità, / formicolante di gente contadina e piccole industrie,
/ molto benessere, / buon vino, buona tavola, / gente educata
e grossolana, un po’ volgare ma sensibile, / in quella città ho
pubblicato il primo libriccino di versi”.
La città di cui non menziona il nome è, ancora, Bologna dove appunto
nel 1942 pubblicò a sue spese il primo libro di versi, Poesie
a Casarsa. Significativamente non scrive “la mia città” ma “una
città”, lasciando intendere che mentre risiedeva a Bologna “il mio
paese” – ossia Casarsa della Delizia, il paese friulano di cui era
originaria la madre Susanna e dove la famiglia Pasolini si recava
solitamente durante l’estate – grazie all’effetto della distanza e della
nostalgia, sembrava ”un paese di sogno”. La valenza emotiva e
affettiva è quindi interamente orientata su Casarsa, mentre Bologna,
pur essendo la città della sua nascita, è un luogo di passaggio,
riassunto nella sua forma, nella sua estetica di uno spazio urbano
“pieno di portici”, ossia che racchiude la sua identità nella forma
disegnata dai portici.
In una lettera scritta all’amico reggiano Luciano Serra il 16 settembre
1941, negli anni della guerra, prima di ritornare a Bologna
dopo l’estate trascorsa a Casarsa, ritroviamo i sintomi di
quell’attaccamento che prevale sul desiderio di ritrovare la città
dei suoi studi: “Ma anche Bologna, dove ho affondato radici e ricordi
da molti anni, e ho antiche consuetudini e cose che si ripetono
secondo un uso ormai divenuto caro e fonte di nostalgia, mi
è una meta molto dolorosa: questi ritorni, ormai uguali da molti
anni, nei giorni non ancora estinti dell’estate, nel dolcemente
squallido sole di settembre, sono per me una vera pena”.
In un’altra poesia autobiografica, Coccodrillo, del 1968, le attribuirà
un nome composto: “nacque nella città di Koiné-Keltiké, / riemersa
dal cotto del Trecento e non scomparsa ancora nel cemento”.
“Koiné” indica la lingua che unifica una comunità mentre “Keltiké”
è un termine gaddiano ma qui sembra significativo soprattutto
che la definisca una città che ha conservato la sua fisionomia
antica senza essere sommersa dalle costruzioni contemporanee in
cemento.
Anche in questa poesia, comunque, alla città della sua nascita e
della sua formazione universitaria sono dedicati solo pochi versi
marginali, a conferma che Bologna non è mai stata una città protagonista
dell’opera di Pasolini.
A differenza di Casarsa e del Friuli nella giovinezza, le borgate
romane negli anni ‘50 e il Terzo Mondo a partire dai primi anni
‘60 (l’Africa, l’India, l’Arabia), infatti, Bologna non gli ha ispirato
nessuna poesia, nessun testo di narrativa e nel suo cinema appare
in modo marginale (Comizi d’amore, Edipo Re) o addirittura ‘dissimulata’
(in un altro luogo e spazio) dalla finzione (Salò o le 120
giornate di Sodoma).
Ciononostante, Bologna fu il luogo dove non soltanto Pasolini ha
intrapreso la sua formazione culturale, studiando al liceo classico
Galvani e all’Università, ma è anche ritornato regolarmente fino
alla fine della sua esistenza. È la città dove fondò una rivista letteraria
(“Officina”) con amici letterati e scrittori, dove tenne conferenze
e interventi e dove si esibì in un genere per lui insolito, la
perfomance “Intellettuale”, quando l’artista e amico Fabio Mauri
alla Galleria d’Arte Moderna proiettò sulla sua camicia bianca il
film Il Vangelo secondo Matteo.
L’amico Roberto Roversi scrisse vent’anni dopo la morte di Pasolini
che “A Bologna è passato e si è fermato senza la convinzione,
l’intenzione che fosse ‘per sempre’, ma senza essere mai ferito,
mai offeso. E se la città non l’ha trattenuto e custodito non l’ha
mai nemmeno deluso o tradito e alla fine gli ha lasciato addosso
un’immagine di luce, una disvelata sorpresa che non è più andata
perduta” (cfr. Pasolini e l’aria barbaricamente azzurra di Bologna, in Pasolini
e Bologna, a cura di Davide Ferrari e Gianni Scalia, Bologna,
Pendragon, 1998, p. 99).
Un altro amico, Renzo Renzi, conosciuto negli stessi anni della
formazione bolognese, sostenne che Pasolini identificava la città
emiliana con il padre e Casarsa con la madre, quindi da questo derivava
il peso diverso che la prima ebbe nella sua opera e perfino,
si può ipotizzare, un’istintiva estraneità che la città gli avrebbe
ispirato come tutto ciò che veniva identificato all’ombra paterna.
Ma come sempre in Pasolini, anche il rapporto con Bologna è più
complesso di quanto sembra.
Poco tempo dopo la stesura di Poeta delle ceneri e Coccodrillo, alla fine
degli anni ‘60, si soffermò sulla propria fascinazione estetica
per la città: “Cos’ha Bologna, che è così bella? L’inverno col sole
e la neve, l’aria barbaricamente azzurra sul cotto. Dopo Venezia,
Bologna è la più bella città d’Italia, questo spero sia noto”(“
Tempo”, marzo 1969).
Infine, poco prima di morire, le dedicò una parte di un trattato
pedagogico dedicato ad un immaginario ragazzo napoletano,
Gennariello: Bologna, città consumista e comunista (“Il Mondo”, 8
maggio 1975, pubblicato postumo in Lettere luterane, Einaudi,
1976), dove scrisse, fra l’altro, che la città emiliana “non è una città
‘tipica’ dell’Italia. Essa è un caso unico. Ma nel tempo stesso
essa si presenta anche come uno ‘specimen’ molto avanzato per
una eventuale e improbabile città italiana futura. La sua anomalia
è dovuta al fatto che essa si è ‘sviluppata’ in questi ultimi anni secondo
le norme ormai sacramentali dello sviluppo consumistico:
ma, insieme, essa è una città comunista”.

Ad una strana distanza

Strano statuto, quindi, quello di una città evocata con fascinazione
estetica e perfino affetto ma tenuta a distanza, vissuta sempre
in una strana distanza. Una condizione che forse si spiega proprio
partendo dall’identità di Bologna, ossia il suo essere, appunto, una
città borghese, sede di un’antica università. L’aria era “barbaricamente
azzurra” ma il “barbarico” aleggiava in alto nel cielo e nei
suoi colori senza aderire alla fisionomia concreta, fisica e quotidiana
della città e dei suoi abitanti.
Quando descriveva il tessuto cittadino, Pasolini prediligeva i margini,
le propaggini, le enclavi marginali anche all’interno del corpo
metropolitano più che l’acquario urbano, proprio perché questo
era essenzialmente – come nel caso di Bologna – borghese. E
quindi apparteneva ad un mondo culturale che frequentava per
conferenze, incontri, tavole rotonde, anche intensamente, ma non
lo ispirava come poeta, come narratore, perché non lo ispirava la
comunità sociale che lo abitava e viveva.
La connotazione “borghese” – e quindi distante, tutto sommato
indifferente – della città affiora anche nel suo cinema ma con alcune
differenze e sfumature che può essere interessante rilevare.
In Comizi d’amore (1964) Pasolini interpella alcuni studenti e sono i
loro volti, corpi e parole che egli stesso sottolinea appartenere alla
borghesia cittadina, a campeggiare davanti alla macchina da presa.
Vediamo e udiamo dei giovani adulti, già compresi nella cultura
del proprio censo, che diventano campioni antropologici involon-
tari di un’epoca dove affioravano le prime spregiudicatezze sessuali,
dove ci si compiaceva di apparire disinibiti e indifferenti alla
morale corrente, anche se le parole dei giovani intervistati non
mancano di un certo goffo compiacimento che comunque rientra
fra i codici del mondo antropologico cui appartenevano: la borghesia
italiana settentrionale dei primi anni ‘60, gli anni del boom,
dove le inquietudini non si erano ancora convertite in ribellione
ma covavano con un certo languore sotto le pretese di una spregiudicatezza
più enunciata che reale. La città petroniana è poi solo
uno sfondo insignificante nella sequenza in cui Pasolini intervista
i calciatori del Bologna, dove appare una passione recidiva
dall’adolescenza e la fanciullezza: l’agonismo sportivo e calcistico
in particolare, che già Pasolini praticava nei prati di Caprara.
Ma le immagini più intense di Bologna nel cinema pasoliniano
appartengono evidentemente alle sequenze che precedono il finale
di Edipo Re (1967). Bologna, in eco ai versi delle poesie autobiografiche
dove non è nominata, non è mostrata esplicitamente
come la città della nascita di Pasolini, ossia di Edipo. Lo spazio
della sua nascita assume l’aura mitologica e simbolica di un grande
mare di verde, un grande prato dominato dal volto lunare della
madre. È lo stesso mare di verde – ma stavolta svuotato della rassicurante
e amata presenza materna – dove Edipo cieco e mendico
ritorna alla fine, perché “la vita finisce dove comincia”, accompagnato
da un giovane suonatore di flauto, Angelos/Ninetto,
l’unica presenza in grado di placare l’angoscia del musicista (alias
poeta)-viandante. Prima del ritorno definitivo ecco apparire Bologna:
sono le uniche immagini di una città contemporanea mostrate
nel film, con il traffico dei passanti intorno a Piazza Maggiore,
la facciata incombente di San Petronio inquadrata con un
grandangolo che le conferisce un’aura onirica. Appunto non vediamo
una gioventù popolare ma dei cittadini borghesi di età diverse,
inconfondibilmente appartenenti alla seconda metà degli
anni ‘60 per le fogge dei loro abiti, che bevono il caffè sotto i portici
o passeggiano e spesso guardano perfino in direzione della
macchina da presa: un’umanità che passava casualmente davanti
alle cineprese di Pasolini in quel giorno di riprese a Bologna, nella
primavera del 1967 e non un’umanità che egli ha cercato e voluto
filmare. Poco prima avevamo visto il portico della Chiesa dei Servi,
quindi una chiesa, luogo di culto e di sacralità antica che allude
discretamente al reale luogo dove è nato Pasolini: via Borgonuovo,
distante appena pochi metri ma che un’ellissi pudicamente cela
nel fuori campo. Edipo, comunque, avanza procedendo idealmente
da dove sorge la via della nascita di Pasolini.

La scena di un incubo

In una celebre intervista RAI di Enzo Biagi, Terza B facciamo
l’appello (1971), Pasolini, vedendo delle immagini filmate della sua
città natale, racconta che gli ricorda un sogno dove non ritrovava
più la madre e la cercava attraverso i portici: “Non ricordo i palazzi,
i portici, ho cominciato a sognarli però a tre anni di età…
quei famosi sogni a puntate che tornano ogni mese, due mesi (…)
in cui invece rivedevo Bologna proprio così com’era, coi suoi colori,
coi suoi portici, i palazzi… e quei sogni consistevano nell’aver
perso mia madre e nell’andarla a cercare… (…) erano sogni terribili
perché perdevo mia madre e l’andavo a cercare, ecco… per i
portici…”
Da una parte abbiamo quindi la stilizzazione della città che nella
condensazione del sogno assume le linee metafisiche di una dimensione
priva di vita e di tempo; dall’altra la città, divenuto teatro
onirico, è lo scenario di una angosciosa ricerca della madre
perduta. È lo spazio concreto del pericolo più temuto per un ragazzo
attaccato alla propria madre in modo quasi patologico.
Come spazio di un sogno, Bologna diviene lo spazio di un incubo,
forse, se non si esagera con i riferimenti biografici, alimentato
dagli angosciosi litigi fra i genitori che avvenivano proprio fra le
mura del loro appartamento di via Nosadella, a Bologna.
Forse non è un caso che l’ultima immagine di Bologna, nel cinema
pasoliniano, sia lo spazio di un altro incubo, uno scenario reale
investito dalla finzione cinematografica: la facciata di Villa Aldini
è ‘travestita’ a palazzo degli orrori di Salò o le 120 giornate di
Sodoma (1975), lo scenario esterno di un lager che ha, al suo interno
(girato a Mantova), fattezze di un decoro borghese disadorno,
greve e squallido.
Ma la scelta di Villa Aldini non è casuale come non lo è quella di
Bologna: la villa fu infatti eretta da un ministro napoleonico e
quindi è un luogo emblematico di potere, mentre la sequenza in
interni della selezione delle ragazze – atroce sequenza dove non
accade nulla ma si intuiscono le abiezioni a venire – è stata girata
all’interno di una villa bolognese sulla via dell’Osservanza.
Bologna, anche travestita e trasformata, sempre sotto il segno di
un’estraneità che rientra addirittura nel cortocircuito fra l’illo tempore
degli orrori sadiani e quel terribile biennio 1944-45 realmente
vissuto da Pasolini (ma sfollato a Casarsa).
Nello stesso periodo in cui effettua le riprese di Salò, Pasolini
scrive il testo di Gennariello sulla sua città natia e può essere interessante
accostare alla finzione e alla trasfigurazione allucinante
del film queste parole coeve: “So che mi ammiri e mi consideri
ancora la migliore città d’Italia, seconda solo a Venezia anche per
quanto riguarda la bellezza. Ma so anche che qualcosa di me ti delude
o ti divide. Non è il rimpianto per quella città di trent’anni fa
che ormai non c’è più, pur conservando intatta la sua forma: ciò
che ti delude e ti divide è la constatazione di ciò che io sono nel
presente. È attraverso il tuo carattere e la tua cultura, che qui infatti
ti parlo. La mia oggettiva realtà non avrebbe parole per te. La
prima e unica proposizione del mio silenzio sarebbe: “Io ti sono
estranea e incomprensibile”. Se, attraverso il tuo carattere e la tua
cultura, posso ancora parlarti, ciò è merito della funzione conservatrice
che qui ha avuto il partito comunista. Sei perciò tentato di
stabilirti qui, di lavorare qui, di abitare magari nella casa di via
Zamboni [sic, in realtà Pasolini nacque in una casa in via Borgonuovo]
dove sei nato o in quella di via Nosadella dove hai passato
l’adolescenza e scritto i tuoi primi versi. Ma lo stesso fenomeno –
cioè il fatto che io sia una terra separata, un’isola – che tende a
trattenerti qui, ti respinge quasi spaventato nei luoghi non privilegiati
della mia felicità”.

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