IL TARLO DELLA POESIA CHE SI ANNIDA NELLE ROVINE di Nicola Vacca

di poesiaoggi

Cosa resta della poesia nella stagione del grande freddo della parola? Giulio Maffii sembra chiedersi questo nel suo ultimo libro («Giusto un tarlo sulla trave», Marco Saya edizioni).

Nelle stanze della vita le crepe sono visibili.

Il poeta a occhio nudo maneggia le parole, e con la semplice essenzialità di un gioco di sottrazioni scarnifica fino all’essenziale i mutamenti che accadono e che non cercano alcun divenire.

Spazi da riempire senza alcuna pretesa di assertività definitive, vuoti da meditare senza nessuna ambizione di colmarli.

La poesia per Giulio Maffii è uno scavo nel mero attraversamento di ogni cosa: «E come ci siamo sentiti vivi /nello scambio dei lutti /nel baratto di luce ed ombra/la tua agitazione del rimorso /i miei morti che tornavano a galla /Attraversammo soglie e calendari /scavammo nidi d’aria /crollati in pochi minuti /sfatti da chi dimenticammo».

Dentro le parole c’è una forza di gravità e un peso specifico. Il poeta non deve fare altro che chiamare ogni cosa con il proprio nome.

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