Questioni private, nella poesia di un padre a cura di Alberto Sagna

di poesiaoggi

Questioni private, nella poesia di un padre

Le forme d’emulazione segnano il corso della vita, scavano un solco profondo, più delle regole scritte, e arrivano di getto, tinte da impudiche competizioni dentro una casa, ancora intrise di un linguaggio familiare, in quello stesso tessuto di rapporti umani, racchiuse prima nell’inchiostro riverso sui banchi della scuola, e poi nella scrittura di un romanzo appena spedito, sospeso tra il giudizio autorale di un genitore e quello di un figlio, e ora nella poesia, nel libro di Andrea Carraro, edito da Marco Saya Editore, all’interno della collana Poesia Oggi, 2013, dal titolo “Questioni private”.

Un ricordo, un seme gettato ora nella contemporaneità, un verso che riporta alla luce tutta l’impotenza di un figlio di fronte ad un sogno, che vede il padre avvolto in un sangue terribile, in una notte terribile, che non finisce mai, si ripete, e che ricalca la fine di Pasolini, all’Idroscalo di Ostia, col piede storto spezzato sotto la calza e il mocassino, e le spranghe brandite, agitate dallo stesso figlio sul corpo, e quindi, macchiate di rosso.
Oscurità, riportate ora senza limiti o timori, là dove bussa una tenera riconciliazione dei ricordi, nutrita da un brivido doloroso, un incendio apparentemente estinto.

Scriveva Schopenhauer che la vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarlo a caso è sognare.

“Sogni d’oro d’argento di piombo e di formaggio”, un padre e figlio che ridevano, senza smettere più, ecco, questa “Ode al padre”, è simile a una tempesta, dove un sogno viene spazzato via da un ricordo, e il vento poi ricorda un sogno, e c’è un tutto, quell’ordine necessario, che spazza via migliaia di sogni, il tormento, per far apparire il pudore.

Carraro chiede asilo dentro la zona del pudore, una pausa infinitesimale, a guardare con amore un letto, un uomo, la malattia, la carne che perde colore, il catarro bronchiale, la battaglia perduta con il medico della Asl, pillole colorate, dentro l’arco di un tempo che tempo vivo fu, perché gli antagonismi, le colpe, le discolpe, e ora le confessioni, sono state tutte insieme le ragioni di un’adolescenza.

E, allora, Carraro dà asilo dentro se stesso, ruotando l’asse, il baricentro, il figlio che diventa padre ed il padre che diventa figlio, guardando come per offendere se stesso per la vergogna, per un timor d’aver offeso, che sente tutto ciò che ha visto come un sogno o un ricordo, come se fosse ancora reale, spostando sipari, uscendo allo scoperto:

“Se non un ricordo pieno di vergogna
Come se tu l’avessi ucciso
Come se il cancro gliel’avessi procurato tu
Col tuo esordio impietoso che l’aveva svergognato al mondo”.

Un congedo impossibile, come in una stretta via, quando piove, le gocce d’acqua scendono furiosamente, e bisogna andare via, ma non si va avanti di un millimetro, si rimane a guardare. Un filo di speranza acceso.
E appaiano sogni che non camminano leggeri, insieme a ricordi di una carezza.

Vengono in mente i versi di Giorgio Caproni nella sua poesia “Congedo del viaggiatore cerimonioso”, quando dice

“Chiedo congedo a voi
Senza potervi nascondere, lieve, una costernazione.
Era così bello confondere i volti (fumare, scambiandoci le sigarette)
e tutto quel raccontare di noi (quell’inventare facile, nel dire agli altri), fino a poter confessare quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un
istante
(per sbaglio) confidare”.

Si apre così, questo libro di poesie di Carraro, nella sua più intima nitidezza, per poi approdare ad altri quattro poemi che compongono la raccolta, con dispositivi poetici che richiamano la personificazione, le immagini, i lividi di contorno, un ritmo naturale non ricercato o vezzoso, impresso però dalla sequenza dei versi, capace di assecondare con la musicalità i momenti più lirici dell’animo.

E l’uso della lingua, del verso, del tono nel ritmo, riporta un grande tema, la distinzione tra la poesia che indaga, che scruta l’animo nelle sue viscere, per non essere fine a se stessa, e quella chiusa nel suo verso, come in pausa estetica di ricreazione, perché una cosa è davvero certa: tra le onde di questi versi fluttua un’insopprimibile onestà.
Proprio questa tangibile onestà poetica, soprattutto in “Ode al padre”, ha permesso un balzo emotivo, fisico, riconducendo il ruolo della poesia sul terreno di una sensibilità celata dietro la completezza, di un fattore umano esperienziale, vissuto, dove la liturgia del dramma non è atteggiamento, non è sguardo di sufficienza, ma è, piuttosto, ricreare un’immagine, orribile o magnificente che sia, agli occhi del lettore, dentro un linguaggio che lotta per assimilare, svelare, non nascondere, unito alla realtà.

Una necessaria, insopprimibile, “nuda osservazione”. A rimarcare l’esistenza di una proporzione, dettata da un senso del reale tracciato senza nascondere il passato, perché solo così il senso del passato è portato nel presente nel suo corpo vivo.

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Alberto Sagna
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