poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: ottobre, 2016

Federica Giordano, “Utopia fuggiasca”

Prefazione di Bruno Galluccio

Un respiro ampio in profondità ed estensione anima questa raccolta poetica di Federica Giordano. Si può, anzi, parlare di una pluralità di respiri diversamente modulati, i quali producono interferenze e rivelano nessi, diventando sonde per scandagliare l’universo emotivo e conoscitivo dell’autrice, e fanno di questo lavoro un’opera articolata e complessa che sa guardare lontano nello spazio e nel tempo, mantenendo tuttavia una profonda unità.

I testi nascono da abissi puntuali che hanno lasciato il segno, da legami forti che persistono anche nell’assenza, e da irripetibili gioie dell’infanzia: questi insiemi di esperienze, intensamente e consapevolmente vissute e accennate sempre con delicatezza, non si rinchiudono in un recinto minimalistico, non si limitano ad una comunicazione intimistica del quotidiano e dell’interiorità, ma si proiettano verso ampi spazi, grandi aspirazioni e grandi interrogativi, come in un potente rito di passaggio.
Federica Giordano è persona di cultura solida e indirizzata in molteplici direzioni, imperniata in maniera significativa nella letteratura, in particolar modo quella tedesca moderna e contemporanea: si è laureata in germanistica con una tesi sull’opera del tedesco Durs Grünbein (anche lui poeta che trae ispirazione da una molteplicità di stimoli eterogenei) ed è raffinata traduttrice di testi poetici dal tedesco. A questo nucleo forte si aggiunge in lei la passione per il mondo classico, per le arti figurative, per la musica, il cinema: una sorta di stupore onnivoro, una continua ricerca del bello e una tensione verso una sintesi superiore, che la portano a scandagliare ed estrarre elementi eterogenei i quali vengono immagazzinati in un complesso e fertile laboratorio interiore.
I punti di partenza del suo percorso creativo sono momenti spogli nella loro essenzialità, momenti di vuoto e di silenzio ma anche spazi noti di amore e di conforto; e da questi punti-leva l’esplorazione si dirama e si espande verso una pluralità di rapporti umani e luoghi impervi ed eterogenei. Il rapporto umano, se nutrito di intensità, è spazio in cui ci si ripulisce, e d’altra parte l’esplorazione di luoghi è filtro della coscienza, in quanto essi sono strumenti per comprendere la realtà umana; questa trama fitta e complessa si cala in un viaggio che va affrontato con fiducia ma anche con rigore e con attrezzi a difesa della propria integrità.
La poetessa asseconda la corrente della storia culturale e del destino, guardandosi intorno alla ricerca di attracchi e di punti di sutura per ricostruire una realtà che è originaria e ancestrale, ma che va in ogni istante riscoperta e disvelata. Un percorso teso ed estremamente dinamico, che mette in gioco una spinta interiore assoluta e una forte responsabilità individuale (“Ricordate voi il valore estremo della scelta”). L’universo fisico e culturale va a depositarsi nell’ “occhio bianco” dell’io poetico, che non è affatto un occhio cieco, ma, con felice capovolgimento, un occhio “in pace”, pronto ad accogliere , pronto ad amalgamare le immagini entranti con il ricco movimento interiore dell’autrice che non subisce né prevarica, ma procede ad assimilazione problematica. E la fiducia è spinta costruttiva da ridefinire e riconquistare ad ogni istante.
La raccolta si muove dunque lungo un interrogarsi continuo su questa tensione profonda, mette in campo la battaglia tra la gioia in agguato e il sempre incombente dolore individuale e collettivo, l’inevitabile della malattia e l’evitabile della volgarità e delle brutture.
Ecco quindi apparire il tema portante della raccolta: quell’Utopia che opportunamente compare del titolo, e vi appare come “fuggiasca” in quanto ardua da afferrare, ma anche in quanto dotata di energia e dinamismo, che la portano ad assumere sempre nuove forme, che spostano continuamente più in là il fronte della sfida e ne mutano di continuo il profilo all’orizzonte. In un quadro che è di scommessa e di azzardo “perché avremo in dono una fame che vola”.
Un’utopia che viene vista in una posizione di equilibrio da calibrare con cura, che affinchè abbia sbocchi positivi concreti ha bisogno di radicamenti (anche culturali), che affinchè si levi in alto deve ancorarsi saldamente a polarità terrene. Un’alchimia rischiosa di interazione astratto-concreto, una ricerca di armonia architetturale: l’altezza può essere raggiunta solo su una base solida, le incursioni in regioni elevate deve avere contrappesi che assicurino la corretta statica dell’insieme e l’afflusso di linfa ai rami; un’idea di fondo che trova espressione in forma di immagine nell’appropriato disegno di copertina di Varini.
E al tema dell’utopia è strettamente correlato quello dell’aspirazione alla bellezza. Davanti agli occhi del lettore sfila l’antico che si rianima ed il contemporaneo visto da una distanza atta a potenziarlo: immagini classiche, reperti pompeiani, statue greche, bellezze dal Bosforo, icone egizie, inquietudini e risorgenze tedesche. La terra d’origine non viene dimenticata, ma non viene costretta in un quadro particolaristico e provinciale, è anch’essa filtrata dalle eredità storiche, attraverso respiri secolari che la pongono in comunicazione con culture diverse e le consentono di fornire il proprio contributo al grande quadro del desiderio.

continua a leggere su: http://poesia.blog.rainews.it/2016/10/federica-giordano-utopia-fuggiasca/

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VOCI FEMMINILI FUORI DAL CORO a cura di Teodora Dominici

Maria Paola Canozzi vive e lavora a Firenze. È autrice di poesie e racconti apparsi sulle riviste Salvo imprevisti, Cervo volante, Zeta, Il Cavallo di Troia, Caffè Michelangelo e in volumi collettivi fra i quali Il sesto poeta (Spirali, 1982), Versi d’amore (Corbo e Fiore, 1982), Viva la poesia (Vallecchi, 1985). Settembre sarebbe un bel mese, edito da Marco Saya edizioni (2014) è il suo primo romanzo: una panoramica ironica e aggiornata sulle problematiche connesse alla vita degli animali e alla preservazione delle bellezze artistiche e paesaggistiche di cui tutti avremmo il diritto di godere, presentata in forma di noir da una voce narrante davvero pronta a tutto. Come la sua autrice. L’abbiamo intervistata, ed ecco quel che è emerso dalla nostra conversazione…

Come è nata l’idea di trasportare in un romanzo tematiche sensibili come i diritti degli animali, le problematiche riguardanti la caccia e la convivenza urbana tra esseri umani, specie animali e natura?
L’idea di questo libro è nata intorno al 2010, quando entrò nel vivo la discussione sulle proposte di modifica alla legge 157/1992 (che regolamenta la caccia) presentate da un parlamentare di nome Orsi, che prevedevano la caccia anche a febbraio e ad agosto, anche per i sedicenni, anche dopo il tramonto, anche sulle rotte migratorie e altre atrocità. Per un tempo che a me sembrò eterno si dovette rimanere col fiato sospeso prima che quella spaventosa ipotesi rientrasse, grazie anche a una grande mobilitazione collettiva delle associazioni e di coloro che sono contrari alla caccia, che sono la stragrande maggioranza degli italiani, cioè più del 75%, con punte del 90% fra le donne. Da quella prospettiva da incubo è nata l’idea iniziale di questa storia, in un primo tempo quasi per autoconsolazione, come reazione all’impotenza in cui mi sentivo, tanto per reagire in qualche modo alla paura di non poter fare niente e di dovere solo aspettare le decisioni dei politici. Che sarebbero state comunque deludenti per me, perché io penso che l’unica legge giusta riguardo alla caccia sarà quella che la abolirà definitivamente.

La storia della protagonista si snoda tra Valbenedetta e Firenze, ambedue cittadine toscane, anche se la prima di fantasia, seppure perfettamente realistica e caratterizzante: autobiografia o esigenza letteraria?
Sicuramente una motivazione autobiografica. Mi sono riferita a luoghi che amo e che soffro a vedere trattati male: la bellezza agreste brutalizzata dai cacciatori, il paesaggio stravolto per interessi economici, la città mercificata dal turismo selvaggio e dall’avidità di chi la vede soltanto come fonte di reddito.

Settembre sarebbe un bel mese è a tutti gli effetti un romanzo, anzi un noir un po’ particolare, per essere precisi, eppure il plot va quasi costruito dal lettore, che grazie alla guida dell’io narrante compone la storia. In realtà un enorme spazio è dato alla natura, descritta in maniera vibrante, e allo scorrere di pensieri e osservazioni personali, al contrario rapidi e incisivi come massime: qual è il motivo di questa formula narrativa sui generis?
All’inizio voleva essere soltanto un instant book, un pamphlet contro la caccia, poi mi è venuta l’idea di costruirci dentro anche una storia, dove la presenza salvifica della natura e del paesaggio facessero da contrappeso alle riflessioni e fornissero anche una specie di conforto al lettore, gli lasciassero un messaggio di speranza. Alla fine quella è risultata la parte che mi ha dato più soddisfazione scrivere. Grazie a quella parte ho attraversato pensieri molto tristi –  come sono quelli che inevitabilmente vengono quando si riflette sulla sorte degli animali cacciati o allevati per il macello –  senza farmi annientare, riuscendo anzi a dare all’opera un tono divertente. Lo strumento dello humour si è rivelato quasi catartico.

continua su:

Voci femminili fuori dal coro: quando la scrittura diventa etica

 

 

Presentazione nuovo numero della rivista ACHAB

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Evento letterario

9 NOVEMBRE

Utopia fuggiasca di Federica Giordano

Mer 18:00 · Il tempo del vino e delle rose – Piazza Dante 44/45 – Napoli

https://WWW.FACEBOOK.COM/EVENTS/1266972153344618/

Intervista a Nicola Vacca sulla poesia

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http://www.zestletteraturasostenibile.com/sulla-poesia-intervista-nicola-vacca/

LUCE NERA di Nicola Vacca – Marco Saya Edizioni – Commento di Luisa Bolleri

Vorrei parlare di quest’opera poetica di grande valore, significato e attualità. Qual è la valenza della poesia oggi? Questo, in estrema sintesi, si chiede l’autore. La sua risposta arriva ancora prima della sue poesie, condividendo il pensiero di Albert Camus:
“Il compito degli scrittori è di dare l’allarme
e lottare contro ogni forma di schiavitù.
Questo è il nostro ruolo.”
Scovare il male per denunciarlo e combatterlo è quanto va fatto, prima di dare quell’allarme. Le armi del poeta, lo scopriamo attraverso la lettura di queste intense poesie, sono le parole inseguite e rintracciate nell’uso quotidiano, quelle prive di quel lirismo sofisticato tanto caro a molti poeti, qui inteso nella sua accezione peggiore. Parole semplici dunque, ma eleganti e sapienti, affatto prive di sostanza, di rovello intellettuale ed etico. Parole che, dal punto di vista formale, si ispirano a quella poesia onesta, come la definiva Umberto Saba, denudata di orpelli e manierismi, ma tesa alla ricerca di verità poetiche interiori. E sono proprio quelle verità, che non si perdono per strada a descrivere la luna o il fiore più profumato e gradevole, che possono eseguire lo scavo sofferto nell’animo umano, alla ricerca delle ombre più cupe.
La poetica di Nicola Vacca non vuole adagiarsi su una rappresentazione falsa della realtà e si dischiuderebbe in modo naturale alla poesia civile, di denuncia sociale, di reazione circostanziata, ma qui si ferma, un attimo prima di diventarlo concretamente, limitandosi a enunciarne i principi. Come in una sorta di Manifesto, ma senza regole precise, se non la chiamata alla ricerca della verità. Una poesia di chiaroscuri, di contrasti stridenti, di riflessione profonda e di grande bellezza ed emozione.
Il vuoto di valori dell’Occidente ci sta seppellendo. Soltanto attraverso un percorso lungo e doloroso, l’uomo potrà conoscere il male, quel nero sempre presente, e da lì risalire identificando la luce da seguire. Il contrasto naturale del male-bene insito nella vita stessa, così bene espresso con l’ossimoro Luce nera, viene spiegato in una logica consequenziale. La raccolta è infatti suddivisa in quattro parti che, senza bisogno di spiegazioni ulteriori, argomentano ottimamente il pensiero del poeta, al pari di quanto avrebbe potuto fare un saggio.
Nella prima parte, “Dal profondo del maiale”, l’uomo-poeta prende coscienza del proprio infimo stato, riconoscendo il male quale componente costitutivo e indivisibile del suo essere in primis animale. Il poeta ci avverte: bisogna aprire gli occhi su questo.
“Hanno disinnescato gli allarmi
adesso il pericolo non sarà più avvertito
e tutti penseranno di vivere
il paradiso in terra.” (Macello sublime)
Il suo è un grido che scuote le coscienze dal torpore in cui tutti giacciono, anestetizzati.
“Servono parole per sciogliere
questi grumi di insensatezza,
per dare l’allarme
in questa città di dormienti
prima che il sonno diventi
il peggiore degli incubi.” (La città dei dormienti)
Il male è parte di noi e possiamo liberarcene solo riconoscendo il modo per salvarci.
“La strada ci parla
e noi dovremmo ascoltarla.” (Felicità con riserva)
Nicola Vacca non sembra volersi affidare a facili percorsi religiosi o spirituali, contrariamente a molti altri poeti, perché, sembra dire tra i suoi versi, il lavoro va fatto qui e ora.
“Le parole apocrife
sono il mezzo più sicuro
per non perdere la follia
perché le piccole e grandi verità
si annunciano sulla soglia.” (Parola apocrife)
Di sicuro sarà un lavoro difficile da portare avanti, ci avverte.
“[…] non smetterò nemmeno per un istante
di affacciarmi sulle rovine di questo tempo
che non sa essere un altro tempo.” (Quattro passi nel caos)
E ancora: la sofferenza fa parte della vita.
“Perdiamo troppo sangue
dalle vene aperte sul vuoto.” (Nostra apocalisse quotidiana)
Nella seconda parte, “Oggi fa paura il gelo”, si passa ad analizzare la palude in cui l’uomo è caduto e diventa evidente quanto sia difficoltoso uscirne. Il poeta non è però un accusatore altezzoso, non si eleva né si distacca dall’umanità criticata, usa spesso il pronome noi.
“Prima o poi uno di noi scriverà la parola fine,
Nessuno si accorgerà del nostro passaggio,
Questa è la sorte degli uomini
che hanno venduto la storia
alle ragioni del male.” (VI)
E anche
“Non scuotono più le parole uccise
dalla solitudine su cui abbiamo edificato
le fondamenta del nostro tempo:
si chiama crisi lo sgomento
in cui stiamo scomparendo.” (VII)
Nella terza parte, “Nessun rumore significativo”, Nicola Vacca critica la paura che attanaglia l’animo ormai stanco di chi dovrebbe invece reagire. Qui si conferisce alla parola il rango di grimaldello, capace di imporsi e di aprire al tempo dell’ascolto e dell’amore. La parola è l’espressione della nostra interiorità incatenata, l’unico mezzo di cui possiamo servirci per salvarci. Non è mai semplice agire, là fuori ci sono troppi barbari, troppa ipocrisia, egoismo, abitudine, ma dobbiamo.
“Questa è la vita che abbiamo
Ora e qui si sta nel mezzo
con una feroce matematica dello spreco.
Riempire il vuoto con il vuoto
è l’idea fissa di questo stare
negli anfratti di una solitudine
che ci toglie i baci che non daremo mai.
Questa è la vita che abbiamo.
Eppure ogni giorno uccidiamo
a parola che apre all’ascolto
per paura di vivere il momento di tacere.” (L’idea fissa)
Nella quarta e ultima parte, “Una rosa nel caos”, il poeta, preso atto del dolore che è parte del mondo, caldeggia l’uso di una comunicazione autentica e concreta che accomuni gli uomini intellettualmente liberi, quelli ancora capaci di dubitare. Talvolta le parole si fanno cruente, a denunciare il marcio che ci opprime. Il verso taglia, lacera la coltre che ottunde la vista, penetra nelle ferite, affonda nel sangue.
“Soltanto se le parole pugnalano
Le ferite saranno rimarginate.” (Soltanto se le parole pugnalano)
Invita a ritrovare il coraggio di coltivare una rosa nel deserto.
“Eppure ci deve essere uno spiraglio
in questa luce nera che illumina il mondo.
Non possiamo credere all’infinito
al vangelo del nulla
e ai predicatori di un verbo senz’anima.
Anche nel deserto ci vuole coraggio
per coltivare la bellezza di una rosa.
Per ogni petalo che nasce
il caos è soltanto un avversario
da affrontare a viso aperto.” (Una rosa nel caos)
Ed è forse proprio in quell’”Eppure ci deve essere uno spiraglio” tutto il senso della poesia moderna. Nessuna finalità pedagogica da Nicola Vacca, né certezze, seguendo il prezioso lascito di E.M.Cioran, al quale Nicola Vacca sembra volersi rifare nel condividere certi aspetti del nichilismo, del pessimismo e della filosofia dell‘assurdo: la poesia non salva, la poesia è solo un grido.
La poesia che chiude la raccolta, Il terrore di essere poeta, è straordinaria, ma non la trascriverò. L’andrete a leggere, spero per voi.

Nicola Vacca è critico letterario, scrittore, poeta ed ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Ha vinto con “Luce nera” il Premio Camaiore di Poesia 2016.

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Istantanee del reading di Simona De Salvo allo spazio Coviello

Simona De Salvo – La Camiceria brillante dei miei anni

L’altra notte, davanti alla camiceria
brillante dei miei anni
ti sei messo in ginocchio e mi hai preso
le mani.
Dentro di me c’erano Giddens, Bauman il pensiero
sociologico, c’era
mio padre pieno debiti
pieno di alcol
i centrotavola e la casa ipotecata
c’erano i gerani che avrei voluto e gli anni persi
quelli di cui ti avevo parlato
quelli di cui non ti avevo parlato
e in fondo a tutto c’ero io
in piedi, di fronte a una vetrina
incoronata dalle luminarie come Venere
dalla luna
E c’era il Politeama, alle nostre spalle
la dolcezza di essere viva
[e la bellezza fottuta di essere viva]
e l’immensità del cosmo, infine, appena dopo l’elettrauto
l’iperspazio.

Così quando l’altra notte, davanti alla camiceria
brillantissima
dei miei anni
ti sei messo in ginocchio e mi hai preso le mani, io
ho pensato
per un istante ad Anne.
Nella grande casa stesa sul prato
di trifoglio, che faceva
domande inutili a Dio e
alle stelle.

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Sabato 15 dalle ore 18:30 alle ore 20:30

Via Alessandro Tadino, 20, 20124 Milano MI, Italia

Simona De Salvo allo Spazio Coviello

Sabato 15 ottobre ore 18,30 – via Tadino, 20 – Milano
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SIMONA DE SALVO: La camiceria brillante dei miei anni (poesie)

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Federica Giordano – Utopia fuggiasca

Cicli

La bambina è fuggita nel giardino,
si è nascosta il viso tra le mani
ed è rimasta vitrea.
Lì balla una donna,
balla da sola su una voce.

Quella voce da saga
intona incontri nordici,
unioni perfette.

Balleranno insieme un giorno,
la bambina e la donna,
si daranno un bacio sulla bocca
e il giardino si chiuderà nel pugno chiuso
di una vecchia.

Federica Giordano – Utopia Fuggiasca

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