LUCE NERA di Nicola Vacca – Marco Saya Edizioni – Commento di Luisa Bolleri

di poesiaoggi

Vorrei parlare di quest’opera poetica di grande valore, significato e attualità. Qual è la valenza della poesia oggi? Questo, in estrema sintesi, si chiede l’autore. La sua risposta arriva ancora prima della sue poesie, condividendo il pensiero di Albert Camus:
“Il compito degli scrittori è di dare l’allarme
e lottare contro ogni forma di schiavitù.
Questo è il nostro ruolo.”
Scovare il male per denunciarlo e combatterlo è quanto va fatto, prima di dare quell’allarme. Le armi del poeta, lo scopriamo attraverso la lettura di queste intense poesie, sono le parole inseguite e rintracciate nell’uso quotidiano, quelle prive di quel lirismo sofisticato tanto caro a molti poeti, qui inteso nella sua accezione peggiore. Parole semplici dunque, ma eleganti e sapienti, affatto prive di sostanza, di rovello intellettuale ed etico. Parole che, dal punto di vista formale, si ispirano a quella poesia onesta, come la definiva Umberto Saba, denudata di orpelli e manierismi, ma tesa alla ricerca di verità poetiche interiori. E sono proprio quelle verità, che non si perdono per strada a descrivere la luna o il fiore più profumato e gradevole, che possono eseguire lo scavo sofferto nell’animo umano, alla ricerca delle ombre più cupe.
La poetica di Nicola Vacca non vuole adagiarsi su una rappresentazione falsa della realtà e si dischiuderebbe in modo naturale alla poesia civile, di denuncia sociale, di reazione circostanziata, ma qui si ferma, un attimo prima di diventarlo concretamente, limitandosi a enunciarne i principi. Come in una sorta di Manifesto, ma senza regole precise, se non la chiamata alla ricerca della verità. Una poesia di chiaroscuri, di contrasti stridenti, di riflessione profonda e di grande bellezza ed emozione.
Il vuoto di valori dell’Occidente ci sta seppellendo. Soltanto attraverso un percorso lungo e doloroso, l’uomo potrà conoscere il male, quel nero sempre presente, e da lì risalire identificando la luce da seguire. Il contrasto naturale del male-bene insito nella vita stessa, così bene espresso con l’ossimoro Luce nera, viene spiegato in una logica consequenziale. La raccolta è infatti suddivisa in quattro parti che, senza bisogno di spiegazioni ulteriori, argomentano ottimamente il pensiero del poeta, al pari di quanto avrebbe potuto fare un saggio.
Nella prima parte, “Dal profondo del maiale”, l’uomo-poeta prende coscienza del proprio infimo stato, riconoscendo il male quale componente costitutivo e indivisibile del suo essere in primis animale. Il poeta ci avverte: bisogna aprire gli occhi su questo.
“Hanno disinnescato gli allarmi
adesso il pericolo non sarà più avvertito
e tutti penseranno di vivere
il paradiso in terra.” (Macello sublime)
Il suo è un grido che scuote le coscienze dal torpore in cui tutti giacciono, anestetizzati.
“Servono parole per sciogliere
questi grumi di insensatezza,
per dare l’allarme
in questa città di dormienti
prima che il sonno diventi
il peggiore degli incubi.” (La città dei dormienti)
Il male è parte di noi e possiamo liberarcene solo riconoscendo il modo per salvarci.
“La strada ci parla
e noi dovremmo ascoltarla.” (Felicità con riserva)
Nicola Vacca non sembra volersi affidare a facili percorsi religiosi o spirituali, contrariamente a molti altri poeti, perché, sembra dire tra i suoi versi, il lavoro va fatto qui e ora.
“Le parole apocrife
sono il mezzo più sicuro
per non perdere la follia
perché le piccole e grandi verità
si annunciano sulla soglia.” (Parola apocrife)
Di sicuro sarà un lavoro difficile da portare avanti, ci avverte.
“[…] non smetterò nemmeno per un istante
di affacciarmi sulle rovine di questo tempo
che non sa essere un altro tempo.” (Quattro passi nel caos)
E ancora: la sofferenza fa parte della vita.
“Perdiamo troppo sangue
dalle vene aperte sul vuoto.” (Nostra apocalisse quotidiana)
Nella seconda parte, “Oggi fa paura il gelo”, si passa ad analizzare la palude in cui l’uomo è caduto e diventa evidente quanto sia difficoltoso uscirne. Il poeta non è però un accusatore altezzoso, non si eleva né si distacca dall’umanità criticata, usa spesso il pronome noi.
“Prima o poi uno di noi scriverà la parola fine,
Nessuno si accorgerà del nostro passaggio,
Questa è la sorte degli uomini
che hanno venduto la storia
alle ragioni del male.” (VI)
E anche
“Non scuotono più le parole uccise
dalla solitudine su cui abbiamo edificato
le fondamenta del nostro tempo:
si chiama crisi lo sgomento
in cui stiamo scomparendo.” (VII)
Nella terza parte, “Nessun rumore significativo”, Nicola Vacca critica la paura che attanaglia l’animo ormai stanco di chi dovrebbe invece reagire. Qui si conferisce alla parola il rango di grimaldello, capace di imporsi e di aprire al tempo dell’ascolto e dell’amore. La parola è l’espressione della nostra interiorità incatenata, l’unico mezzo di cui possiamo servirci per salvarci. Non è mai semplice agire, là fuori ci sono troppi barbari, troppa ipocrisia, egoismo, abitudine, ma dobbiamo.
“Questa è la vita che abbiamo
Ora e qui si sta nel mezzo
con una feroce matematica dello spreco.
Riempire il vuoto con il vuoto
è l’idea fissa di questo stare
negli anfratti di una solitudine
che ci toglie i baci che non daremo mai.
Questa è la vita che abbiamo.
Eppure ogni giorno uccidiamo
a parola che apre all’ascolto
per paura di vivere il momento di tacere.” (L’idea fissa)
Nella quarta e ultima parte, “Una rosa nel caos”, il poeta, preso atto del dolore che è parte del mondo, caldeggia l’uso di una comunicazione autentica e concreta che accomuni gli uomini intellettualmente liberi, quelli ancora capaci di dubitare. Talvolta le parole si fanno cruente, a denunciare il marcio che ci opprime. Il verso taglia, lacera la coltre che ottunde la vista, penetra nelle ferite, affonda nel sangue.
“Soltanto se le parole pugnalano
Le ferite saranno rimarginate.” (Soltanto se le parole pugnalano)
Invita a ritrovare il coraggio di coltivare una rosa nel deserto.
“Eppure ci deve essere uno spiraglio
in questa luce nera che illumina il mondo.
Non possiamo credere all’infinito
al vangelo del nulla
e ai predicatori di un verbo senz’anima.
Anche nel deserto ci vuole coraggio
per coltivare la bellezza di una rosa.
Per ogni petalo che nasce
il caos è soltanto un avversario
da affrontare a viso aperto.” (Una rosa nel caos)
Ed è forse proprio in quell’”Eppure ci deve essere uno spiraglio” tutto il senso della poesia moderna. Nessuna finalità pedagogica da Nicola Vacca, né certezze, seguendo il prezioso lascito di E.M.Cioran, al quale Nicola Vacca sembra volersi rifare nel condividere certi aspetti del nichilismo, del pessimismo e della filosofia dell‘assurdo: la poesia non salva, la poesia è solo un grido.
La poesia che chiude la raccolta, Il terrore di essere poeta, è straordinaria, ma non la trascriverò. L’andrete a leggere, spero per voi.

Nicola Vacca è critico letterario, scrittore, poeta ed ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Ha vinto con “Luce nera” il Premio Camaiore di Poesia 2016.

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