Federica Giordano, “Utopia fuggiasca”

di poesiaoggi

Prefazione di Bruno Galluccio

Un respiro ampio in profondità ed estensione anima questa raccolta poetica di Federica Giordano. Si può, anzi, parlare di una pluralità di respiri diversamente modulati, i quali producono interferenze e rivelano nessi, diventando sonde per scandagliare l’universo emotivo e conoscitivo dell’autrice, e fanno di questo lavoro un’opera articolata e complessa che sa guardare lontano nello spazio e nel tempo, mantenendo tuttavia una profonda unità.

I testi nascono da abissi puntuali che hanno lasciato il segno, da legami forti che persistono anche nell’assenza, e da irripetibili gioie dell’infanzia: questi insiemi di esperienze, intensamente e consapevolmente vissute e accennate sempre con delicatezza, non si rinchiudono in un recinto minimalistico, non si limitano ad una comunicazione intimistica del quotidiano e dell’interiorità, ma si proiettano verso ampi spazi, grandi aspirazioni e grandi interrogativi, come in un potente rito di passaggio.
Federica Giordano è persona di cultura solida e indirizzata in molteplici direzioni, imperniata in maniera significativa nella letteratura, in particolar modo quella tedesca moderna e contemporanea: si è laureata in germanistica con una tesi sull’opera del tedesco Durs Grünbein (anche lui poeta che trae ispirazione da una molteplicità di stimoli eterogenei) ed è raffinata traduttrice di testi poetici dal tedesco. A questo nucleo forte si aggiunge in lei la passione per il mondo classico, per le arti figurative, per la musica, il cinema: una sorta di stupore onnivoro, una continua ricerca del bello e una tensione verso una sintesi superiore, che la portano a scandagliare ed estrarre elementi eterogenei i quali vengono immagazzinati in un complesso e fertile laboratorio interiore.
I punti di partenza del suo percorso creativo sono momenti spogli nella loro essenzialità, momenti di vuoto e di silenzio ma anche spazi noti di amore e di conforto; e da questi punti-leva l’esplorazione si dirama e si espande verso una pluralità di rapporti umani e luoghi impervi ed eterogenei. Il rapporto umano, se nutrito di intensità, è spazio in cui ci si ripulisce, e d’altra parte l’esplorazione di luoghi è filtro della coscienza, in quanto essi sono strumenti per comprendere la realtà umana; questa trama fitta e complessa si cala in un viaggio che va affrontato con fiducia ma anche con rigore e con attrezzi a difesa della propria integrità.
La poetessa asseconda la corrente della storia culturale e del destino, guardandosi intorno alla ricerca di attracchi e di punti di sutura per ricostruire una realtà che è originaria e ancestrale, ma che va in ogni istante riscoperta e disvelata. Un percorso teso ed estremamente dinamico, che mette in gioco una spinta interiore assoluta e una forte responsabilità individuale (“Ricordate voi il valore estremo della scelta”). L’universo fisico e culturale va a depositarsi nell’ “occhio bianco” dell’io poetico, che non è affatto un occhio cieco, ma, con felice capovolgimento, un occhio “in pace”, pronto ad accogliere , pronto ad amalgamare le immagini entranti con il ricco movimento interiore dell’autrice che non subisce né prevarica, ma procede ad assimilazione problematica. E la fiducia è spinta costruttiva da ridefinire e riconquistare ad ogni istante.
La raccolta si muove dunque lungo un interrogarsi continuo su questa tensione profonda, mette in campo la battaglia tra la gioia in agguato e il sempre incombente dolore individuale e collettivo, l’inevitabile della malattia e l’evitabile della volgarità e delle brutture.
Ecco quindi apparire il tema portante della raccolta: quell’Utopia che opportunamente compare del titolo, e vi appare come “fuggiasca” in quanto ardua da afferrare, ma anche in quanto dotata di energia e dinamismo, che la portano ad assumere sempre nuove forme, che spostano continuamente più in là il fronte della sfida e ne mutano di continuo il profilo all’orizzonte. In un quadro che è di scommessa e di azzardo “perché avremo in dono una fame che vola”.
Un’utopia che viene vista in una posizione di equilibrio da calibrare con cura, che affinchè abbia sbocchi positivi concreti ha bisogno di radicamenti (anche culturali), che affinchè si levi in alto deve ancorarsi saldamente a polarità terrene. Un’alchimia rischiosa di interazione astratto-concreto, una ricerca di armonia architetturale: l’altezza può essere raggiunta solo su una base solida, le incursioni in regioni elevate deve avere contrappesi che assicurino la corretta statica dell’insieme e l’afflusso di linfa ai rami; un’idea di fondo che trova espressione in forma di immagine nell’appropriato disegno di copertina di Varini.
E al tema dell’utopia è strettamente correlato quello dell’aspirazione alla bellezza. Davanti agli occhi del lettore sfila l’antico che si rianima ed il contemporaneo visto da una distanza atta a potenziarlo: immagini classiche, reperti pompeiani, statue greche, bellezze dal Bosforo, icone egizie, inquietudini e risorgenze tedesche. La terra d’origine non viene dimenticata, ma non viene costretta in un quadro particolaristico e provinciale, è anch’essa filtrata dalle eredità storiche, attraverso respiri secolari che la pongono in comunicazione con culture diverse e le consentono di fornire il proprio contributo al grande quadro del desiderio.

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