Capelli struggenti di Franz Krauspenhaar a cura di Giovanni Agnoloni

di poesiaoggi

Capelli struggenti (Marco Saya Edizioni) è la nuova silloge di Franz Krauspenhaar. Forse meglio di qualunque altra (penso in particolare a Biscotti selvaggi e Le belle stagioni, sempre edite da Marco Saya), coglie la misura stilisticamente ibrida della scrittura di questo autore, perché combina liriche dal taglio narrativo a spunti prosastici densi di intuizioni poetiche.

Il tema di fondo – e il vero Leitmotiv di tutta l’opera letteraria di Krauspenhaar – è la solitudine. Anzi, si può dire che Capelli struggenti sia un’articolata declinazione di questo vocabolo dell’anima, come se la sua forma frammista di poesia fosse un lungo esercizio flessivo, con decine di casi per esprimere ogni sfumatura di funzione logica, o un infinito pentagramma, carico di microtoni atti a fotografare le minime sfumature del mondo di dentro.

Perché per me questo è il senso del titolo: “capelli struggenti” come sottilissime entità emozionali, aghi quasi impercettibili, che suscitano sensazioni estremamente lucide, consapevoli, spietate. Come nella lirica di apertura, “Alla madre”: 

“Mamma io sono già morto
e vorrei approfondire il futuro
ma tu non esserne colpita
sono morto come un foglio
giallo, sotto una biro che non scrive.
Nel nostro profumo di vaniglia
le torte che hai fatto salutano
la nostra storia. Io sono già morto
con la musica troppo alta, l’ozio
delle domeniche e il vento che spira
dalla mia testa china. Non temere,
sono vivo ancora, se ti avvicini.
Se ti avvicini saremo sempre vivi,
il vento saremo noi, contro la musica
del cielo, della nebbia, della pioggia, del sole
e avvicinarsi ai confini, senza paura.”

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