Sonia Lambertini, Perlamara

Roberto R. Corsi

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Nelle sempre più rarefatte occasioni in cui qualcuno si cimenta nella lettura di un mio testo, si tratta di gente comune: amici, parenti, vicini di ombrellone incuriositi… Da fulminato a elitario, gli aggettivi che raccolgo e conservo mi danno conto del letto di Procuste in cui giace la mia poesia, forse quella di tutti o di molti: un sillabario per gli addetti ai lavori, un Codex Seraphinianus per le persone che vorresti attrarre alla lettura poetica. Cambiare il fianco su cui si riposa, ossia subire la lenta, “PrimoLeviana” forza di erosione del giudizio esterno, è naturale, in qualche misura inevitabile; riscontrabile – se si è appena accorti – anche in chi si dichiara platealmente estraneo a tutto ciò.
Questo mi fa riflettere su come – in nome della chiarezza o delle metrics delle soglie di attenzione del pesce rosso – oggi si sia perso molto del “tesaurizzabile” della lettura…

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