La risposta del gorilla – Su “Legati i maiali” di Teodora Mastrototaro a cura di Laura Liberale

di poesiaoggi

Massimo Filippi, in Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte, riflette sulle risposte date da Koko, una femmina di gorilla, agli addestratori che le hanno insegnato a parlare il linguaggio umano:

«Dove vanno i gorilla quando morire?»
Koko risponde: «Comodo buco addio».
«Quando i gorilla muoiono?»
Koko risponde: «Guaio vecchi».

Citando direttamente Filippi: «[…] scopriamo che anche Koko sosta nei pressi del cadavere, che gli animali possono esperire la morte e che il parlare non è loro precluso. Scopriamo che Koko ci parla di un’esperienza “meticcia” della morte che “è” sia esteriorità (“guaio” = morte come accidente che viene da fuori) che interiorità (“vecchi” = morte come aspetto che è dentro l’esistenza), un’esperienza che permette di instaurare un dialogo nella forma dell’“addio” alla Umwelt (il “comodo buco”)». Ora, proviamo a immaginare quali potrebbero essere le risposte di Koko alla visione di ciò che accade in un allevamento intensivo o in un macello. Quasi sicuramente il trauma interromperebbe qualsiasi comunicazione. Potremmo leggere solo il suo corpo, le sue grida, il suo pianto. Ma all’umano i corpi, le grida e i pianti non sono mai bastati. Per l’umano, il criterio ultimo di dignificazione del vivente è l’evidenza di quella parola-pensiero che, inutile dire, egli attribuisce a sé stesso se non in esclusiva certamente in massimo grado. Vi sono alcuni, tuttavia – fra quanti fortissimamente entrano in risonanza empatica con il resto dei viventi – che tentano (consci dell’alto rischio di fallire) di “prestare” il loro linguaggio specifico, “di specie”, all’Altro; di dare voce all’Altro, quando quell’Altro – per assurdo proprio nell’espressione assolutamente non fraintendibile del dolore – rimane del tutto inascoltato. Rischio di fallire: in primis non usando in modo davvero efficace la lingua a disposizione. Come? Banalizzando, debordando nell’antropomorfizzazione, appellandosi a immediate “risposte” viscerali prive di un profondo pensamento a monte; fermo restando che si tratta di un rischio che vale sempre, e dico sempre, la pena di correre, perché il dolore non deve mai restare inascoltato.
Quando però questo rischio sia stato ponderato a lungo, quando la lingua sia stata fatta decantare per anni nell’impegno attivo vissuto in prima linea, nella decisa e costante riaffermazione di un’etica di vita, allora il risultato può essere davvero notevole, e questo è il caso di Teodora Mastrototaro e del suo Legati i maiali, da poco uscito per Marco Saya Edizioni, nella collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux.
Due le sezioni del libro, due le voci collettive parlanti: quelle degli uccisi e quelle degli uccisori.

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