poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Mese: gennaio, 2022

Gli incorporei appunti … con nota di Giorgio Linguaglossa

Marco Saya incorporei appunti, Marco Saya Edizioni, 2021 pp. 116 € 12

   Supponiamo di trattare questi incorporei appunti di Marco Saya a guisa di una res e di optare per il procedimento analitico anziché per quello ermeneutico sulla scorta di quello che Genette definisce «una specie di bricolage intellettuale»; ci troviamo dunque in presenza di componimenti per lo più brevi, contenuti mediamente tra i quattro e i dieci versi; le poesie più lunghe sono suddivise in strofe con un tagli di varia estensione; i singoli componimenti, sprovvisti i titoli, sono costruiti metricamente mediante l’accorgimento di una oscillazione costante tra valore e disvalore che è ottenuta alternando ortometri a ipermetri, sistema che tende a reciprocare lo scambio delle parti, istituzionalizzando l’ipermetro e devocabolarizzando l’ortometro, e contemporaneamente a rivelare una scarica di effetti retroattivi sulla tradizione, se è vero che la trasgressione metrica offre una eccedenza sillabica minimale rispetto all’endecasillabo. Questo procedimento metrico è comune alle raccolte precedenti dell’autore, dotate peraltro di un alto tasso di figuralità, di spazi interni, di aperture semantiche, così che tra la lettera e il senso, tra quello che il poeta ha scritto e quello che ha supposto si crea una discrepanza, uno iatus che, come ogni spazio, obbedisce ad una ratio strategica, quella forma che Genette chiama figura (Figures). Questo habitat di figuralità, si serve di approcci derivati dalla più intensa delle figure traslativo-selettive, cioè dalla allegoria, e viene in questa raccolta deliberatamente ribadito: uno dei raccordi con il macrotesto è appunto la riconoscibilità ritmico-metrica che unifica, attraverso il procedimento di diffusione metrica, la presente raccolta rispetto alle poesie del passato.

   Sul piano sintattico la nuova prova presenta, a tratti vistosamente, un prevalere di veri e propri grovigli, o gomitoli ipotattici da intendersi, dal punto di vista della norma e del valore, come equivalenti della libertà metrica: scopo del gomitolo ipotattico è di incrinare e autenticare l’incrinatura della funzione discorsiva, così come scopo della alleanza cinetica tra ipermetri e ortometri è quello di incrinare la funzione «poetica»; non si tratta, si badi, di uno schema sintattico orientato alla delusione del racconto e all’abilitazione dell’ambiguità e dell’incompiutezza come atto di legittimità per proporre ciò che non può essere detto se non per mezzo delle stesse proprie strutture funzionali; si tratta, al contrario, di una ipotassi rincartata per sovrabbondanza di razionalizzazione. L’andamento generale è aforistico e discorsivo, senonché il linguaggio naturale fa trasparire il linguaggio mentale, in una sorta appunto di «ontosistema» linguistico.

   Il piano semantico presenta a sua volta due tipi di frequenze inequivocabilmente rilevanti che si trovano significativamente situate in posizione contestuale e nello stesso tempo divergente: si tratta dei segni del «quotidiano» trattati con le loro disseminazioni e  ritorsioni paragrammatiche, in cui la conversione anagrammatica, censurata, viene poi prepotentemente rivelata dalla discorsività sul clinamen che rinvia a un codice esterno come ad esempio le rimescolanze tra il pop e il quotidiano, che insistono ad esempio in alcune composizioni, vedasi in proposito quella che ha per titolo “Riff”, dove la reiterazione di singole strofe vuole dire rafforzamento e ribadimento del logos esperantizzato che si usa oggidì. Si sviluppano attese denegate dall’orizzonte di attesa del testo che indice la proclamazione oppositiva tra i segni anche proposti ambiguamente come giunture e cicatrici del senso e del significato. Componimenti dunque ad alto tasso di indecidibilità, di riconoscibilità e di indecisione che costituiscono il nerbo della frattura senso/sintassi e la frattura ritmo/aritmia.

   Gli campi interni sui quali misurare il grado di incidenza della literaturnost sono qui ottenibili in absentia e sono di tipo prevalentemente grammaticale e come tali riferibili a un qualunque grado zero che limita agli interstizi combinatori della grammaticalità la scelta tra il segno intellettuale e il segno del pensiero prelinguistico. Citando ciò che rimane fuori (sintassi epico-narrativa, metrica come poeticità, spazio della figuralità) e considerandolo come tale irreperibile, irrilevante, deviante, Marco Saya reintroduce, a livello sia pure di nostalgia e/o di bricconeria, lo spazio poetico come risultante dalla discrepanza tra quello che il poeta ha scritto e quello che ha pensato: «Pretendere la popolarità della poesia è come chiedere al silenzio di schiamazzare».

Giorgio Linguaglossa

10 anni

Il 27/01/2012 nasceva ufficialmente la casa editrice. Sono trascorsi 10 anni, anni di soddisfazioni e la consapevolezza di aver pubblicato autori e autrici di grandissimo spessore. Continuiamo così, auguri all’editore, ai collaboratori e a tutti gli autori, lettori che hanno contribuito allo sviluppo di questa realtà che continuerà a proporre una propria linea progettuale.

“Aritmia”

Convenzionali

di Gabriele Ottaviani

Va soccorsa la parola fragile…

Aritmia, Elena Mearini, Marco Saya editore. Il battito del cuore punteggia la relazione dell’individuo con la realtà in cui è immerso, scandendone il quotidiano ripetersi delle azioni: talvolta però l’uomo ha la sensazione di essere fuori tempo, che il flusso del suo esistere proceda in maniera disarmonica. Mearini, che conosce la parola poetica, indaga la fragilità con versi pieni di empatica, delicata e profondissima freschezza.

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In libreria/ Marisa Cecchetti. “Aritmia” di Elena Mearini

Poesie brevi sulla pagina bianca, come un timbro sospeso in alto, raccolte in un libro chiaro, con una immagine di copertina anch’essa quasi un bollo centrale lievemente ansiogeno -due mani sinistre essenziali e contratte-, un libro talmente bello anche a vedersi che non si osa scrivere note a margine col lapis, per non sciuparlo. Poi scendi fra le parole e scopri un’anima che trema, che si sente persa nel buio della notte, che sente il peso dell’hortus conclusus, inatteso ed inevitabile. Che si rifugia nella nostalgia della bambina che è stata, quando tutto appariva fantastico perché ancora da scoprire la vita. In un momento in cui fare Poesia sembra impossibile – diventa inevitabile, sia pur in situazioni diverse, il rimando a “e come potevamo noi cantare” di Quasimodo – nello stesso momento in cui si ammette la fragilità, il disorientamento, la paura, il bisogno di cercare il centro di sé, il desiderio di poter tornare piccina piccina in modo da essere cullata e protetta, sgorgano versi limpidi, in una sintesi di pensiero e di emozioni sapientemente filtrate: “Se solo fossi/ un poco più alta di me/ potrei stare/ spalla a spalla con un filo d’erba/ o fronte a fronte/ con la margherita nel campo”. E ancora “Con la curva/ della nostalgia adulta/ costruirò uno scivolo/ per tornare bambina”. Puntare al centro di sé porta a strappare ogni maschera indossata al bisogno e secondo le circostanze, rivela l’individuo nella sua nudità, e può turbare: “Quando m’incontro/ provo l’imbarazzo di chi/ non si vedeva da tempo”. Eppure quello che resta del sé, quello che si salva dopo aver buttato le maschere, quel “residuo che resiste”, “l’ultima me che resta”, diventa il tesoro da proteggere e su cui di nuovo costruire, valorizzando il presente, l’esserci, facendo scadere il passato: “i nostri abissi sulle spalle”. Il silenzio accompagna le pagine, amplifica il disorientamento, rende più aggressivo il suono della sirena che lo offende: “Ha respiro lento/Milano,/ e il suono della sirena/ torna ad essere/ il filo che trascina via/ l’aquilone dell’alba”. Nell’attesa che si dilata, nelle notti che sembrano non finire mai, “una stella/ che guarda il mio cane” può aiutare a superare “ogni paura/ senza spavento”, coltivando il sogno di farsi leggera come nuvola e di affidarsi al vento: “Mi sfilaccerei sorridendo/ se fossi nuvola affidata/ alla sartoria del vento”. Ma siccome non è dato diventare nuvola, resta l’obiettivo -sempre affascinante nonostante tutto- di reinventarsi la vita, come fa il suo cane che “gira nella durata del cerchio/ senza fare inizio né fine./ A volte il mio cane/ s’inventa la vita”. Marisa Cecchetti Elena Mearini, Aritmia Marco Saya Edizioni, 2021, pp. 96, € 12,00

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=index.php&cmd=v&id=24046&fbclid=IwAR3wLk0KzywnzFpf6_No76pzhiR8YCXEKIkwZWNb9m7WjTMPV7NQlxR_IY0

Incorporei appunti di Marco Saya a cura di Alida Airaghi

Marco Saya, 2021 – Il poeta e editore Marco Saya pubblica una scelta di suoi versi scritti tra il 2000 e il 2021.

L’antologia che Marco Saya (Buenos Aires 1953, editore e musicista jazz) ha da poco pubblicato, raccoglie una scelta di versi scritti in vent’anni di attività poetica, già usciti in diversi volumi: Incorporei appunti (Marco Saya, 2021).

Testimoniano un percorso di consapevolezza letteraria che si dipana dagli esordi più intimistici, attraverso alcune sperimentazioni di stampo avanguardistico, per approdare al più controllato esito formale della produzione recente.

Se nelle poesie dei primi anni duemila temi e toni prevalenti si situavano all’interno della discorsiva e pacata linea lombarda, con aperture morbidamente sonore (“Non ci è dato sapere / se i cari estinti anelino / a resuscitare e penso di no”, “Quel palloncino salì improvviso / scappato da una piccola mano”), negli anni la tensione etica sottesa è diventata più severamente esplicita e risentita, evidenziando un deciso rifiuto ideologico verso la cultura postindustriale e gli ambienti sociali e culturali effimeri, conformisti ed esclusivi proposti da un “capitalismo abortito”, da una “democrazia stuprata”.

La frenesia del lavoro compulsivo, la rincorsa al successo economico, il meccanicismo di rapporti umani vissuti all’insegna dell’interesse personale, vengono stigmatizzati con un fastidio che sa farsi rabbioso rifiuto:

“Le parole mentono. / Nude si coprono”, “La disperazione scivola / al mio fianco, / mi accompagna nell’open space, / che fastidio tutte quelle voci / all’unisono”, “E tutti dicono. / Poi tacciono. / Si nascondono. // E tutti pretendono”.

Milano, la città in cui Saya vive e lavora da più di cinquant’anni, diventa il simbolo di una disumanità crescente, a cui l’individuo spesso non riesce a opporre resistenza:

“Simili a pappagalli ripetiamo / che c’è stato un giorno, / un mese, un anno e domani / ritorneremo alla “burlesque” / di questo tempo ignari / di un futuro e imprecisato / giorno, mese, anno”, “Perché non scappavamo da questo scempio? / Perché non distruggevamo il non senso? // Torniamo a essere normali. // Nella pazza incredulità / riprendiamoci gli oggetti smarriti”, “pause di respiro. / flash di intermittenza, / luci impazzite del microonde. / “dove corri?”, “in ufficio” meccanica risposta-suono. / suona il cell. / numero privato chiama”.

Chi scrive si abbandona sia a sconfortate confessioni bisognose di un’assoluzione, o di autoassoluzione (“Mi sento / (sempre) / fuori dal coro / di chi ha fatto / della consuetudine / il minore dei mali”, “È strano vedersi che vivi, / ti domandi perché sei lì… in mezzo agli altri (chi?), “Svesto il cuore / del rivestimento”), sia alla ricerca di verità definitive, che aiutino a trovare un ancoraggio esistenziale, in grado di salvare dal “coma della vita”.

Quando il “fardello umano” si fa più pesante, allora nasce il desiderio di rimescolare le carte, servendosi di “un mazzo nuovo / con altri giocatori”. Anche la musica può offrire salvezza, soprattutto se modulata sulla passione di un’intera esistenza. Esperto chitarrista jazz, Marco Saya esprime in versi sincopati la sua riconoscenza alle note:

“Jazz jazzbo dancer / nel vicolo bidonville / o nella tumefatta favela / o nella metro leggo metro / o city leggo in piazza affari”.

Frequente nel volume è la sperimentazione di stilemi diversi, utilizzanti calligrammi, reiterazioni, plurilinguismi, citazioni varie, così come di termini scientifici tratti dall’astronomia, dalla fisica e dalla paleontologia, a testimonianza degli interessi culturali dell’autore, approdato all’editoria dopo una lunga professionalità vissuta nell’ambito dell’ingegneria informatica.

Gli “incorporei appunti” del titolo segnalano l’intenzione di un avvicinamento discreto alla poesia, dove i versi, scorporati da qualsiasi presuntuosa referenzialità autobiografica, rivendicano la necessità testimoniale di annotare e chiosare tempi e spazi della nostra comune avventura terrena.

https://www.sololibri.net/Incorporei-appunti-Saya.html

Jules Laforgue, Ultimi versi

perìgeion

laforgue

Introduzione, traduzione, note critiche, bibliografia a cura di Francesca Del Moro

Una poesia anarchica

La nascita della poesia di Jules Laforgue si può collocare intorno al 1880, nell’ambito della crisi aperta in Francia dalla guerra perduta contro la Prussia e la repressione della Comune, in un’epoca segnata da un generale scoramento e dalla perdita del- la fede religiosa. Sono gli anni in cui in filosofia si affermano il determinismo storico di Hyppolite Taine e l’evoluzionismo darwiniano e spenceriano, e la narrativa vede il trionfo del naturalismo, con le opere di Zola, dei Goncourt e di Maupassant. Per contro, la poesia muove in direzione di una nuova mistica estetica, guardando al modello di Baudelaire, in particolare per quanto riguarda la contrapposizione tra la vita materiale e gli ideali della Bellezza e dell’Arte. Nel campo delle arti figurative, l’impressionismo celebra la soggettività dell’artista, la sua capacità di cogliere la bellezza della vita…

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