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Categoria: Poesia

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«Riparare il viola» di Giorgia Meriggi a cura di Alida Airaghi su sololibri.net

«Riparare il viola» di Giorgia Meriggi


Alida Airaghi     16-01-2018

Alla poesia viene demandata la missione riparatrice e ordinatrice del viola dell’esistenza, magma oscuro di cui spesso si tinge la realtà opprimente che ci circonda, come osserva giustamente Antonio Bux sulla quarta di copertina:

“È un lento riparare le fratture / di questi muri, riempire le crepe / con ciò che è andato in pezzi: erbacce, vezzi, / ossa di teiere, sillabe avanzate / dai versi, resti di macelleria. // Con le metafore poi si sutura, / sono emostatiche”.

Sofferenza e disagio paiono evidenti nella scelta di termini che esprimono un malessere fisico riflesso in un’immedicabile infelicità interiore: “scordatura atriale”, “insonnia”, “infarto”, “acufeni”, “infezione” vengono sottolineati dal riproporsi di vocaboli aggressivi, taglienti, feroci nella loro graffiante ruvidezza (rovi, crepe, spini, solchi, doglie, strappi, croste, scaglie, amputazioni, inferriate, trincee, lance, cocci, uncini, carta vetrata…). E allora, l’unico scampo al dolore del corpo e dell’anima può venire dall’osservazione attenta dell’esterno, di ciò che nella natura continuamente cresce e fiorisce, del verde salutare in grado di promettere guarigione e rinascita:

“Ecco che inizia a ricoprire l’erba / le malefatte dell’inverno…”.

Se pure il mondo vegetale soffre (“le radici incarcerate”, le “stanchissime foglie”, “i fiori stinti”), indagato com’è con applicazione quasi chirurgica, Giorgia Meriggi riesce a ipotizzare un approdo salvifico cui aggrapparsi solo nell’enumerazione classificatrice di piante e fiori, nel silenzio degli orti, dei campi e delle serre, in una sorta di religiosità panica e naturale: “i boschi sono chiese senza / un tetto, create dai mantra di insetti / notturni”. Addirittura sembra affiorare un’immedesimazione del corpo ferito nella fisicità arborea: sangue-linfa, braccia-rami, piedi-radici, pelle-corteccia

“Quando io cammino / qui sono una quercia. // … Quando io cammino qui io so / di essere un faggio”, “La pazienza di stare in un vaso, / per durare fino a un altro giardino”, “Dondolando sopra un noi / rinforzo i punti sulla faccia. / Il filo / si rompe, canfora e paglia escono / dalle cuciture”, “L’esperienza in amputazioni aiuta / a tenere il giardino ordinato”.

In queste metamorfosi vegetali (come non pensare a Ovidio?) si cela il desiderio di fuggire il male (“Vedi nel mondo il serpente, o vedi / la corda”), spesso incarnato in minacciose figure maschili, talvolta crudelmente indifferenti, quando non addirittura brutalmente sopraffattrici.

La parola piena ed esatta di Giorgia Meriggi, terragna e mai eterea, priva di qualsiasi indulgenza o retorica, riesce ad aderire in concretezza all’immagine: essa stessa fatta corpo, materia.

https://www.sololibri.net/Riparare-il-viola-Giorgia-Meriggi.html

 

Riparare il viola copertina del libro
  • Titolo libro: Riparare il viola
  • Autore del libro:Giorgia Meriggi
  • Categoria: Poesia
  • Anno di pubblicazione: 2017

 

Quasi un consuntivo dell’opera di Remo Pagnanelli, scritto da Alida Airaghi

Sabato, 13 Gennaio 2018 00:00

Quasi un consuntivo dell’opera di Remo Pagnanelli

Scritto da 

Remo Pagnanelli, poeta e critico letterario, nacque il 6 maggio 1955 a Macerata, dove morì suicida il 22 novembre 1987, trentaduenne. Fondatore nel 1980 della rivista Verso, esordì l’anno successivo come poeta con la plaquette Dopo, cui fecero seguito Musica da Viaggio, Atelier d’inverno e il poemetto L’orto botanico, per il quale ottenne il premio internazionale “Montale 1985”.
Vennero pubblicati postumi l’ultima raccolta di versi Preparativi per la villeggiatura ed Epigrammi dell’inconsistenza. Tra i suoi scritti critici, due studi su Vittorio Sereni e su Franco Fortini.

 

Nel 2000 Daniela Marcheschi curò per Il lavoro editoriale l’antologia Le poesie, e oggi la stessa Marcheschi ripropone per Donzelli una ricca scelta di versi di Pagnanelli tesa a indicare al lettore la compattezza tematica, la profondità meditativa e gli sviluppi della ricerca formale della sua scrittura, mettendo in luce come il giovane intellettuale marchigiano abbia vissuto la cultura “con uno slancio di integrale umanità, con una serietà di studi e generosità rare, [facendo] della poesia il crogiuolo della sua esistenza e dell’intera sua esperienza di uomo”.
Pagnanelli lesse con attenzione critica la maggior parte dei poeti italiani contemporanei, ricavandone insegnamenti estetici e morali, convinto com’era che la letteratura fosse necessariamente maestra di vita e occasione di crescita interiore: ad essa demandava soprattutto la riflessione sulle domande fondamentali dell’esserci, interrogandosi laicamente sul destino dell’uomo e sulla morte, sull’inconsistenza del reale e sull’imprevedibilità del caso, sul rapporto con la propria corporeità e sull’amore. Leggere oggi le sue poesie, così eticamente severe e crudelmente interrogative, alla luce della sua scelta finale è ovviamente pretestuoso e sbagliato: eppure la delusione per la banalità del quotidiano, per la sordità dei più verso la bellezza della natura e dell’arte, per la decadenza corrotta della politica per cui aveva nutrito ingenue aspettative, fece presto di lui e della sua lotta contro la banalità un combattente spuntato, sfinito. “L’hidalgo è stanco”, scriveva in una delle ultime composizioni. Che possiamo commentare forse proprio partendo da quella che conclude il volume in questione, dal titolo umilmente dichiarato (Quasi un consuntivo):

La luce più vasta è il buio,
questo già lo sapevamo,
non la più penetrante però…,
come la luna ch’è un faretto,
sul palcoscenico all’aperto.
Centra e si sposta ovunque,
al contrario non si muove
ma è dappertutto la medesima.
Detto tutto.

La luce, il faro a cui guardare perché illumini la nostra strada, al di là di ogni illusoria e semplicistica fede, è un richiamo costante in questi versi: “quella luce non la potrai raccontare / non c’è uomo o donna assiepati ad ascoltarla / dato che estremamente muore e dice addio…”; “mi godo questa Luce ultima / della fine senza fine. // Profonda / quanto più nel ritrarsi / pare scalfire. / Che non possiede, / che spossessa le cose e te, / riducendo all’osso e al bianco. // Quant’altra sotto ne dorme / che la pioggia non offusca”.
Consapevole della sua estraneità nei riguardi dell’esistenza comune (“Mia ombra mio doppio, / talvolta amico ma più spesso / straniero che mi infuria ostinato, / mio calco che nessuna malta riempie…”), Remo Pagnanelli sapeva di non poter contare su alcuna “divinità felpata” protettrice o consolatrice (“Riprova Zaccheo, risali sul sicomoro / per vedere il Signore se mai passi”), e allora tentava di appellarsi alle persone intorno: amici, parenti, donne da amare, già certo di non poterne ottenere ascolto o aiuto: “Che altro di strabiliante chiedevo per me, / da lasciarvi tutti così sorpresi e non piacevolmente, / niente che già non si sapesse e di cui fosse / taciuto e da tanto”; “ ‒ starò, è certo, fra amici ma non / volevo dire questo, domandavo / ben altro”.

Eppure, superando ogni delusione, ogni ostica resistenza esterna, da poeta dell’interiorità qual era, riusciva a comunicare nella sua scrittura la splendida gratuità di ogni apparizione naturale, della luna come della vegetazione più minuta, delle sfumature umbratili del paesaggio, delle movenze leggiadre di “strane fanciulle”, dell’attesa delle festività, del ricordo di gioie infantili: insomma qualsiasi “beltà ornata e beltà disadorna”, erede in questo del luminoso esempio dell’amato Leopardi.

In questa fase dell’anno tutto sanguina.
Il fiume sfinendosi non s’inazzurra più,
lo percorre un alito di schegge cenere
che espelle gli ori del tramonto.

pare impossibile, ma dalla magrezza
degli olivi tremanti, dalla magrezza
arida e esangue, fluisce non so che
polline o sudore.

In uno stile tutto suo, classico senza essere tradizionalista, limpido e consueto nel lessico, indifferente a metrica, rime e artifici sintattici, rivelando talvolta qualche eco montaliana (ad esempio nel bellissimo trittico I lari), ma fatta propria e riassimilata con originalità, Pagnanelli si affidava a un ritmo modulato dal pensiero, perché era proprio la riflessione filosofica a costituire l’ossatura del suo poetare, condizionandolo, sorvegliandone le soluzioni stilistiche, con coerenza stringente.
Testamentaria e tombale, indice del “rigore insanguinato” di cui si sapeva orgogliosamente vittima, ci appare una sua austera e razionale definizione della morte, che potrebbe essere assunta ad esergo dell’intero volume:

La morte sta nell’eliminazione di ogni suono e residuo linguistico. Di conseguenza non sarebbero praticabili incontro con ombre, dèi, fate, cioè alcuna consolazione da scribi. Attraverso questa porta senza referenti si può dimenticare e essere dimenticati, non possedere né essere posseduti. Addio storia, addio natura.

Non dimentichiamolo, questo giovane favoloso e inflessibile. Continuiamo a leggerlo, a capirlo.

http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/3424-quasi-un-consuntivo-dellopera-di-remo-pagnanelli

Remo Pagnanelli
Quasi un consuntivo (1975-1987)
Donzelli, Roma 2017
pp. 162

Bibliografia:
Pagnanelli, Remo – Studi critici. Poesia e poeti italiani del secondo Novecento, Mursia, Milano 1991
AA. VV., In quel punto entra il vento. La poesia di Remo Pagnanelli nell’ascolto di oggi, a cura di G. Garufi, F. Davoli, Quodilibet, Macerata, 2009.
Archivio contemporaneo Bonsanti. Gabinetto Scientifico-Letterario G. P. Vieusseux di Firenze
www.remopagnanelli.it

I poeti appartati: Mario Benedetti, nota di Alida Airaghi

I poeti appartati: Mario Benedetti

12 gennaio 2018

Pubblicato da 

 

Da Umana gloria (2004)

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

***

A D.

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 

 

Da Pitture nere su carta (2008)

Dalla notte il mattino la notte,
pantaloni verdi, pantaloni blu,
il nero, l’azzurro, il ramato, tutto.

Perché non è più qui una parola.
Sono case i mari, le strade,
e strade e mari, le case.

La pietra affonda senza corda intorno al collo.
Affiorano a cerchi le parole sulle sue labbra.
Ma non importa, non importa.

Qualche vocale, lungo il viso bianco,
e nero, di capelli, la sua luce.
Affossata su un fianco. Accucciata.

Dietro di te, e davanti, oltre, non c’è niente.

***

physical dimensions

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.

L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.

Qui.
Oh.

 

Da: Tersa morte (2013)

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per potere essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

***

Il sosia guarda, la vita ha deciso.
Vede gli ultimi giorni, si vergogna di scriverlo.
È avvolta nella coperta sui piedi,
il figlio senza lo stomaco mangia i pezzetti di trota
sulle scatole dello yogurt medicinale.
Giocato a carte nel bar del paese. Non visto il due.
Bevuto il caffè con la diarrea refrattaria.
È una storia per tutti questa morte.
Nella casa il sosia tocca le dita della madre
dicendole che il figlio è morto. Dopo la pleurite
un mese prima di compiere gli anni lei
ha detto: anch’io e la nostra casa non ci siamo più.

***

Ritornare nei giorni, mandarli avanti.

anni fa, adesso, domani. Era così

per te, è così per tutti? Stare nelle ore

per altre ore, nei giorni che ci saranno.

E dire dei morti come se fossero

ancora dei vivi, come è necessario

sorridere quando si è in compagnia.

 

Da Questo inizio di noi (2015)

Se le vite si ritraggono ognuna
nel suo continuare o nel rimembrarsi
avremo sempre le parole in posa.

Vedi, il libro ti è davanti, le frasi
mozze bene assottigliate sussumono
anni di giornate con le loro ore.

Getta quel libro, è odore della carta:
e il bimbo apriva e ripiegava, apriva
e ripiegava l’odore d’inchiostro

e delle figure: la madre giovane
ma il bambino la vedeva una morta
ma anche non era una morta, davanti

quell’angolo di muro che si apriva
e ripiegava, apriva e ripiegava.

Nota

di Alida Airaghi

Garzanti ha da poco pubblicato Tutte le poesie di Mario Benedetti (Udine, 1955), poeta schivo e non conosciuto quanto merita, che dagli anni ’70 ha seguito un suo percorso autentico e originale di scrittura, fedele a una interpretazione umile e partecipe della realtà e del proprio vissuto.

Il volume raccoglie per la prima volta le sue opere più rappresentative, da Umana gloria (2004) a Pitture nere su carta (2008), fino a Tersa morte (2013) e all’inedito Questo inizio di noi (2015), ed è prefato da tre illustri poeti e amici (Antonio RiccardiStefano Dal Bianco, Gian Mario Villalta), che sottolineano con affetto e stima non solo la qualità letteraria dei versi di Benedetti, ma anche la tensione etica che li anima, radicata nei dati sofferti della sua vicenda biografica.

La madre originaria di una Slovenia impoverita, il padre invalido, il mondo contadino di Nimis con la sua lingua non esportabile, il terremoto del’76, gli studi a Padova e il trasferimento in una Milano proletaria e indifferente, la malattia autoimmune che si aggraverà nel corso di tutta l’esistenza per evolvere poi in sclerosi e infine nell’ictus che lo costringe oggi a una vita dimidiata, solitaria, impossibilitata a esprimersi: motivi sufficienti a spiegare «l’energia fredda e compressa e mista di intransigenza» di questo autore, i «sentimenti di inadeguatezza, inappartenenza e precarietà», la «durezza» e lo «smarrimento» di cui parlano i suoi commentatori.

In un’intervista radiofonica del 2012, Mario Benedetti diceva di sé «Sono nato malato… anche da bambino… avevo sempre qualcosa»: ma la sua pare al lettore una malattia più dell’anima che del corpo, l’impossibilità di adattarsi al reale, il sentirsi eternamente fuori luogo, in uno stato di perenne provvisorietà.

Se leggiamo le poesie tratte da Umana gloria (quale gloria, c’è da chiedersi, se non quella sconfortata e avvilita della pura sopravvivenza), troviamo ripetuto il simbolo del muro: scrostato, “strappato”, che più che a proteggere serve a rinchiudere, a limitare, a imprigionare. Intorno, erbe, sassi, campi da dissodare, la fatica di un lavoro pesante e senza parole. L’infanzia, regno mitico del ricordo, è malinconia e stupore, un domandarsi impauriti perché si è sulla terra, a fare cosa e come, maldestri nei gesti e nell’espressione: «non so come dire», «Dove sono? / io dove sono?», «perché sono qualcuno?», «Servirebbe guardare da lontano, pensare che si guarda. / Pieno un pomeriggio di dormiveglia voglio stare», «Mattine senza sapere di essere in un posto, dentro una vita / che sta sempre lì». Le persone si muovono con lentezza e rassegnazione; sono i nonni, i genitori, il fratello, e altre comparse di cui si citano i nomi, tanti nomi paesani oggi in disuso (Dino, Vanni, Agostino, Ernesta, Rina, Giacomino…) quasi fossero a disagio anche nel solo sentirsi chiamare.

Se il poeta si allontana dal paese per andare in altre città più grandi, o all’estero (la Bretagna e il mare del Nord tornano spesso, con i loro freddi) rimane comunque estraneo ai luoghi, confuso, in attesa di una identificazione che non arriva mai, senza alcuna volontà introspettiva o di scavo psicologico. Il lessico semplicissimo, lo stile volutamente dimesso, la sintassi sconvolta, con frequenti anacoluti e tautologie, sembrano voler sottolineare l’incapacità di adeguarsi alle aspettative di chi legge.

Questa volontà spiazzante e provocatoria della lingua è tanto più evidente in Pitture nere su carta, in cui Benedetti approda a una scrittura sincopata, scarnificata, quasi celaniana, che denuncia l’assurdità del vivere, poiché è la morte che alla fine vince, e tutto si dissolve nel turbinoso rincorrersi di anni, secoli, millenni, di cui solo i musei, i cimiteri e i reliquari manterranno testimonianza: «Ma nessuno è qualcuno, niente la notte, nessun mattino», «Infinite mattine, infinite notti. / Va dolce il nulla, // il dolcissimo nulla», «Non l’ascolto, sta la veglia, senza. / Carriole di muri, non raccontate». Il verso diventa balbettio, chiede soccorso a termini stranieri, alla pittura di Goya, di Cézanne, di Mondrian, alla storia e alla preistoria, alla teologia: «Rinnegato il canto. / Gli altari. / Perché tutti possano udire».

La riflessione sul tempo cede il passo, nell’ultima raccolta Tersa morte, al pensiero ossessivo della morte, al disfacimento dei corpi che diventano ossa, teschi, putridume, assediati in ospedali e case di riposo, tra personale impaziente, cateteri, diarree. Il poeta, o il suo sosia (poiché non è lui davvero che fa visita al padre, alla madre malati, agonizzanti: il dolore lo costringe a uscire da sé, a costruirsi una controfigura), si muove come sonnambulo, in una incomunicabilità totale con gli altri per pudore e vergogna della propria fisicità, aspettando una liberazione o una condanna: «Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole», «Il gas dei corpi, / i vestiti smangiati, i femori, / le mascelle, i denti, il loro sorriso, / il bacio dei denti, senza labbra», «Non è valsa la pena affaccendarsi».

Siamo sostituibili, irrilevanti, e nemmeno la poesia ci salva, come ammoniscono questi versi testamentari e purtroppo profetici: «Non saprai di essere morto, / non sarai, quel nulla che nella vita diciamo / non sarai, non ci sarai più, non saprai di te. / Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere / la pura inconcepibile assenza, non distrarti», «Ma io nella mia vita non ho scritto nessuna poesia, / io nella mia vita non ho letto nessuna poesia. / E questa nessuno l’ha scritta, nessuno l’ha letta».

https://www.nazioneindiana.com/2018/01/12/poeti-appartati-mario-benedetti/

 

L’immensità della cenere di Ulisse Casartelli recensito da Nicola Vacca su Satisfiction

L’IMMENSITÀ DELLA CENERE

di 

L’Immensità della Cenere (Marco Saya edizioni ) è il nuovo libro di versi di Ulisse Casartelli. Il poeta bolognese ha sempre molti nodi da sciogliere, per questo motivo scrive poesie.

La poesia per lui è un mistero che fa parte dei misteri della sua stessa esistenza.

Ulisse taglia le parole e senza mai rinunciare alla sua formazione filosofica anche in questi nuovi versi rincorre i brividi più inquietanti dell’essere come questione.

Ma è la sua poesia che fa venire i brividi, Ulisse la scrive in presa diretta con il suo terrore di essere uomo.

«Un demone ubriaco / canta nelle orecchie / l’illusione di una morte / che promette libertà». Ma è la sua poesia che fa venire i brividi con tutta quel desiderio di smascherare fino alla nudità essenziale la realtà.

Tra le sue pagine troveremo sempre il poeta e soprattutto l’uomo che sente a un passo la verità, ma quando cerca di afferrarla si accorge che davanti a lui si spalancano le porte del nulla.

Ulisse cerca se stesso nei versi che scrive. La poesia per lui è una lama che procura tagli sulla carne viva.

«In queste poesie ho sentito come essere uomini significa essere insufficienti all’ideale di noi stessi che grazie a una sola poesia possiamo ritrovare sgretolato. Se ciò significa svelare quello che siamo allora ne sarà valsa la sofferenza, anche se essa ci avrà condotto sulla soglia della follia».

Così scrive Ulisse con l’intenzione di mostrarsi al suo lettore come uomo che attraverso la poesia cerca lo svelamento di sé.

«Preferisco il precipizio / al terrore / di caderci dentro». Ulisse Casartelli non nasconde il suo inferno e soprattutto non si nasconde dietro paradisi facili. L’Immensità della Cenere è una collezione di inquietudini che ha nella cenere la metafora della verità.

Le inquietudini di Ulisse Casartelli (ma sono anche le nostre): egli sa benissimo che il poeta (e quindi l’uomo) è colui che non possiede nulla.

Alida Airaghi recensisce Luca Vaglio su Sololibri

Alida Airaghi recensisce il saggio-inchiesta Cercando la poesia perduta di Luca Vaglio su Sololibri.net Sololibri #Poesia

«Cercando la poesia perduta»

di Luca Vaglio


Alida Airaghi     10-01-2018

I dati raccolti sembrano addirittura allarmanti: solo lo 0,60 del settore librario (per un totale di circa 7.000.000 di euro di fatturato annuo) è occupato da libri di poesia, per lo più di autori stranieri considerati classici (Neruda, Rilke, Eliot, Salinas…); i poeti italiani contemporanei sono pressoché ignorati anche dal pubblico con formazione universitaria; il calo dei lettori e fruitori di questo genere letterario sembra costante e irreversibile. 
Quali possono essere i motivi alla base della marginalizzazione della poesia, che pure nel nostro paese ha goduto in passato di una collaudatissima tradizione celebrativa?

Continua su…

https://www.sololibri.net/Cercando-la-poesia-perduta-Vaglio.html#.WlYpb9Kkq8E.facebook

 

VIVAVOCE – Lettura d’autore – Da che verso stai? (Marco Saya Edizioni) di Sonia Caporossi

VIVAVOCE – Lettura d’autore – Da che verso stai? (Marco Saya Edizioni) di Sonia Caporossi

Capelli struggenti, di Franz Krauspenhaar

La poesia e lo spirito


di Alessandro Bigarelli

Capelli struggenti di Franz Krauspenhaar è una raccolta di liriche in cinque tempi. La suddivisione rimanda ai probabili cinque movimenti di una sonata atipica, essendo quattro i movimenti canonici. Una sonata piena di sterzate lessicali che spaziano dentro dimensioni oniriche, biografiche, assumendo forme di una ribellione combattuta tra l’estetico e il realistico. La scansione in cinque parti pare eseguire una partitura dove il cinque quarti, come improvvisa e inattesa anomalia, infrange l’ancestrale equilibrio in parte rassicurante del due e del quattro quarti. Sono tutte liriche cantabili, ricche di musicalità che riconosce se stessa nell’elettronica dei primordi, e nelle sfarzose melodie sperimentali degli anni Ottanta.

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