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POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

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L’uomo che non parla di Massimo Palladino

Lemon grass

Per una vita fatta di numeri a perdere,
nella graticola del debito costante, sei
tu che mi dici, sorridendo, che tutto va
bene, anche i giorni perduti che qui non
torneranno a farti visita e te ne stai in
attesa di un fischio che ti indichi dove
sarai la prossima volta, senza i Metallica,
a solcare le amare strade di Mexico City.

*

Campo silenzioso

Come il volo di una rondine inattesa
che voli qui, sulla terra ipocrita senza limiti,
quando in anelli di fumo s’irradiano le
false speranze sopra rossi tetti bagnati,
le nostre parole cadranno nel vuoto,
cercando gratitudine per l’applauso
che ti accompagnerà, al campo silenzioso.

*

Le fettine del mugnaio(*)

Sto aspettando l’arrivo infruttuoso di segni
che diano aria ai polmoni in forte attesa qui,
sulla terra degli inganni, per un misero voto
che, come il pane per i poveri, scalderà la loro

solitudine affamata di potere da stendere, come
la marmellata sulle fettine preparate dal mugnaio,
quello bello e impossibile, desiderato e rapito,
che scalda i sogni televisivi di donne dimenticate,

mentre, poi, balla un liscio rapinoso di notte,
davanti all’orchestra stonata attaccata all’acqua
del grande Po che scorre, indubitabile presenza,
a ricordare le alluvioni, come quei desideri scontati.

(*)Vedi la pubblicità per la Barilla dell’attore spagnolo Antonio Banderas

Poesie tratte da L’uomo che non parla di Massimo Palladino di imminente uscita, dipinto in copertina “Senza Volto” di Paola Mariotti.

sv

All’Incubatore si coltiva l’editoria del futuro – Salone Internazionale del Libro – Torino

L’Incubatore è il progetto del Salone Internazionale del Libro dedicato alle case editrici con meno di 24 mesi di vita e non legate a grandi gruppi editoriali. Ospitato nel Padiglione 3 del Lingotto Fiere, l’Incubatore si conferma, al suo settimo anno di vita, un’opportunità di visibilità unica per le nuove realtà editoriali, che hanno la possibilità di partecipare alla più importante manifestazione italiana dedicata all’editoria a condizioni speciali – costi contenuti, sala incontri gratuita, agevolazioni sulle spese di soggiorno – e di verificare direttamente sul campo la validità dei propri prodotti. All’Incubatore sono previsti, inoltre, momenti di confronto con distributori, librerie e operatori del settore, grazie a una serie di incontri a dimensione business organizzati nella Sala Incubatore: un’opportunità per gli editori dell’area di individuare le strategie migliori per farsi strada nel mercato editoriale. Qui di seguito alcune delle case editrici che ad oggi hanno già confermato la loro partecipazione all’edizione 2013 dell’Incubatore.

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Marco Saya edizioni – Milano (MI)

Marco Saya Edizioni è una neo casa editrice, nata nel 2012, che si occupa prevalentemente di poesia contemporanea. Perla rara nel panorama editoriale attuale, la poesia, per la sua fragile bellezza, ricopre oggi un ruolo fondamentale nella nostra cultura e civiltà e per questo assume un valore ancora più inestimabile. Questa giovanissima realtà editoriale può già vantare un ricchissimo e variegato catalogo. Sono già molti infatti i suoi titoli e altrettanti in preparazione. Marco Saya Edizioni, poi, oltre alla poesia, pubblica anche narrativa, saggistica varia e contributi sulla musica jazz. Le pubblicazioni sono suddivise in quattro collane: Poesiaoggi (dedicata appunto alla poesia), Segni (prosa), Graffiature (saggistica), Assoli (jazz). Questa casa editrice è fortemente caratterizzata dallo spirito curioso e poliedrico del suo fondatore, Marco Saya, che le ha regalato anche il nome e ne cura i contenuti. La linea editorale rispecchia dunque le sue curiosità e i suoi interessi più profondi, mantenendo una forte connotazione rivolta a tutte le arti, non solo narrative. Marco Saya, che è anche un musicista jazz, ha partecipato inoltre a numerosi concorsi letterari, ottenendo ottimi riconoscimenti.

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stand

Biscotti selvaggi di Franz Krauspenhaar

una specie di strada interstatale, lunga

che sembra mai finire, come torture

e matrimoni sbagliati, ogni poco

le strisce gialle di mezzeria si tagliano

così questi biscotti infernali, uno e due

e tre e quattro, come piegamenti

aerobici di culi intutati, culi seventies

che oggi col tempo immane scoppiano

o si autodistruggono col letale gas

di scarico del mondo. hai sbagliato

ogni calcolo e misura, i biscotti

che metti a cuocere nel forno d’urla

sono bruniti accessori per non morire

zitto, o parlato da altri in lingue di scimmie

solo leggermente antropomorfe,

scimmie repubblicane, cappelloni texani,

cadillac con le corna e mogli svaccate

su martini enormi, morbidi come suite.

l’idea dei biscotti mi venne 66 anni fa,

prima che lasciassi l’inferno appenninico

situato nel perineo di mia madre e,

nel prepuzio di mio padre, ben prima

che i due si incontrassero in un borgo

squisitamente ameno dell’italia

della ricostruzione perlomeno facciale.

dunque avendo un senso d’anticipo

pari a quello di un piduista col “cori cori”,

66 anni fa sfornai come idea geniale

i biscotti stradali, questi manufatti

anche un po’ mortali e disperati

(come in ogni letteratura di valore)

che dio voglia benedire con acqua santa

e vino d’osteria. 15 anni prima che ci fossi,

scovolato dalla fregna materna, io già

pensavo alla poesia, a questa materna

stalla di greggi dei più vari e disposti

a tutto. se ci sono ceffi ineleganti

e carogne al triplo burro rancido

essi sono i poeti, che dio li assista

all’eterno dolore della vendemmia

delle loro parti intime da parte

di atroci corvi in picchiata sul target.

se ci sono nel mondo degli sfigati

morti di sonno, con la carta da culo

attaccata sul sunnominato dentro

le braghe gonfie, e che arrancano

come vecchi topi prima dell’esecuzione

topicida, ecco che tali mostri sono poeti.

e tu allora, che fai, ti chiami fuori?

che cosa fai? versicoli, pisciatine in versi,

scatarratine tanto per, non è vero brutto

sporco fascista? (che del fascista lo si dà

volentieri a chi non si sa in mancanza

appunto di idee o nozioni su quel tale.)

allora, bruto e strunzo, cosa sei tu,

tale e quale, brutto e cattivo con lo sporco

che ti fa fedele alla turca, se non un cosiddetto

poeta, o poetante, o poetannato?

sì, rispondo, anzi risponderei, lo sono adesso,

che dio fulmini me e l’ebbrezza malatissima

di questo vizio osceno di sparare parole

dal cranio per necessità di deiezione; ma

per madonna e dio e chi per loro, forse

ragni e ranocchi col becco a farfalla,

quando chiudo il quaderno delle follie

e poggio la penna e mi alzo dal sedile

di spinaci marci che mi ferma il culo,

io in pochi minuti trovo ancora me stesso,

l’uomo, l’essere umano ancora vivo

e vigente, una catastrofe ma ancora

con un cuore battente, come la pioggia

della liberazione d’un cielo sordomuto,

impietoso e duro come un’antologia.

http://www.ibs.it/code/9788890750076/krauspenhaar-franz/biscotti-selvaggi.html

franz1

Pullman di linea

Panorami nel vetro
sovrapposti,

un cappotto grigio e
brevi scorci di prati.

D’improvviso ci incontriamo
viaggiatori silenziosi
nello stesso cartellone …

Appanna lo specchio
un segreto pudore.

(Lio Attilio Gemignani, a breve l’uscita della sua nuova raccolta dal titolo Il fruscio dell’aquilone)

Nicola Vacca anteprima su Satisfiction. Mattanza dell’incanto.

Nicola Vacca anteprima. Mattanza dell’incanto.

“Il deserto cresce”, scrive Gian Ruggero Manzoni nell’introduzione a Mattanza dell’incanto, libro di Nicola Vacca, in uscita da Marco Saya Edizioni, alludendo all’inesorabile declino di una cultura e di una società sempre più orfana anche delle sue “menti di riferimento”. E in questo deserto la fatica dell’esserci inteso nella sua pienezza è ancora, se possibile, più faticosa. E questo libro viene da questa faticosa consapevolezza.

Paolo Melissi

Quando una civiltà sente vicina la propria fine

L’intelligenza è un bene raro nella nostra epoca. Non se ne trova in nessun luogo. È proprio così. Se mi guardo intorno non vedo nessuno che si legge dentro. Ci affatichiamo per costruire la società dell’apparenza. Il culto dell’immagine a ogni costo è quello che conta. Tutto quello che deve emergere è quello che non siamo.

<< Devo fabbricarmi un sorriso, munirmene, mettermi sotto la sua protezione, frapporre qualcosa tra il mondo e me, camuffare le mie ferite, imparare, insomma, a usare la maschera >>.

continua su … http://www.satisfiction.me/nicola-vacca-anteprima-mattanza-dellincanto/

nicola vacca

INTERVISTA AL POETA ANDREA DONAERA a cura di Sandro de Fazi

Nel 1980 usciva presso l’editore Gammalibri di Milano una delle ricognizioni critiche e autocritiche fondamentali per la poesia italiana, Chi è il poeta? di Silvia Batisti e Mariella Bettarini. Ispirandomi, in parte, al questionario che veniva lì proposto – e naturalmente interpretandolo e oltrepassandolo in quanto pubblicazione collocabile in quel preciso momento storico – le rivolgo alcune domande sulla poesia. Ma ha ancora un senso oggi essere poeti in Italia?

Oggi, in Italia, essere poeti ha senso, sì, ma specialmente è necessario. Sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista prettamente letterario, c’è un’urgenza d’espressione viva, palpitante. La nostra letteratura vuole riprendersi quel posto d’onore che aveva Montale, vuole trovare nuove motivazioni per acquisire credibilità agli occhi dei lettori. In pochi anni molto è cambiato, c’è bisogno di poeti, e specialmente di belle poesie. Il pubblico non si è immunizzato alla poesia, anzi, la desidera, la brama. In Italia dunque, oggi, essere poeti ha un senso se si è in grado di collocarsi in quella posizione che è tra valutazione di massa e valutazione critica. L’elitario non ha più senso, come non ha mai avuto senso l’arte eccessivamente massificata – specialmente in un’epoca in cui si vive socialmente anche in solitudine. Cogliere il gusto oggettivo, quel sottile parametro di bellezza che oscilla tra addetti ai lavori e profani.

Che cosa la spinge a scrivere?

La poesia per me è come dire qualcosa col volto coperto da un velo sottile. Ti nasconde ma non troppo, il giusto per sentirsi libero.

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http://www.lestroverso.it/?p=2185

Il tempo che fa male al cuore

Il tempo che fa male al cuore

Gli scrittori liberi sono invisibili. Gli inattuali sono scomodi. In ogni epoca il conformismo abitua le masse al deserto di ogni pensiero. In quest’ultima, i livelli della stupidità hanno superato la decenza. Fa male al cuore vedere gli irregolari aggirarsi come anime morte nella bruttezza del presente.

Nicola Vacca – Mattanza dell’incanto, 2013 – Marco Saya Edizioni

http://www.ibs.it/code/9788890750090/vacca-nicola/mattanza-dell-incanto.html

cover mattanza dell'incanto

Poesia

Poesia

È vivere
senza
aver mai vissuto,
è un gatto cornuto,
credere
senza
aver mai veduto,
pazienza!
È l’ala di un licaone,
è un cigno che sello,
lo sputo di un leone,
un ruggito d’agnello,
di chi si chiede
questo e quello,
perché e come,
di chi invano
si siede,
muove la mano.
È un cuore che duole,
la malattia
di chi vuole
che un altro mondo ci sia,
è una chimera
che chiama,
che parla,
è un coglione
che ciarla,
che spera,
è l’astenico volo di un lama.

Maria Antonietta Pinna – Lo strazio, 2013 – Marco Saya Edizioni

http://www.ibs.it/code/9788890750083/pinna-m-antonietta/strazio.html

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Recensione della raccolta Chiacchiericcio sul quotidiano La Sicilia a cura di Grazia Calanna.

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La Sicilia

Giovedì 07 Marzo 2013 OggiCultura Pagina 27

Marco Saya

I versi
partitura
scandiscono
le trame

Grazia Calanna

«La passione per la scrittura nasce da lontano, con la musica, ricordo le prime lezioni di chitarra a quattordici anni. Lo studio dei testi di alcuni celebri cantautori americani è stato lo spunto per iniziare a buttare giù qualche pensiero e così lo scrivere è diventato parte integrante della mia partitura musicale». Riflessioni di Marco Saya, editore e autore di «Chiacchiericcio», malmenante (e rapente) raccolta poetica, «cinque minuti per dirvi di non ascoltare / codeste cassandre puttane / travestite da lauree con master a seguito, / figlie di un capitalismo abortito / e di una democrazia stuprata. […] cinque minuti per riprendervi quella dignità / persa nella sabbia fine di qualche deserto».
Converrebbe Cioran, esistono solo le cose che abbiamo scoperto da soli, le altre sono tutte chiacchiere. Saya, cosciente della «precarietà della parola», addita la menzogna, «verità tramandata da previi accordi», figlia dell’umanità intrappolata nel cerchio perpetuo della reiterazione, «ricordo quei convogli / che, allora, avevano / un’unica destinazione». Plasma versi agili, fotogrammi verbali di un paese popolato da lacchè, opinionisti senza opinioni, morti sul lavoro, precari in cerca di dignità, in cui «la povertà precipita / fracassandosi sull’asfalto / cosparso da compresse di xanax».
Versi acuti, «mi domando se, oggi, l’idea abbisogni / di un nuovo re-styling / ma gli orchestrali della mente / dirigono solo metà emisfero / perché a corto di dipendenti», di sociale (mordace) interpellanza, «ri-apprendere come sfregare le pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente? ».
«In Chiacchiericcio – aggiunge Saya -, i testi prendono forma nella loro eterna contraddizione come una partitura dove il tempo non è mai stabilito a priori ma è ogni singola misura a scandirne le trame, sempre diverse ma vicine perché vogliono capire, cercare di prevenire le misure successive. Questo richiede una totale simbiosi con il proprio reale, un mondo “work in progress” che costruisce il racconto, lo sviluppa, lo articola, lo canta e così la poesia deve essere vicina al tempo che si vive, a questo nuovo millennio che, tra una tecnologia esasperata e i nostri passi che faticosamente arrancano, aspetta di essere rappresentato in tutta la sua complessità emotiva, nevrotica e, aggiungo, piuttosto confusa. Mi piace osservare, descrivere, quasi come un cronista armato di ironia, ma anche di tanta amarezza, il caos del nostro tempo, partendo, appunto, dalle “notizie”, dai pregiudizi, dalle ingiustizie sociali, dai singoli oggetti, feticci divenuti una nostra seconda pelle, dal nostro essere in questo mondo senza una vera identità, una sorta di cloni che attraversano questa vita in attesa di un alfabeto/linguaggio che possa essere condiviso».

07/03/2013

Gian Ruggero Manzoni inedito. Introduzione a “La mattanza dell’incanto”

Gian Ruggero Manzoni inedito. Introduzione a “La mattanza dell’incanto”

Presentiamo qui in anteprima l’introduzione che l’artista e filosofo Gian Ruggero Manzoni ha voluto dedicare al libro “La mattanza dell’incanto” di Nicola Vacca (nelle librerie per Marco Saya editore). Due combattenti sul fronte della libertà di pensiero, di parola, ma soprattutto d’azione. È soltanto con l’azione, quella delle parole che coincidono con la vita, che possiamo contribuire a cambiare un sistema sociale ormai completamente in cortocircuito. Per iniziare a togliere le mani dalla presa ( di corrente) leggere questo scritto di Manzoni e il libro di Nicola Vacca oltre che un piacere è un dovere. Soprattutto per quella vile razza di scompARSI che sono gli intellettuali italiani.

Gian Paolo Serino

La lunga coda del ’900

Nicola Vacca e io siamo uomini del ‘900 perché infinite le tensioni ideali che ancora ci vivono, grande il desiderio di lotta (seppure la non più giovane età), troppa la consapevolezza di non avere mai abbassato la guardia, quindi le armi; come prima il libero pensiero, come seconda la scrittura, come terza la passione. Ben sappiamo che l’artista e l’intellettuale devono sapersi impegnare nei conflitti della società in cui vivono (il famoso: engagement) e fare scelte, qualunque esse siano, ma pur farle, quando scegliere diviene azione e fine. Sconcertante è anche il come si sia entrambi ben consci e d’accordo che il marasma, che oggi l’Italia e l’Occidente stanno vivendo, il rovinoso declino etico a cui stiamo assistendo, sia questione iniziata a dibattersi tra le due guerre mondiali; dibattito, a quanto pare, non ancora esaurito. Anzi! Nel corso di lezioni tenute a Friburgo negli anni 1929-30, intitolato “Grundbergriffe der Metaphysik” (Concetti fondamentali della metafisica), Heidegger affermò che lo stato d’animo allora prevalente in Europa era quello della “noia” profonda e dell’ “abbandono metafisico”. Ai suoi studenti fece presente che: “…gli stati d’animo sono il presupposto e il medium del pensare e dell’agire. Ciò vuol dire che risalgono in modo più originario alla nostra essenza: in essi incontriamo noi stessi in quanto esser-ci.”
Non esistendoci più “stati d’animo”, Heidegger individuò quello che a suo avviso era il dato essenziale della ‘profezia’ spengleriana nel “Tramonto dell’Occidente”. Egli scrisse: “Tramonto (Untergang) della vita a causa e per mezzo dello spirito. Ciò che lo spirito soprattutto in quanto ragione (rathio) ha prodotto nella tecnica, nella economia, nella trasformazione totale dell’esistenza simboleggiata dalla metropoli, si volge contro l’anima, contro la vita, la soffoca e la costringe al tramonto e al declino. Che oggi si torni a dar credito alla sentenza di Spengler sul tramonto dell’Occidente si deve, oltre che a numerose cause esteriori, al fatto che la sentenza di Spengler non è che la conseguenza negativa, anche se giusta, delle parole di Nietzsche: il deserto
cresce…” In quel caso, come nel nostro, la parola deserto conteneva in sé un’ampia gamma di riferimenti… dallo sfruttamento e devastazione della terra, al declino del sacro, alla fuga degli “dei”, all’oblio della verità, all’ingiustizia dilagante, alla volgarità proposta come modello, alla corruzione accettata come prassi, allo sbando esistenziale. Quindi non una civiltà, ma un’epoca della storia dell’essere era al tramonto. Da ciò il crollo di una data cultura (e perciò di certi modelli forti di riferimento) non era altro che la conseguenza di una sviante concezione metafisica dell’uomo come “animale razionale”.
Anche Bergson spinse su quel tasto. Lo Zeitgeist, “lo spirito del tempo”, indicava che si era giunti a un capolinea, oltre: la possibile catastrofe, oppure la presa in considerazione che un insieme di uomini consci e motivati si facesse carico di una possibile rinascita.
Dunque il tramonto dell’Occidente non è un qualcosa di inevitabile, di necessario, in quanto la storia non è costituita dall’esistenza umana o dalla vita animale, non si tratta cioè di un aspetto della ripetizione biologica nascita-vita-declino-morte delle forme culturali, ma, all’opposto (e qui il distaccarci dall’analisi di Spengler), di una dimensione di quel ciclo creativo di ripetizione (Wiederholung) che comporta un andamento di ritorno verso la fonte primaria (l’Origine – Ursprung) della storia, ma anche un muoversi in avanti verso un nuovo inizio storico. Nicola Vacca indica, in questo suo ultimo libro, oltre che le cause, anche i possibili effetti del crollo, affidandosi alla poesia, la quale ritorna a diventare “metodo sociale di lotta” al fine di sensibilizzare (accusare) poi di spronare una possibile reazione a uno stato, non accettato, putrescente e cancrenoso. Sempre per Spengler la società moderna era destinata a diventare una sorta di macchina calcolatrice i cui “membri-ingranaggi” avrebbero eseguito meccanicamente i compiti loro assegnati, anestetizzati da falsi modelli di progresso e di benessere. Allo stesso modo Heidegger metteva in guardia gli occidentali da un sistema della tecnica (Gestell) che andava sempre più acquisendo il completo dominio e controllo sugli individui stessi, nonostante la pretesa illuministico-positivista (ormai modelli dimostratosi fallimentari) dell’uso dei mezzi tecnici al fine di consentire all’uomo di divenire il “signore del mondo”. Sotto questo aspetto quella che agli occhi di Heidegger si andava delineando come una specie di “setta” (di casta, usando termini attuali) mondiale, rivolta unicamente alla Volontà di Potenza, in quanto dominata da modalità e procedure di carattere tecnico, rappresentava la minaccia più grande per il nostro futuro, proprio in virtù della sua ramificazione planetaria, quindi tanto più omologante, portatrice di sradicamento e di emorragica perdita di identità.
Ad attirare l’attenzione del filosofo tedesco su questo incontro tra il dispiegamento planetario della tecnica, da parte e per uso di certuni (i meno), in quanto Volontà di Potenza, e i restanti (i più), cioè il popolo (Volk), fu l’opera di Ernst Jünger “Der Arbeiter” (“L’Operaio”, del 1932). Ed è contro a tale “setta” che necessita battersi, al fine che il valore dello Spirito Originario (ursprünglichen Geist), del quale ci poniamo come custodi, laicamente sociali e religiosamente monastici, di nuovo si trasformi in palingenetico dispensatore di un domani. Nicola Vacca e io sappiamo bene questo, e per questo continuiamo a esprimerci, ritrovandoci nella necessità, mai nel e per caso.
Il momento lo richiede.

Gian Ruggero Manzoni

http://www.satisfiction.me/gian-ruggero-manzoni-inedito-introduzione-a-la-mattanza-dellincanto/

Mattanza dell'incanto Cover