poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI …

Tag: poesie

tiramisù

questo cocktail
di parole,
sempre le stesse,
come gli ingredienti
di un tiramisù,
caffè/gabbiani,
savoiardi/mare,
uova/infinito,
zucchero/amore,
mascarpone/orme,
sale/cipressi,
cacao/tempo,
cioccolata/siepe,
marsala/morte.
per Dio, poeti,
tiratemi su!

tiramisù

 

vecchiaia

così esili dentro questi cappotti
che ci stava di tutto,
avevamo accumulato una vita intera
e c’era ancora posto negli oscuri tasconi,
persino una pila sbucata da non so dove
illuminava, ora, il vetusto manto
e, per un istante, la vita seguitava.

anziano

 

specie

questo apparire come il flash di una Nikon
questo non sono nato in Biafra
come se questa fosse  la vita
questo tempo che nel mesozoico si stava meglio
questo osservare che poi la retina si deteriora
questo amore con l’offerta tre per due
questo esserci per  nasconderci
questo gabbiano che sporca quanto noi
questo essere solidali solo nell’indifferenziata quando c’è
questo soldato che ha cambiato l’uniforme
questo sbattimento da formichina teleguidata
con le antenne al posto dei sensi
questo Io  nell’occasione sprecata

tutti questi questo, alla fine, non servivano
che a garantire l’inutile demografia
di una delle tante specie

specie

Frammento di Andrea Donaera tratto da Certe cose, certe volte

Succedono cose tristi, a me, tipo
che mi preparo il caffè e poi lo verso
nella tazzina e poi lo lascio nella
tazzina a raffreddare
(raffreddare, sì, ma un poco, non troppo)
ma alla fine succede sempre che
me lo dimentico, il caffè, e si fredda,
troppo si fredda, troppo,
e niente, e poi non me lo bevo più
il caffè, che a me il caffè troppo freddo
mi sembra che mi striscia in mezzo ai denti,
tipo una bestemmia, un ricordo, insomma.

certe cose cover

Quattro frammenti di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana

se mi togliete il maalox,
la sua innocenza, la
carezza discreta di sodii
vari come oli curanti,
se mi togliete quel senso
illusorio d’assenza,
come se lo stomaco
fosse libero dai fuochi
dei nostri inferni a succhi,
mi avrete deposto
un mito, avrete cacciato
il mio allenatore buono
e incompetente
dalla squadra sconfitta.

fare la spesa mi riduce a una macchina
distributrice di prodotti, i soliti;
ogni volta che metto nel carrello
ammazzo il tempo con un colpo
secco e duro, non posso farci nulla,
è una questione di tempo, tra me
e il dentifricio, nulla che sia uomo
e natura, essere e tempo. temo
un avveniristico bombardamento
di fine del mondo nel giro di pochi
attimi, sparsi e introflessi, come culi
sgonfi di vecchio sedentario.
stamattina mi sento ottimista,
è lunedì, non ho niente da mettermi,
giro per la mia vita passata
col machete selettivo, i ricordi
premono per uscire nel gas
di scarico, e morire travolti
da ingorde auto per femmine
cazzute, dette SUV.

amo novembre, i fiori recisi e le sue paure,
le nebbie colte come nuovi fiori, i morti
che escono dalle fosse come nuove
e parlano del tempo o di allegrie lontane,
attendo il mio mese di nascita con l’amore
di un corvo per la sua preda, siamo uccelli
da preda dentro voliere immense, nere
come le nostre piume, e l’orrore ci fa nulla,
solletica la nostra vanità. il mondo è pieno
di bastardi, di gente invidiosa e meschina,
tira fuori il pane e facciamo un po’ di pasta
mentre questi cani assorbono la crema
dei malati al posto loro, coi soldi collettivi,
con la sabbia negli occhi d’un solo popolo.
amo novembre e i suoi primi frescori,
i cappotti che ti scendono addosso prima
che un altro anno sia compiuto, la scuola
iniziata ormai da troppo e il tuo quaderno
già folto di segni di ribellione, di fuga.

devono ammazzarmi per farmi vivere,
in un campo di viole, prima del tramonto,
con una scodella di latte sul muso, nemmeno
fossi un vitello esagerato, gli estrogeni
che girano attorno alle palle. devono darmi
erba cipollina come sul gambero rosso,
dove una principessa mezza scema
sceglie i tagli della carne. la peggiore
vien di notte, una cicciona inglese con otto
fottuti figli, il marito dev’essere fuggito
con la nurse burrosa; lei mette chili
di spezie su tutto, è un brodo umano
di english breakfast e di porcate d’india,
ho sempre pensato alle spezie come
a un coprivergogne. vorrei entrare
nella cucina di questa vecchia puttana
multirazziale e tagliarle la gola con la lama
per tagliare il tacchino, basterebbe
per spillarne il sangue con retrogusto
curry. invece qui, con la crisi economica
che ci falcidia precordi e futuri spalmati
sull’ultimo pane, avanzo con le fette
bene aperte verso una scatola di tonno
comprato al discount, l’unico posto
nel quale mi sento vero, e capito per quello
che sono, cioè un signor consumatore
di merda. mai stato un opportunista, dunque
non sarò mai uno scrittore, tolgo dalla testa
di essere uno che conta in ogni ramo,
come me in migliaia avanziamo con le fette
di pane verso una scatola di tonno,
ho spremuto l’acqua di pesce nel cesso
e adesso la poltiglia è pronta per finire
nel pane, tra foglie d’insalata calmanti
e sborrate gialle di maionese, forse
solo così è la sborra d’un rinoceronte
dopo una battaglia per farsi la meno
brutta della savana. intanto la stronza
multimix cucina in piena notte, nel suo
appartamento londinese del centro,
in quei siti dove i ricchi italiani vanno
a farsi leccare il culo da quelli di harrod’s,
muovendo verdure, manghi, piselli color
verde uforobot, spargendo salse con nomi
di battaglie nelle quali i lancaster subirono
perdite tremende, mentre i figli dormono
e il marito probabilmente si fa inculare
da un giovane indiano con le palle a forma
di campana; ecco che la signora spande
le creme mostruose su terrine di tek e cedro
nero, e sbatte tutto nel frigo spaziale.
noi comuni mortali, nuovi poveri dell’era
elettronica, che vediamo i ricchi scrofarsi
tra loro nei programmi, possiamo solo
guardare; pensate ai poveri dei secoli
passati, a come poverini dovevano solo
immaginare. ora è tutto più umano, la morte
è appaiata come una fetta di pane
sull’altra, e il sorriso della notte riusciamo
a vederlo, soddisfatto, con occhiali 3D.

(Questi brani sono stralci dell’ultimo libro appena pubblicato da Franz Krauspenhaar: Biscotti selvaggi, Marco Saya Edizioni, con prefazione di Federico Federici e postfazione di Susanna Schimperna)

http://www.nazioneindiana.com/2013/01/03/quattro-frammenti/

Riserve

indiani
confinati

senza
penne

altri
Tori
seduti
sul
nulla

navajo
tra
quadratini
d’erba

nella passeggiata
dei piedi neri
un calumet
nell’indifferenziata

piedi neri

E tutti dicono

E tutti dicono
Poi tacciono
Infine si nascondono

E tutti pretendono

Poi chiedono
con le palme tese
al crocevia dello scontato

Infine una delle tante croci
suggella il fallimento
dell’illusione pagata
con comodi ratei

Pochi parlano
con occhi aperti
Pochi ascoltano

Pochi accettano
la mediocrità
che vuole assurgere
ad archetipo
di ogni tempo

Pochi salutano
l’umile albergo
dei turisti
occasionali

crocevia

crepitii

osservavo un giovane
sul treno, il suo sguardo,
le lentiggini, tele
di nuove guerre
sul volto.

ascoltavo
i crepitii dei proiettili
nel ticchettio della tastiera.

combatteva i propri padri
e quel videogame partigiano
riposava, ancora,
sotto la montagna.

partigiani

Il pregiudizio del poeta

non mi interessa se sei giovane o vecchio,
se appartieni al ‘60 al ‘70 o all’ ‘80,
non sei un vino di denominazione
di origine controllata e ancor meno garantita,
non sei un lager di appartenenza
in un barattolo di parole
con la data di scadenza.

fuggi dai pregiudizi del poeta,
segui l’inchiostro della strada,
non importa se asfaltata
o accidentata.

non c’è solo la striscia bianca,
non c’è solo il rosso e il verde,
puoi immaginare tutti i pastelli
dell’arcobaleno.

infilati un paio di scarpe
comode per girare,
non importa se sono griffate.

non aver paura di sporcare le suole,
non aver paura di girare l’angolo,
non aver paura di alzare lo sguardo.

non seguire la direzione della cartina,
non ti fermare davanti agli swarowski
di gentil aspetto,
gusta, viandante, il take away
di un estraneo,

nuota controcorrente come i salmoni,
chissà che le parole deposte
non siano migliori
di quel carattere verdana 12,
un tipo volgare che ti aspetta a casa
attento al palinsesto di quattro ballerine
che aprono e chiudono il sipario
di un testo formattato con le forme
di turgidi seni.

*

http://www.ibs.it/code/9788890750007/saya-marco/chiacchiericcio.html

chiacchiericcio-1

Catalogo poesiaoggi 2012

la vita, dice mia madre, è sofferenza;
grazie lo sapevo, il calice è bevuto
dall’orlo fino alla goccia del trabocco,
eppure soffia una specie di balena
senza fine, un cetaceo detto speranza,
che insinua e pretende attenzione,
credere e in nome suo attendere
e vivere da falchi senza zampe,
samaritani d’ingombrante nulla.
dentro il bersaglio ci sono giri di frase
e cerchi di fine, come fuochi zeppi
di schiuma, versati dall’ultimo tentare.
speranza è tentativo ancora e nuovo,
è non dar vinto il gioco di chi ha maschera,
e vento in faccia per non farsi vedere,
per essere dio o demonio o estrema
alterità. nelle mani del non so voliamo
sulle cose, sfiorando aria e caso nudo,
inventiamo gli abbracci d’altre pelli,
consoliamo minuti senza fine probabile.

Franz Krauspenhaar, Biscotti Selvaggi

*

In pizzeria non ti posso portare,
che la crisi è proprio grave, lo sai,
e lavoro non ne trovo, è un casino,
lo so che vorresti viaggiare, andare
ai concerti in facoltà il giovedì
e io non ho mai benzina, ho soltanto
quattro euro e venti per le sigarette,
è un’epoca brutta, ti prego, dai,
lo so, lo so, devo trovare un modo
per non passare le sere alla sede
sporchissima del partito a scopare
sul materasso rotto su cui scopano –
con la scusa del comunismo – quasi
tutti gli altri. Dai amore, mo’ vediamo.

Andrea Donaera, Certe cose, certe volte

*

Fb

Tutte ai piedi
innamorate. A cascate
frasi d’altri
in
maschera e profusione.
Giornate a gonfiarsi il dito
a implorare
un “mi piace”.
Prima della tv i miei nonni avevano la società,
il tabacco si masticava,
e la chiacchiera era compost.

Gabriella Modica, Futuro non locale

*

[Sabato del villaggio]

Abbiamo ancora molto
da capirci ma
preferiamo estinguerci
un po’ di più a ogni
passeggiata domenicale.

Maurizio Landini, Lo zinco

*

La cucina è retrocessa a bosco:
nella fauna del frigorifero si osserva
il lento decrescere degli ortaggi, il fondere
degli avanzi con i gas imbottigliati.
E dunque ci si domanda (quando si fa sera
e il buio riaccomoda tutti gli odori)
cosa rimane, al di là della selva fresca
nello specchio rovesciato della gola,
quando si ciba fuori il proprio deserto
lasciato ad essiccare nella flora del rimorso.

Antonio Bux, Trilogia dello Zero

*

Faccende

Ancora silenzio adombra
panni stesi da giorni
Mi aspetto una parola
da bocca troppo asciutta
Rimane lì e guarda
Simula l’uomo un pantalone
Le mutande fuori posto
Con la camicia stropicciata
dalla parte del cuore
Rendo solitudine al balcone

Claudia Zironi, Il tempo dell’esistenza

*

la questione dei piccioni
spappolati agli angoli delle strade
e dei cani e dei gatti investiti
in particolare sulla statale 407 basentana
non rappresentava più una priorità
il vicequestore palizzi fissava
lo schermo la vita va avanti
le persone sono di passaggio diceva
una voce fuoricampo ogni tanto
palizzi piegava la testa poi
usciva a fumare
segue tentativo di poesia sugli 80
nel mio paese un paio di generazioni
sono state annientate
cancellate
dissolte
giustiziate
massacrate
stroncate
certe volte è difficile
scegliere fra i sinonimi
da un mix letale di
amianto e eroina
lavoro e svago a portata di mano
la democrazia è un meccanismo complicato
ci dicono le cronache che il professore
si è suicidato non c’è tempo
per discutere o introdurre miglioramenti

Domenico Donaddio, Le ballate di Domenico Donaddio

*

scale

scendeva per le scale saltando, a tre a tre, i gradini.
il corrimano, uno scivolo di emergenza
per un gioco, a volte, più spericolato. non aveva paura,
immaginava il futuro come una perenne corsa
dal settimo al piano terra lungo quello spazio vuoto
attorno al quale si avvolgevano le scale.
era il suo mondo, fuori dal portone di casa
il presente delineato nel piatto,
silente, viscido asfalto della strada.

Marco Saya, Chiacchiericcio

http://www.ibs.it/editore/Marco+Saya/marco+saya.html

http://www.marcosayaedizioni.com/page_9.html

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